La Villa di Melfi è uno di quei luoghi che non si possono spiegare partendo dalla cucina. Per capirla davvero bisogna partire dalle persone, dalla loro storia, dai sacrifici che hanno modellato un progetto familiare prima ancora che un ristorante. È un percorso che attraversa generazioni, svolte inattese, cadute e ripartenze,.
LE ORIGINI. Per raccontarla bisogna tornare indietro, molto prima del 1999, a quando Michele Sonnessa, classe 1961, cresceva in un contesto rurale semplice: una famiglia umile, dove persone e animali condividevano gli stessi spazi, una quotidianità essenziale che gli ha insegnato presto il valore del lavoro e della dignità. La cucina arriva quasi naturale, seguendo le orme della madre che lavorava come cuoca nelle strutture della zona. Da lì, gli studi all’Alberghiero portati avanti con sacrifici enormi, le prime esperienze tra Avigliano, Potenza e poi più lontano, fino alle stagioni che lo formano come cuoco e come uomo. È uno di quei professionisti che non si risparmiano: negli anni in cui entra nella grande sala ricevimenti dell’area del Vulture arriva a gestire numeri impensabili per l’epoca, 180–200 matrimoni l’anno, mentre parallelamente lavora nella mensa dell’ospedale di Melfi. Una vita di doppie e triple turnazioni, senza un giorno libero.
Accanto a lui c’è Emanuela Casella, la ragazza della porta accanto, diventata moglie e compagna di lavoro. Lei avrebbe voluto aprire un atelier: era sarta, aveva talento, aveva idee. Ma la vita la porta altrove. Entra in sala “in punta di piedi”, come le sue celebri uscite con la moka del caffè che molti clienti ancora ricordano con emozione. È riservata, empatica, delicata: una presenza che trasforma una sala in un luogo di famiglia.
La Villa nasce nel 1999 in una piccola azienda agricola alle porte di Melfi, Potenza. Non per moda: per necessità e per visione. La zona è agricola e l’unica licenza possibile è quella agrituristica. Per molti sarebbe stato un limite; per Michele, invece, era l’occasione per realizzare un sogno: produrre materie prime proprie e portarle direttamente in cucina, quando ancora nessuno parlava di filiera corta. In Basilicata, negli anni 2000, l’agriturismo era associato a salumi, sott’oli e musica da ballo. Non alla ricerca, non alla tecnica, non a un’idea precisa di cucina. I Sonnessa lo sanno: per i primi anni non è semplice convincere la clientela che un agriturismo potesse avere la stessa dignità di un ristorante, che il Km0 non fosse un alibi ma una scelta.
La crisi arriva presto e colpisce duro: tra il 2003 e il 2004 l’indotto Fiat rallenta, i clienti diminuiscono, l’economia del territorio trema. La Villa rimane vuota per intere settimane. A volte per mesi. Per non sprecare, la famiglia arriva a consumare tutti i prodotti della propria azienda agricola. Eppure non mollano. Stringono i denti, ridisegnano il menu, riorganizzano il personale, resistono. Nel 2006 arriva il primo riconoscimento, quello che cambia lo sguardo degli altri: il Bib Gourmand Michelin, che accompagnerà La Villa per vent’anni consecutivi.
In quegli anni crescono anche i figli, Vito e Gabriele. Prima invertiti nei ruoli — Vito in sala a 8 anni, Gabriele in cucina a 6 — poi naturalmente riallineati alle loro vocazioni. La loro infanzia è fatta di tavoli da apparecchiare, pentole più grandi di loro, cambi turno, sparecchi e lavaggio stoviglie. Una scuola che insegna il valore del lavoro molto più di qualunque libro.

VITO E GABRIELE. Nel 2010 arriva la prova più difficile: la perdita di Emanuela, dopo quattro anni di malattia. Lei continua a lavorare finché può, perché «in sala si sentiva viva». Quando se ne va, lascia a Michele una frase che diventa bussola: «Non chiudere il ristorante». La Villa chiude per un anno. Poi, lentamente, riapre. È una ripartenza che non assomiglia a nessun’altra. Molti clienti si sono persi, anni di lavoro evaporati in pochi mesi. Ma la famiglia stringe i ranghi: Michele torna in cucina con la forza di sempre, Gabriele ricostruisce la sala cercando un equilibrio tra professionalità ed empatia, Vito accelera.
Ed è proprio Vito a diventare la scintilla della nuova fase. Classe 1991, studia all’alberghiero di Melfi e lì diventa fin da subito una delle punte di diamante della scuola, soprattutto nelle ore di cucina, dove brilla per attitudine e risultati. Vince concorsi, fa esperienze anche all’estero, ma la sua vera palestra resta la cucina di casa. È un cuoco istintivo, con una solida base tecnica e una forte componente autodidatta: osserva, prova, sbaglia, riprova, sperimenta. Porta nuove idee, impiattamenti contemporanei, tecniche diverse. Studia Bottura quando aveva ancora una stella, osserva Alajmo, lavora su una propria visione di territorio. Michele all’inizio osserva con diffidenza, poi con curiosità. Infine comprende che il testimone può essere passato. E lo passa davvero. Parallelamente, Gabriele si forma come sommelier AIS, studia modelli di sala come Pinchiorri, Palmieri, Will Guidara, ricostruisce un’identità che rispetta la tradizione materna ma dialoga con un’idea di accoglienza moderna, calibrata, personale. Diventa il prolungamento naturale della cucina del fratello.

