31-03-2026

Il Risotto del Ratanà non è lo stesso per chi soffre di disturbi alimentari

Anche un piatto buonissimo può smettere di essere tale per diventare confessione, resa dei conti. Un’intensa testimonianza

Il Risotto alla vecchia Milano, gremolata e sugo d

Il Risotto alla vecchia Milano, gremolata e sugo d’arrosto del ristorante Ratanà di Milano

Hai mai avuto paura di mangiare? C’è un momento, prima ancora che il boccone sfiori le labbra, in cui tutto si ferma. Non per fame, tanto meno per gusto; è quell’istante sospeso in cui il cibo smette di essere tale e diventa specchio, confessione, resa dei conti.

Al Ratanà l’incontro arriva senza preavviso. Entri, il tepore della sala ti avvolge e una frase dello chef Cesare Battisti penetra come un filo invisibile, che scuote senza ferire: «L’identità nasce dal confronto tra esseri umani». Ci chiediamo spesso cosa significhi conoscere sé stessi ma raramente pensiamo che la risposta possa celarsi nel gesto quotidiano del nutrirsi. E invece è lì, tra un assaggio e l’altro, che si intrecciano desiderio e timore. Quanto di noi si rivela in ciò che decidiamo di assaggiare? Quanto resta nascosto nei bocconi lasciati intatti?


Da Cesare ogni piatto racconta una storia ma quando convivi con un disturbo alimentare una degustazione smette di essere un gioco e diventa una prova di vita. È il Risotto alla Vecchia Milano. Lo desideri, lo brami. Ma la forchetta trema tra le dita, il cuore scalpita e il respiro si fa corto. Non è fame, è un duello. Sul piatto, il giallo del riso esplode senza esitazioni: ogni chicco sembra trattenere il peso di una parola non detta, di una promessa sospesa. Il midollo, morbido e avvolgente, si intreccia con la gremolada che come una lieve scossa, ricuce ogni dissonanza. È Milano raccontata in tre gesti dove tutto sembra perfetto.

Ed è lì, in quell’istante sospeso, che si svela la verità. Un piatto lasciato a metà non è mancanza di rispetto ma il racconto muto di una battaglia intima. La volontà di andare fino in fondo e il terrore di farlo davvero. È difficile da spiegare, per molti è solo cibo ma per altri, molti altri, è un’ombra che sovrasta il cuore. Ogni boccone diventa una scelta, ogni pausa un confronto, ogni gesto un piccolo esame di coraggio. E in quella tensione, tra brivido e bellezza, il piatto smette di essere materia e diventa specchio: della città, dei suoi sapori e di se stessi.

Eppure accade ogni giorno che la ristorazione accolga storie fragili che non fanno rumore. Nessuno sente il terremoto invisibile che ti scuote quando il piatto sfiora il tavolo. Mentre gli altri sorridono, tu combatti in silenzio. Il senso di colpa aumenta, la vergogna si fa incessante e mentre cerchi di nascondere la mano tremante, lo sguardo si perde e tutto si ferma.

Ma in fondo, quel risotto lasciato a metà, non parla di mancanza di apprezzamento ma di un piccolo segreto condiviso tra chi cucina e chi assaggia. È lì, nel silenzio di un boccone lasciato in sospeso che si apre la possibilità di incontrarsi, di riconoscersi, di sentirsi visibili nella propria fragilità. Forse il cibo non guarisce, forse non risolve ma ricorda che esistiamo, proviamo e ci cerchiamo tra i gesti quotidiani.


Dall'Italia

Recensioni, segnalazioni e tendenze dal Buonpaese, firmate da tutti gli autori legati a Identità Golose

Francesca Finazzi

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Francesca Finazzi

bergamasca, 26 anni, appassionata di cibo come racconto e scoperta, ama esplorare sapori, storie e territori con la stessa curiosità con cui ascolta i podcast: alla ricerca di voci, idee e ispirazioni. Ha appena concluso il Master in Food & Wine Communication all'Università Iulm di Milano

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