Un tè nel decumano

Viaggio nel padiglione dell'Iran. Tra antiche saggezze, bevande calde e specialità consolatorie

14-05-2015
Tè verde, lavanda, tè alla cannella. Sono alcune

Tè verde, lavanda, tè alla cannella. Sono alcune delle calde bevande che è possibile gustare al padiglione dell'Iran a Expo, accanto ai piatti popolari della tradizione, molti a base di riso, verdure e zafferano

Fa leva sul concetto di saggezza il macroscopico padiglione dell’Iran. E non potrebbe essere altrimenti per un paese stratificato su 5mila anni di storia, popolare nelle cronache recenti per il silenziatore nucleare messo da Barack Obama ad Hassan Rohani, ma in quelle dei testi universitari per il grande apporto fornito dai maestri della grande Persia, anche all’Occidente.

È per questo che sulla rampa appena dopo l’ingresso spiccano sì videate sulle risorse che crescono attorno a Teheran (erbe e vegetali perlopiù) ma soprattutto i mezzobusti dei grandi padri iraniani, dal poeta Saadi Shirazi al matematico-astronomo-filosofo Omar Khayyam. Ognuno reca in calce perle di saggezza, un lascito prezioso anche oggi. Come quello scritto sotto ad Avicenna, figura tra le più studiate in assoluto nelle nostre facoltà umanistiche: «Ogni verdura che cresce lungo un fiume», disse un migliaio d'anni fa il medico-filosofo-matematico, «è un tocco di labbra angeliche. Non trattate male le verdure». Profetico.

Il concept architettonico del padiglione si ispira al Sofreh-ye Aghd, il tappeto sopra cui, nei banchetti nuziali, vengono disposte le portate del pranzo

Il concept architettonico del padiglione si ispira al Sofreh-ye Aghd, il tappeto sopra cui, nei banchetti nuziali, vengono disposte le portate del pranzo

Nulla di tutto ciò accade tra le pareti con iscrizioni elettroniche della "tenda" iraniana, una "pelle" che riproduce i ricami della Sofreh-ye Aghd, il tappeto sopra cui, nei banchetti nuziali, vengono poggiate le portate del pranzo che gli invitati andranno a consumare. I convenuti di Expo sono invitati a disporre a volontà dei gioielli del paese: datteri, zafferano, pistacchio, caviale (i modi con cui si aggirano i divieti di pesca di storione e la distribuzione nel mondo delle sue uova meriterebbero un dossier a parte) e le splendide bevande calde nazionali.

L’angolo della ristorazione contempla per il momento una carta di antipasti, primi e secondi: la frutta delle intenzioni iniziali deve ancora superare le maglie burocratiche di Expo. E parliamo di primi piatti perché così gli iraniani stessi considerano le pietanze a base di riso, l’alimento più consumato del paese, accoppiato spesso allo zafferano e alle verdure. Evviva allora lo Zereshk Polo ba Morgh: riso bianco, zafferano, pistacchio, mandorle, pollo e spezie. O le Melanzane Dolma, frizzantine nel loro ensemble con piselli, riso, carne, zucchero e succo di limone.

Prima, sono interessanti le entrée, soprattutto quelle costruite attorno al kashk, elaborato caseario del latte, una sorta di «Yogurt – leggiamo su Wikipedia in assenza di traduzioni convincenti in italiano - fermentato e di grano o grano saraceno, il tutto finemente macinato ed essiccato». Il latte più diffuso è quello di capra ma, a seconda della zona geografica che si prende in esame, può essere d’altro genere: vaccino se non, nelle aree più remote, d’asino.

E’ invece meno aggressive di quel che la composizione lascia intendere lo Shami-Pook: manzo o agnello con cipolle, noci, salsa melograno, spezie e zucchero, un piatto unico se si decide di far capolino all’ora di pranzo. Alla sera la chiusura è dolce e poetica con lo Sholeh-zard: rose, acqua di rose, zafferano, burro, mandorle e pistacchio, cannella e polvere di rose. Il tutto per un prezzo medio di 10 euro a piatto.


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