Appuntamento in Kazakhstan

Vi raccontiamo il padiglione e i cibi tradizionali dello Stato che ospiterà il "mini-Expo" del 2017

10-10-2015
L'esterno del padiglione del Kazakhstan, uno dei p

L'esterno del padiglione del Kazakhstan, uno dei più belli e visitati di Expo 2015. Porta le insegne di Astana 2017, ossia il prossimo mini-Expo programmato per tre mesi, tra due anni, nella capitale del paese asiatico

“Un Paese così grande, di cui sappiamo così poco”: la frase sintetizza mirabilmente le ragioni che hanno spinto il Kazakhstan a essere presente in Expo con un padiglione ricco per investimenti compiuti e attrattività; occupa un’area complessiva di 2.396 metri quadri, mira a sensibilizzare il visitatore sul tema della tutela delle risorse agricole e naturali, sulla cultura e l’idea dello sviluppo sostenibile, sulla cui rotta il Paese vuole decisamente incamminarsi.

Lo Stato a cavallo tra Europa ed Asia, già appartenente all’Urss, è decisamente poco conosciuto in Occidente. Eppure è un gigante che si è incamminato da tempo – e con le inevitabili contraddizioni, specie in ambito democratico – sulla via dello sviluppo economico. Occupa una superficie monstre di oltre 2,7 milioni di chilometri quadrati (nove volta l’Italia, per intenderci), ma è abitato da neanche 17,5 milioni di abitanti. E’ il più grande Stato del mondo non avente accesso al mare, il Mar Caspio è considerato un lago.

Un rendering dell'edificio simbolo di Astana 2017

Un rendering dell'edificio simbolo di Astana 2017

Insomma, una realtà che ha molto da raccontare. Lo fa a Expo avvolgendo il visitatore – reduce dalle file “allietate” dagli ormai famigerati cantanti kazaki - in un turbine d’informazioni, immagini ed emozioni. Lo proietta ad Astana, la nuova capitale (ha sostituito quella storica Almaty, in epoca sovietica chiamata Alma-Ata), un milione di abitanti e 6 ore di volo da Milano. E’ la classica città nata dal nulla, ricca di edifici avveniristici; vuole imporsi nell’immaginario collettivo come metropoli del futuro, e lo farà ospitando la prossima edizione di una sorta di “Expo di mezzo”, in questo caso tra Milano 2015 e Dubai 2020, che già può vantare numeri ragguardevoli: tra il 10 giugno e il 10 settembre, per tre mesi, la capitale kazaka ospiterà più di 100 nazioni, con 5 milioni di visitatori previsti e mille eventi, sul tema “L’energia del futuro”.

Ma torniamo all’oggi. Anzi al passato: perché il padiglione del Kazakhstan vuole innanzitutto raccontare la storia di uno Stato certo giovane, ma con radici forti che affondano nella roccia, la stessa dove sono scolpite incisioni rupestri risalenti a più di 3mila anni fa. E poi si sviluppano con le prime forme d’unione statuale tra i nomadi della regioni, nel khanato di Kazan’, tra XV e XVI secolo. Un’esperienza interrotta da Ivan il Terribile, ossia lo zar Ivan IV, che nel 1552 pose fine all’indipendenza e inaugurò i secoli di dominio russo. Fino alla ritrovata libertà, nel 1991. 

Una delle sale del padiglione kazako

Una delle sale del padiglione kazako

Queste vicende vengono rievocate attraverso un affascinante spettacolo artistico con la sabbia. E’ l’inizio di un percorso di visita suddiviso in più sale: s’inizia con il racconto della scienza agronomica kazaka, delle risorse naturali, dell’uso dell’acqua, delle nuove tecniche agricole sostenibili e dell’acquacultura (c’è un acquario con storioni del Caspio, da cui si ottiene il famoso caviale). Si assaggia il kumis, il latte di giumenta fermentato, dal gusto forte. 

E poi ancora: la storia delle mele, che derivano tutte da antiche varietà kazake; un’installazione che emana profumo di tulipani selvatici (ve ne sono 30 varietà diverse. Nel XVI proprio da qui giunsero al giardino botanico di Leida, in Olanda, dando origine a una tradizione che ben conosciamo). Conclude l’esposizione una sala 3D, con poltroncine dinamiche che rispondono alle sollecitazioni del filmato: un’esperienza splendida, che vale di per sé la coda fatta per entrare. 

Oggi il Kazakhstan, come si diceva, è un Paese in rapida crescita, dove il 26% della forza lavoro è impiegata nell’agricoltura, che riguarda però solo il 10% di un territorio per vasta parte pianeggiante ma stepposo, qui si trova la steppa arida più estesa del pianeta. In questi spazi infiniti (è il nono Stato più grande del mondo) si pratica ancora diffusamente l’allevamento, soprattutto ovino ma anche equino, suino e di cammelli (i ¾ dei terreni agricoli sono adibiti a pascoli).

La pasta lagman, insalata di cavallo, piattino con basturma e cheburek: davvero godibile il pasto al ristorante kazako

La pasta lagman, insalata di cavallo, piattino con basturma e cheburek: davvero godibile il pasto al ristorante kazako

Chiaro che tutti questi fattori abbiano dato origine a una tradizione alimentare che deve molto al mondo nomade. Se ne può ascoltare l’eco nel ristorante del padiglione, un indirizzo interessante e di buona qualità. Non sorprenda di trovarvi piatti di pasta, se è vero che proprio su queste vie tra Oriente e Occidente l'uso della pasta fresca d’origine cinese pare abbia ispirato in qualche (ma il tema è controverso) quello della pasta secca nostrana.

Noi abbiamo assaggiato appunto la pasta, ossia un piatto chiamato lagman, tagliolini con manzo e verdure saltate, assai godibili coi loro sentori speziati; basturma (carne di cavallo essiccata); samsa (fagotti di pasta fritta ripiena di manzo e zucca); cheburek (raviolo fritto ripieno di agnello e accompagnato da cipolle verdi), tutti molto buoni. Ma ci attirava anche lo shashlik, grigliata di carne marinata, magari da mangiare con i baursaks, gnocchi fritti lievitati. Per non parlare del caviale, di più tipologie… Insomma, un buon motivo per tornare. O prendere un aereo, direzione Est.


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