I 50 Best ridisegnano il mondo

Anti-Michelin per eccellenza, sono il solo evento che mette tutti alla pari. A volte pure sbagliando

08-06-2015
Massimo Bottura, mai così in alto come nella clas

Massimo Bottura, mai così in alto come nella classifica 2015 dei World's 50 Best Restaurants, secondo dietro al catalano Joan Roca, primo asieme con i fratelli Josep e Jordi grazie alla perfezione raggiunta a Girona dal Celler de Can Roca

Rieccoci con The World’s 50 Best Restaurants una settimana dopo la proclamazione dei migliori 50 locali al mondo. Sorridono in tanti, sono scontenti alcuni. Sorridono di certo i tre sul podio. I fratelli Roca, Joan, Josep e Jordi, perché sono tornati primi, Massimo Bottura perché ha fatto un passato in avanti, e da terzo è ora secondo, e con loro pure René Redzepi che in cuor suo si aspettava di perdere più di due posizioni. Sorride pure Virgilio Martinez, peruviano, quarto assoluto da 15° che era. Idem per il giapponese Yoshihiro Narisawa, era 14° e adesso eccolo ottavo.

Daniel Humm, chef e patron a Manhattan, invece non ha sorriso quando ha scoperto di essere scivolato all’indietro, quinto, -1. Mai però come Grant Achatz – ci siamo spostati a Chicago -, da nono a 26° quando si aspettava di avvicinarsi al podio. La verità è che le lobby eccome se esistono e le simpatie pure, però bisogna saperle usare, avere contatti e una strategia anche per non farsi beccare compilando schede fotocopia.

Gaggan Anand, chef del ristorante Gaggan a Bangkok, 10° classificato nell'ultima edizione dei 50 Best il 1° giugno a Londra. Anche lui non scappa dall'imperativo di un selfie

Gaggan Anand, chef del ristorante Gaggan a Bangkok, 10° classificato nell'ultima edizione dei 50 Best il 1° giugno a Londra. Anche lui non scappa dall'imperativo di un selfie

Gli Stati Uniti ad esempio, forti di 108 voti, hanno fatto massa ma in fondo poca qualità. C’è almeno un posto targato USA in ogni decina (per capirci, le posizioni numero 5, 18, 26, 40, 49 e 50), più altri 9 tra il 51° e il 100° per un totale di 15 locali, ma se i migliori rotolano all’indietro conta in fondo poco. Tra l’altro, alla vigilia del passaggio della premiazione da Londra a New York la prossima primavera.

Sette nei primi 50 per la Spagna (1-6-13-17-19-39-42) e altri tre nella seconda lista, totale 10. Cinque (+3, totale 8) per la Francia, però 0 nei primi 10 (11° il Mirazur di Mauro Colagreco e 12° L’Arpège di Alain Passard) e questo spiega perché i 50 Best non facciano impazzire di gioia chi popola il pianeta haute cuisine française. I cugini si tengono ben stretta la loro Michelin e un modo di giudicare a volte magari datato in certi aspetti ma che detta legge da oltre un secolo. Purtroppo per loro, a cavallo tra vecchio e nuovo secolo, sul mondo si è abbattuto l’uragano Adrià che ha liberato mille energie e portato alla ribalta cucine che un tempo erano relegate nei recinti etnici e oggi invece se la giocano con i primi. E questo soprattutto grazie al circo mediatico dei 50 Best, i cui echi raggiungono ogni angolo del globo.

Elisabetta Serraiotto, responsabile marketing & comunicazione del Consorzio di Tutela Grana Padano

Elisabetta Serraiotto, responsabile marketing & comunicazione del Consorzio di Tutela Grana Padano

Per quanto da una decina di anni la Rossa tocchi nuove aree, rimane estranea a continenti interi, uno su tutti: il Sud America. E anche dove è presente, il Nord America ad esempio o l’Asia, prende in considerazione solo alcune metropoli, come New York, Hong Kong, Tokyo, esattamente come in certe realtà europee, vedere i Paesi del Nord. I 50 Best invece abbracciano il mondo, e qui nasce la loro forza mediatica, un globo suddiviso in 27 aree. Alcuni paesi fanno corsa solitaria, Germania, Francia e Italia ad esempio, altri vengono diluiti in panel più vasti come Russia, Asia Centrale e Europa dell’Est piuttosto che Centro America, Messico e Caraibi.

Questa democraticità, questo far partire tutti dalla stessa linea, ha in sé un pericoloso tallone d’Achille perché le nazioni non vengono pesate gastronomicamente ma secondo criteri di marketing e di show business globali. Succede così che un’Italia forte di 332 locali stellati, nei primi 50 al mondo è presente tre volte, con Massimo Bottura, Enrico Crippa e Massimiliano Alajmo, come il Messico (Enrique Olvera, il terzetto di chef di Biko, nonché Jorge Vallejo) o il Perù (Martinez, Diego Munoz e Mitsuharu Tsumura) dove abbiamo dei generali senza esercito. E questo, in fondo, vale pure per la Francia, 609 stellati e tanto calpestare i marciapiedi delle retrovie.

Massimo Bottura intervistato a Londra la sera del 1° giugno dal giornalista Ryan King. Un'ora dopo il modenese saprà che la sua Osteria Francescana è stata votata secondo ristorante al mondo da un panel globale di 972 esperti

Massimo Bottura intervistato a Londra la sera del 1° giugno dal giornalista Ryan King. Un'ora dopo il modenese saprà che la sua Osteria Francescana è stata votata secondo ristorante al mondo da un panel globale di 972 esperti

Per le rispettive storie, noi e i nostri cugini meriteremmo di essere divisi in due gruppi distinti tipo da Milano a Firenze, da Roma a Ragusa così come Parigi e il nord, nonché da Lione a Marsiglia. Non lo penso solo io, purtroppo però questo raddoppierebbe il numero di ristoranti delle due terre a scapito delle nuove frontiere che, ridimensionate nella graduatoria, probabilmente ridurrebbero i loro investimenti non avendo più tanti interessi a pompare una classifica iridata troppo euro-centrica e non accontentandosi dei 50 Best Asia e di quelli sudamericani.

In una direzione diversa, potrebbero ad esempio esprimersi alcuni sponsor, tre sono italiani e pesanti. Agli storici S.Pellegrino e Lavazza si è aggiunto infatti quest’anno Grana Padano, giganti che però hanno interessi che vanno ben oltre i confini tricolori – contano di piacere ovunque come brand italiani di portata mondiale - e molto probabilmente non hanno interesse a farsi risucchiare nelle polemiche tra chef e media di un paio di paesi e basta.


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