Il vino, il territorio, i monti, il tempo: alla scoperta di Cantine Garrone, modello di viticoltura in Val d'Ossola

I vigneti si trovano su terrazzamenti artificiali, scavati nella roccia e segnati da muretti a secco: ogni lavoro va svolto manualmente, sintesi del sacrificio. Che però dà grandi frutti: ecco le bottiglie presentate da Matteo e Marco Garrone

04-04-2022
a cura di Marilena Lualdi
Da sinistra, Marco e Matteo Garrone, quarta genera

Da sinistra, Marco e Matteo Garrone, quarta generazione alla guida di Cantine Garrone con sede a Domodossola

In viaggio tra le montagne e il tempo: la destinazione è la voglia di futuro, dipinta sui volti di Matteo e Marco Garrone. Tutto a partire da un primo viaggio, quello compiuto 101 anni fa da Luigi Garrone, quando decide di lasciare la famiglia in Monferrato e proseguire nel percorso del vino da solo, in terra ossolana. Un incontro che si perpetua oggi nell’armonia tra le vigne antiche, anche centenarie, e quelle più recenti. O tra i vini che sono biglietto da visita delle Cantine Garrone e quelli scaturiti magari da un confronto con la Svizzera.

Matteo e Marco, quarta generazione, in una presentazione al ristorante ll Liberty di Milano, ci ricordano subito che la storia, quella più grande della viticoltura in Val d’Ossola, è iniziata molto prima: ci sono tracce che risalgono al 1309. Ecco il tempo in viaggio, a Oira di Crevoladossola: qui si sono mossi in silenzio un grande ghiacciaio, via via ritiratosi, e i fiumi, con il loro scavare assiduo. Vegliano poi altri amici muti e fedeli: i laghi, che con la loro influenza mitigano il clima.

Ma la strada è in salita come le montagne, e deve accadere l'inatteso, deve balenare un’intuizione perché qualcosa possa cambiare in questo territorio lesto a spopolarsi e si vada oltre al mero consumo familiare. Roberto e Mario acquistano uve dai piccoli viticoltori e si arriva alla massa necessaria per la svolta. Bisogna vincere la resistenza di chi è legato alla terra e a ciò che produce senza guardare oltre quelle montagne: quando lo fa il decano Pierino De Gregori, gli altri lo seguono a ruota. Difatti,  proprio questo è il segreto oggi. Cantine Garrone ha una trentina di ettari, ma lavora con cinquanta viticoltori che aggiungono 11 preziosi ettari in più. «Loro magari ci possono portare meno uva, a seconda delle annate – raccontano i fratelli – Però, sempre di alta qualità». Ci tengono, alla loro montagna, a ciò che offre. Qui entra in gioco appunto il terreno: i vigneti si trovano su terrazzamenti artificiali, scavati nella roccia e segnati da muretti a secco, come su pendii meno severi: ogni lavoro, tuttavia, va svolto manualmente. Non si vuole definire eroica, quest’operazione, perché la montagna ha abituato ai sacrifici. Nella varietà dei terreni, ci sono peculiarità in comune: pH tra acido e sub-acido, il materiale roccioso presente in modo significativo, si può individuare la sabbia ma meno argilla.

Vigneti di Cantine Garrone 

Vigneti di Cantine Garrone 

A ogni pianta il suo metodo: quelle ultracentenarie sono allevate a “toppia” o pergola, in modo da assecondare l’inclinazione del terreno e non solo. Perché qui sotto gli agricoltori piantavano anche altri prodotti, quali segale o patate, per poter mettere a frutto ogni centimetro. Un buon sistema per proteggere dalle gelate insidiose della primavera, ma certo oneroso. Quindi negli ultimi anni via via si sono privilegiati impianti a Guyot.

Dicevamo di vini ambasciatori: il primo, non può che essere il Nebbiolo, qui Prünent, clone antico del vitigno piemontese. Lo affiancano Croatina e Merlot (quest’ultimo dovuto alla vicinanza della Svizzera) per i rossi e Chardonnay per i bianchi.  

La ricerca affascina questa generazione, che la porta avanti anche con l’università di Torino, coinvolta nel progetto di recupero del materiale genetico del Prünent.

Munaloss 2020

Munaloss 2020

Allora lasciamo parlare proprio loro, i vini: quello d’entrata durante questo pranzo è un Munaloss 2020, 70% Nebbiolo, 30% Croatina, che sa essere brillante, ma trasmette anche una certa saldezza, in omaggio al terreno roccioso delle montagne e alla tradizione. Ne vengono prodotte 25mila bottiglie. L’uva è pigiata e lasciata fermentare sulle vinacce per almeno 7 giorni in vasche in acciaio inox a una temperatura massima di 25°C, per poi riposare un anno nelle stesse vasche.

Prünent Valli Ossolane Doc Nebbiolo Superiore, annata 2019

Prünent Valli Ossolane Doc Nebbiolo Superiore, annata 2019

Quindi reclama attenzione il Prünent Valli Ossolane Doc Nebbiolo Superiore, annata 2019, 100% Nebbiolo, dieci mesi in acciaio e un anno in botte grande per la malolattica, 8mila bottiglie. Qui il rosso si fa granato, le note balsamiche dialogano con genziana e liquirizia.

Non può che essere 100% Nebbiolo anche Prünent Diecibrente, un Valli Ossolane Doc Nebbiolo Superiore 2020: 660 bottiglie che sanno sprigionare piacevolissime sorprese, con note agrumate e speziate, al palato una rotondità che gioca con la freschezza.

La Magnum Valli Ossolane Doc Rosso Cà d’Maté 2017 ci racconta altro ancora: 80% Nebbiolo, il restante Croatina, non dimentica l’anima balsamica delle valli, ma invita anche a esplorare i boschi carichi di frutti rossi. Quello che colpisce è la sferzata di energia, di quelle che promettono di non perdersi, bensì di accentuarsi negli anni.

Degustazione coi fratelli Garrone

Degustazione coi fratelli Garrone

Finiamo con Tarlàp Valli Ossolane Rosso Doc 2020, 100% Merlot. Una profondità tannica prolungata, che si ostenta dal rosso rubino all’ultimo sorso. Risuona l’ultima parola: un goccio, ancora. Un tarlàp, in ossolano -  ricorda Matteo, perché questo è il significato - per ricavare lo spazio di un sorriso anche qui in montagna, dove bisogna fare assolutamente sul serio.


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