Spendere male una fortuna XXL

Nel 1996 in Langa, tre coppie a tartufi arrivando da Milano in elicottero. Conto alle stelle, ma trovarono caro solo il vino

10-11-2020

XXL, 50 piatti che hanno allargato la mia vita, scritto da Paolo Marchi assieme con Annalisa Cavaleri, è stato pubblicato da Mondadori Electa nell'ottobre 2014, la prefazione è firmata da Oscar Farinetti. Questo è il 31° di cinquanta racconti

Sabato 14 settembre 1996 è stata una giornata che la Lega di Bossi cercò di far passare alla storia con una scampagnata alle sorgenti del Po sul Monviso. Una volta raccolta l’acqua del grande fiume si fece tanto folclore, ma poi sappiamo come è andato a finire questo progetto.

Anche io, quel giorno, dovevo andare in Piemonte, ma per tutt'altro motivo: intervistare Angelo Gaja perché raccontasse ai lettori del Giornale come si può conquistare il mondo con due vini, il Barolo e il Barbaresco, che non appartengono certo alla grande famiglia dei vitigni internazionali.

Il Monviso al tramonto visto da Bra. Foto di Fulvio314

Il Monviso al tramonto visto da Bra. Foto di Fulvio314

A un certo punto, quella che doveva essere una giornata intera in cantina, si trasformò in un pranzo, Gaja e io, al Cascinale Nuovo dei fratelli Ferretto, Walter e Roberto. Angelo lo scelse perché lo avevo pregato di incontrarci il più vicino possibile al casello di Asti Est. Non potevo perdere tempo: erano successi un paio di pasticci in redazione e a casa mia e, quindi, sarei dovuto tornare presto a Milano.

Ci fecero accomodare al tavolo d’angolo di una sala che, presto, avrebbe visto arrivare altre otto persone, sei a un tavolo, due a un altro. Quello che successe non l’ho mai dimenticato, perché fotografa più di milioni di parole l’ignoranza dell’italiano medio in materia di cibo e di vino, la mancanza totale di rispetto verso chi lavora per offrire il meglio, l’incapacità di dare il giusto valore a un pranzo piuttosto che a una bottiglia.

Noi italiani sappiamo tutto della moda, delle auto, dei cellulari, dell'intimo di Belen, dei biglietti per una partita di calcio, ma non si è mai sentito nessuno

arrabbiarsi con la Ferrari o con Armani perché un bolide o un capo di alta moda costano troppo. Tutti sanno che, se vai in un grande magazzino, spenderai cento volte meno per vestirti rispetto alla boutique di via Monte Napoleone.

Quando, invece, le persone decidono di cenare in un locale di altissima qualità, subito a dire quanto sia buona e conveniente la cofana di pasta della trattoria preferita. Eppure tanti accettano, senza quasi fiatare, che un paio di occhiali griffati siano in vendita a mille o duemila euro, ma danno del ladro al ristoratore se il conto supera i cento, come se il cuoco facesse la spesa al discount per intascarsi il più possibile.

Tornando a quel pranzo, Gaja e io fummo i primi a ordinare. In attesa dell’antipasto, arrivarono gli ospiti del tavolo da sei: tre ragazze molto appariscenti, che avrebbero potuto giocare a pallacanestro tanto erano alte, con tre signori italiani che non erano certo né i mariti, né i datori di lavoro. Ben più

tardi si presentarono gli ultimi due, signori di una certa età, che più che al cibo sembravo aspettare non so che. L'avrei scoperto dopo.

Non ricordo quello che ordinai, ma difficilmente avrò rinunciato a una strepitosa cipolla ripiena, marchio di fabbrica dei Ferretto. Quando ci venne chiesto se desideravamo un dolce io rilanciai: «Ho visto un ricco carrello dei formaggi all’ingresso. Posso averne?».

Gaja mi disse che il formaggio era veleno per la sua dieta e che ne approfittava per andare a fare una telefonata. Si alzò e uscì.

Io, invece, salutai con gioia il piatto di formaggi che mi arrivò davanti. E, in quel preciso istante, uno degli accompagnatori del Trio Meraviglia si voltò verso di me e, invitando gli altri al suo tavolo ad alzare i calici, propose un brindisi al

sottoscritto: «Perché lei fa tantissimo per il nome dell’Italia nel mondo». Per pura coincidenza, entrò Roberto Ferretto: «No, lui non è Gaja, bensì Paolo Marchi».

Imperturbabile, il segnore si disse lettore accanito del Giornale e, naturalmente, delle mie rubriche. Lo ringraziai e lui: «Però dica al suo amico che i suoi vini sono ottimi, ma anche troppo cari». Sorrisi a metà, giusto per educazione, e mi concentrai sul mio piatto di formaggio.

Al momento di andare verso il parcheggio per tornare a Milano, scoprii tutto di quel tavolo e anche di quei due signori seduti nell'angolo, titolari di una discoteca poco distante. In sintesi: i tre lavoravano all'estero e avevano portato in gita-premio le loro amiche, smaniose di mangiare tartufo bianco a go go. Erano arrivati il giorno prima in elicottero da Milano, avevano chiesto un capannone per metterlo al riparo e una persona che lo sorvegliasse a vista, fino a quando non sarebbero ripartiti.

Poi, nonostante fosse quasi pomeriggio, avevano fatto aprire il ristorante per mangiare subito tartufo. La sera seguì una cena pantagruelica e una serata in discoteca con un conto finale così importante che, i titolari del locale, quei due signori seduti in fondo, si sentirono in obbligo l’indomani, prima che ripartissero, di offrire loro una bottiglia costosa. Clienti così non passano tutte le sere. Mettiamoci poi il pranzo e la cena del sabato e possiamo immaginare quanti milioni di lire costarono loro quei due giorni in Langa. Elicottero... tartufo... vini... eppure per loro a essere caro era il Barbaresco di Gaja. Desolante.


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