Ripensare le enoteche dopo l'emergenza

Non solo i ristoranti; cambieranno anche i luoghi e i modelli tradizionali di vendita del vino. Un punto di vista dal confine

21-04-2020

Sono titolare di un’enoteca nell’entroterra ligure, al confine. Vivere qui significa frequentare sempre un doppio tessuto sociale: parliamo due lingue, varchiamo quotidianamente il confine per lavoro, commercio, compere o visite mediche. Usi, abitudini e culture si intrecciano e si fondono. Impariamo a conoscere, rispettare e convivere con leggi diverse.

L’emergenza Covid-19 ci ha costretti a destreggiarci tra due tempistiche di lockdown e chiusure profondamente diverse. Quando qui in Italia eravamo già soggetti alle restrizioni imposte dal nostro governo, una nutrita schiera di frontalieri continuava a scavalcare il confine in un senso e nell’altro, mettendo a rischio la propria salute e quella degli altri.

In questi giorni il problema è comune a entrambi: l’economia di questa porzione d’Europa, fondata principalmente sul comparto agricolo e turistico, è completamente ferma, di qua e di là del confine. Bar, ristoranti, alberghi, stabilimenti balneari sono chiusi. E molte seconde case, che in questi mesi dell’anno cominciano piano piano a triplicare il numero di persone presenti sul territorio, sono rimaste vuote. A Montecarlo e in Costa Azzurra una bella fetta di indotto è centrata su turismo, attracchi ai porti e i lunghi soggiorni chi viene a cercare un clima notoriamente più mite che altrove.

In questo quadro, le enoteche - che possono rimanere aperte sia in Italia, sia sul territorio francese – devono fare i conti con una perdita del 90% sui tradizionali canali di vendita. Dati in contrasto con quelli che segnalano incrementi, anche nell’ordine del 40%, sulle vendite di vino doc nella grande distribuzione e nelle piattaforme online.

La realtà è che le enoteche sono in forte sofferenza perché la clientela le vive da sempre come luoghi d’incontro in cui si socializza, si assaggia del vino, si passa del tempo confrontandosi su questa o quella etichetta. Il distanziamento sociale ha posto un veto su queste dinamiche, rendendo impersonale anche l’acquisto del vino.

L’emergenza ha colto largamente impreparata la nostra filiera. Ha segnalato l’urgenza di individuare un modo diverso di comunicare, non per una questione di logistica – bene o male, siamo tutti attrezzati per il servizio a domicilio - ma proprio nella ridefinizione di un nuovo modo di socializzare a distanza, magari con un calice in mano.

È fondamentale ottimizzare il tempo in questa situazione di disagio. Ingegnarsi per crescere professionalmente. Formare i propri dipendenti a nuovi compiti e missioni. Studiare nuove strategie per rientrare immediatamente più stimolati e stimolanti sul mercato. Ridisegnare figure che, anche a distanza, mantengano saldi i legami e la vicinanza con la realtà vitivinicola. Creare nuove sinergie coi ristoratori in regime di distanza sociale. Trovare nuovi assetti coi produttori. Ridefinire nuove regole di commercio.

Disperdere il nostro patrimonio di conoscenza, passione e comunicazione significherebbe aver ceduto al virus. Solo facendo tutti un grande sforzo di riqualificazione imprenditoriale potremmo davvero dire “andrà tutto bene”.


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