Un'italiana è già al Bocuse

Giovanna Grossi rappresenterà il Sudamerica alle finali 2017. Ma è d'origine marchigiana

11-04-2016
Giovanna Grossi, talentuosa chef brasiliana di 24

Giovanna Grossi, talentuosa chef brasiliana di 24 anni, ha vinto la finale sudamericana del Bocuse d'Or e sarà alla finalissima di Lione. Di lei si parla un gran bene. Ma nessuno ha messo in luce che è di origine marchigiana: i Grossi emigrarono in Brasile da San Severino...

Quando, quasi sei mesi fa, abbiamo letto che per la prima volta nella storia era stata una ragazza, peraltro giovanissima (allora aveva soli 23 anni) a vincere le selezioni brasiliane per il Bocuse d’Or, ce ne siamo rallegrati. Poi, oltre un mese fa, abbiamo saputo che era arrivata prima anche alla finale sudamericana disputata in Messico, aggiudicandosi il diritto a rappresentare il suo continente alle finalissime di Lione dell’anno prossimo, con la stampa del suo Paese impazzita e tra un coro di elogi: «Giovanna Grossi e la sua squadra hanno brillato in una competizione di eccellente livello» (Gastón Acurio, presidente della giuria); «Giovanna è una grande persona. Siamo molto orgogliosi del fatto che ha vinto. E' una ragazza molto determinata, sono sicuro che sentiremo parlare molto di lei» (Xano Saguer, dell’Espai Sucre di Barcellona); «E’ una grande professionista. Nonostante la sua giovane età, ha già una delle caratteristiche più importanti di qualsiasi buon cuoco: la postura! Non vi è dubbio che sta per affermarsi» (Roberta Sudbrack, Best Female Chef 2015 in America Latina); «Sono felice che sia lei a rappresentarci. Il Bocuse d'Or mette alla prova abilità e conoscenze sotto pressione e in poco tempo. Anche il migliore cuoco può fallire, perché basta commettere un solo errore» (Thomas Troisgros, dell’Olympe di Rio de Janeiro. Thomas è figlio di Claude, il fratello di Michel, ossia di colui che porta avanti il mito della Maison Troisgros del padre Pierre a Roanne, in Francia)

Alla finale del Bocuse d'Or sudamericano, in Messico, era era obbligatorio che il piatto prevedesse ingredienti tipici del Paese dal quale provenivano i vari chef. Giovanna Grossi ha preparato una tilapia (un pesce tropicale) cotto sottovuoto, servito su crema di spinaci e accompagnato da manioca fermentata e farina di Uarini, piantaggine con manioca e papavero, tartare di gamberetti con aspic di jambu (si chiama così il cosiddetto "crescione del Brasile"), brodo di pesce con tucupi (una salsa gialla estratta dalle radici della manioca selvaggia amazzonica)

Alla finale del Bocuse d'Or sudamericano, in Messico, era era obbligatorio che il piatto prevedesse ingredienti tipici del Paese dal quale provenivano i vari chef. Giovanna Grossi ha preparato una tilapia (un pesce tropicale) cotto sottovuoto, servito su crema di spinaci e accompagnato da manioca fermentata e farina di Uarini, piantaggine con manioca e papavero, tartare di gamberetti con aspic di jambu (si chiama così il cosiddetto "crescione del Brasile"), brodo di pesce con tucupi (una salsa gialla estratta dalle radici della manioca selvaggia amazzonica)

Insomma, sull’eccellenza della ragazza non paiono esserci dubbi. A noi ne rimaneva però uno diverso: non è che, con quel nome lì, “Giovanna Grossi”… «Vero, sono di origine italiana - conferma lei a Identità Golose - I Grossi vengono dalle Marche, la famiglia di mio nonno Antonio abitava a San Severino, suo padre faceva l’agricoltore. Poi furono costretti dai cambiamenti socio-economici a emigrare, com’è capitato a tanti altri, non solo italiani (la mamma di Giovanna fa di cognome Mayer, chiare origini tedesche) e non solo verso il Brasile, ma anche gli Stati Uniti d'America, l’Argentina, la Francia... All’epoca il Brasile cercava manodopera da impiegare nelle piantagioni di caffè; così i Grossi vendettero tutto quello che avevano e affrontarono il viaggio verso San Paolo. Fu difficilissimo, la nave ci mise 30 giorni. Mia nonna mi raccontava che una delle sue due sorelle, la più piccola, non sopravvisse, morì durante la traversata dell’Atlantico, perché l’imbarcazione era sporchissima e non c’era cibo per tutti. Fu un destino che toccò a molti altri. Le famiglie di mio nonno e di mia nonna si conoscevano già, erano compaesani; ma i miei nonni si sposarono quando già erano qui, in Brasile. D’altra parte, bisogna tenere conto che la comunità d’italiani più grande che ci sia fuori dall’Italia si trova proprio a San Paolo, dove il 21 febbraio si celebra la Giornata nazionale dell’immigrato italiano».