Nel ricordo di un baccalà alla 'trainirj

Melanzana alla Parmigiana
LA CUCINA. La cucina di oggi è la sintesi di questo percorso. E raccontarla significa attraversare i piatti che definiscono l’identità dei Sonnessa. C’è “Nel ricordo di un baccalà alla ‘trainìrj’”, rivisitazione raffinata del baccalà alla carrettiera: una mousse di baccalà mantecata con l’olio del peperone crusco, crema di peperone al centro e crusco croccante in superficie, amouse-bouche che unisce memoria e tecnica. La Melanzana alla “parmigiana” secondo famiglia Sonnessa lavora sull’eleganza: melanzana in oliocottura, farcia di crema di mortadella da maialino nero e mozzarella, con un ragù di cottura che profuma di casa. La Lombatina di agnello lattone del Vulture, scottata alla brace con erbette spontanee, è completata da un fondo tirato con Aglianico e scarola campestre: un piatto che parla il dialetto del territorio. Il Roastbeef di podolica, marinato con erbette, scottato e servito sottile, trova equilibrio nel composè di datterino rosso, ricotta forte e cipolla caramellata. Infine il Cannellone di Nonna Anna, tributo familiare con farcia di vitellino e maialino alle erbette, pecorino melfitano, riduzione di datterino, estratto di basilico e fonduta di pecorino.
I dessert, oggi, sono uno dei pilastri della nuova identità de La Villa: non a caso il percorso di Vito in questo campo è stato riconosciuto a livello nazionale. La Ricotta e pera diventa una pera coscia CBT alla vaniglia — frutto che la famiglia produce in piccole quantità — accompagnata da gelato di ricotta vaccina al miele di castagno e crumble di mandorle. Il Grande Puffo gioca sulle consistenze del cioccolato bianco, con amarene di produzione propria e gianduia su sablé alle mandorle. Castagne, cioccolato e nocciole è la reinterpretazione del “castagnaccio” melfitano: semifreddo di castagne al vapore con lauro ed erbe aromatiche, cioccolato, anice stellato e crumble di nocciole.
Non sorprende, quindi, che nell’ultima cerimonia della Guida Michelin, tenuta il 19 novembre 2025, sia arrivato un riconoscimento dal valore simbolico importante: il Premio Passion Dessert, assegnato a Vito Sonnessa per la cura, la sensibilità e la profondità con cui ha portato il dessert — e tutto il comparto lievitati, dal pane ai panettoni — al centro del progetto de La Villa. È un premio che non celebra solo la tecnica: celebra le notti in laboratorio, le giornate da quattordici ore, le rinunce, i sacrifici, le cadute trasformate in possibilità.

Grande puffo e Castagne, cioccolato e nocciole
Oggi La Villa è un agriturismo nel senso più autentico del termine: 16 ettari di terreni, un olio prodotto in casa, frutta coltivata e raccolta direttamente dall’azienda agricola, orti, animali da cortile e una filiera che esiste davvero. Ma non è l’“agriturismo” che per anni, in zona, veniva percepito come un ristorante di serie C, come spesso accadeva nell’immaginario popolare. Al contrario, è una realtà che ha superato quella visione riduttiva, trasformando le radici contadine in una cucina consapevole, tecnica e contemporanea. La nuova sala e la nuova cucina a vista sono i prossimi sogni da realizzare. Perché i Sonnessa hanno capito che la loro forza non è il traguardo, ma il cammino.
Quando abbiamo chiesto a Gabriele quale fosse la domanda che nessuno aveva mai fatto, quella che avrebbero voluto sentirsi rivolgere, non ha esitato: «Quanto è stato difficile andare avanti nonostante tutto?». La risposta racchiude ciò che La Villa è davvero: «È stato difficilissimo. Ma ogni caduta ci ha resi più uniti, più affamati, più determinati. Abbiamo capito che investire su noi stessi è la scelta più sicura che potessimo fare». È forse questa la vittoria più grande: aver trasformato un sogno di famiglia in un’identità che oggi parla a un territorio intero.