Hai parenti in Italia?
«So di avere una zia che vive ancora in Italia, ma non l'ho mai incontrata. Mio fratello Bruno ha trascorso molti mesi a Firenze, lo scorso anno, anche lui è cuoco e voleva conoscere la vera cucina italiana e la lingua, voleva riscoprire le nostre radici. Ho voglia pure io di farlo, di venire in Italia e starci a lungo; non ne ho avuto ancora la possibilità ancora, ma spero possa capitare prestissimo, forse il prossimo anno dopo la finale del Bocuse d'Or».

Il team brasiliano vincitore del Bocuse d'Or sudamericano

Il team brasiliano vincitore del Bocuse d'Or sudamericano

Sei mai stata in Italia?
«Sì, ma una sola volta. Conosco un po' la cucina italiana, la adoro. È la cucina più ricca di sapore (o forse credo la sia, perché io sono mezza italiana!). Amo la burrata, il mio dolce preferito è il tiramisù e ho una vera passione per il carpaccio».

Conosci gli chef italiani più famosi, come Bottura, Alajmo, Cracco e così via?
«Li conosco. Quando sono venuta in Italia ho cercato di andare a cena a Modena, all’Osteria Francescana di Bottura, ma era pieno. L'anno scorso Alajmo è stato in Brasile, ma io non ero qui; mi piace il suo libro, il fotografo che gli ha fatto le foto, Sergio Coimbra, è brasiliano. Anche Cracco è anche un grande chef, direi quasi un artista. Di tutti loro mi piace come lavorano, sono una bella fonte di ispirazione per me. Spero, un giorno, di incontrarli».

Com’è nata la tua passione per la cucina?
«I miei genitori Luiz e Marly hanno un ristorante a Maceió, la città nella quale ho sempre vissuto. Si chiama Parmegianno. Preparano cibo brasiliano-italiano. Maceió è una piccola città sul mare e il ristorante vi serve, oltre a un cibo tipico del mio paese come la feijoada, anche molto pesce, frutti di mare... Però non dimentichiamo le nostre origini, così abbiamo nel menu anche piatti italiani, come la pasta e la pizza. Credo che la mia passione sia dunque nata in famiglia, nel nostro ristorante; questo ha determinato la mia decisione di proseguire su questo cammino. Quando ho terminato il mio normale percorso di formazione, mi sono trasferita a San Paolo, per studiare le arti culinarie».

La Grossi in azione al Bocuse d'Or

La Grossi in azione al Bocuse d'Or

I brasiliani amano la cucina italiana? Vi sono buoni ristoranti italiani in Brasile?
«Certamente. Come ho detto, a San Paolo vi è la più grande comunità italiana all’estero, l’influenza della tradizione tricolore è dunque molto forte. Naturalmente parliamo di cibo italiano, ma cucinato con stile brasiliano! Vi sono almeno tra insegne di ottima cucina italiana qui: il ristorante di Salvatore Loi e il Fasano».

Come definiresti la tua cucina e da dove prendi l'ispirazione?
«Non credo ancora di avere un mio stile. Di certo amo viaggiare e conoscere nuovi prodotti e tecniche, così quando ritorno a casa li sperimento nella mia cucina. Ha 24 anni, c’è ancora molto da imparare!».

Giovanna Grossi per ora si è formata, oltre che in Brasile, all’Institut Paul Bocuse a Lione, e poi alla Maison Pic, da Anne-Sophie Pic, e al parigino Les 110 de Taillevent in Francia, e in Spagna all’Espai Sucre e da Quique Dacosta. L’Italia ora l’aspetta.


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