Il piacere di sperimentare, trasmesso con un nome dai molteplici significati. Revén si chiama l’ultima creatura di Ruggeri Valdobbiadene: un Prosecco Superiore Docg Brut Millesimato, che trasmette la potenza di una visione accanto alla ripidità delle colline e all’identità di un territorio attraverso il linguaggio. Come sottolinea la general manager Laura Mayr alla presentazione nella cornice suggestiva del Garden Senato Milano: «Richiama anche il rigoglio della vite quando viene tagliata e la prima persona plurale del verbo rivar, “arriviamo”… Perché è un punto di arrivo».
Uno di quelli che l’azienda, nata oltre 75 anni fa, ha coraggiosamente perseguito in questi anni. «Già nel 2004 avevamo ideato e lanciato sul mercato uno spumante fatto con Glera Docg con un tenore zuccherino più basso, quindi un Extrabrut, quando ancora non era possibile farlo da disciplinare – ha ricordato – In anni più recenti abbiamo lavorato con il tempo. Con Cinqueanni e con la prima versione di Ladaltempo, 60 mesi sui lieviti. Sì, ci piace sperimentare».

La colline di Valdobbiadene
Territori inesplorati che si aprono alla ricerca e al lavoro di
Ruggeri Valdobbiadene, con una bussola precisa: «Pensiamo che la
Glera abbia ancora tantissimo da dire. Il nostro territorio è una zona molto variegata, pur non essendo grandissima. Siamo partiti dalle colline e abbiamo voluto studiare le rive, territori di pregio con pendenze importanti, attraverso microvinificazioni. Volevamo capire cosa potessero darci individualmente, ma anche la sintesi». Senza poterla chiamare – per ora - Cuvée di Rive, ma affidandosi a questo nome di fantasia che abbraccia differenti realtà. Il tutto con il
Metodo Ruggeri, che prevede una sosta sui lieviti decisamente superiore a quella dei metodi di produzione tradizionali: per
Revén almeno sei mesi prima dell’imbottigliamento.
Non è una mera somma delle parti questo Millesimo 2025, come sottolinea Paolo Bisol, bensì un’armonia che si inserisce con naturalezza nella storia dell’azienda. E questa storia, intrisa di amore per il territorio, scorre nelle vene di Paolo, il cui padre Giustino fondò la cantina con il cugino Luciano Ruggeri.

Laura Mayr, general manager di Ruggeri Valdobbiadene, con Paolo Bisol, figlio del fondatore Giustino e oggi ambasciatore e portavoce della visione dell'azienda vitivinicola

La colline di Valdobbiadene
Si affacciano numeri, non asettici, bensì capaci di caricarsi di poesia: dieci, come i vigneti (altitudine media, 305 metri) sottoposti a un’analisi approfondita. Ripagando con un mondo inesauribile di sorprese. «Una riva è un terreno in cui si entra solo a piedi… Soffice, più ricco di insetti e varietà di flora spontanea. Questo si riflette nella vitalità della vite» sottolinea
Paolo. Ben 116, ad esempio, le erbe spontanee. Le settanta pagine di rapporto narrano dal punto di vista scientifico ciò che prima si poteva intuire grazie all’esperienza e all’amore per questa terra. «Perché
Ruggeri ha sempre lavorato tantissimo in questa ricerca, che è fondamentale – sottolinea ancora
Paolo Bisol – Quando si raggiunge il punto di equilibrio, scatta una piccola magia, si ottiene qualcosa di diverso, che davvero è molto di più della somma delle parti». Evoca quando ha partecipato, ripetutamente, alla realizzazione degli assemblaggi ed è entusiasmante quando si arriva a questo punto: «Questa di
Revén è un’idea che mi sarebbe piaciuto avere, invece l’ha avuta
Andrea Canal che lavora con noi da tanti anni e tutti l'hanno sposata subito».
Analizzare e dare una definizione a ciò che fa parte naturalmente di noi: «Non avremmo mai pensato a definire una riva, perché per noi che stiamo lì è automatico, ma sempre per definirla in maniera estremamente sintetica, una riva è appunto un vigneto nel quale si entra solo a piedi, non c'è alternativa. Questo perché la pendenza è troppo elevata e perché gli spazi sono troppo ristretti; perciò, il lavoro è fatto tutto a mano. Tutto ciò dà un senso di grande dedizione, di amore per la terra e di lavoro, ma ha una conseguenza pratica molto importante e molto diretta sul terreno come dicevo». Quindi, sulla qualità del prodotto, che fin dall’etichetta sussurra la natura e il fascino di questi vigneti.
È toccato poi all’enologo
Andrea Canal andare nel dettaglio di questa operazione: «Sono stati analizzati parecchi parametri, iniziando dal suolo per capire cosa trovano le radici. La sua tessitura, la composizione chimica, le proprietà pedologiche di ogni suolo e anche la flora. La parte orientale presenta un suolo più grasso, quindi i vini saranno più fragranti, più grassi in bocca, con un corpo più evoluto, mentre la parte di Valdobbiadene, quella occidentale, ha terreni più magri, più poveri, più verticali e questo lo sentirete sul vino». I terreni, per essere selezionati nel progetto, dovevano avere almeno il 30% di pendenza: si è giunti al 49%. Di qui la raccolta manuale.
Sono state prelevate 40 foglie per ogni vigneto e analizzate in tre momenti differenti dell'anno, ovvero fine fioritura, invaiatura e maturazione. Le differenze affiorano all’arrivo della maturazione, con una nettamente maggiore quantità di nutrienti.
Oppure, gli acini, analizzati nella maturazione per uno studio del bouquet florale: «Abbiamo capito che in maturazione i vigneti in riva hanno una quantità maggiore di benzenoidi e terpeni. Sapevamo già che i vini, prettamente del Comune di Valdobbiadene, hanno dei sensori più fini, più eleganti che richiamano i fiori e sensazioni fruttate di polpa bianca, ma questo ora è emerso a livello scientifico».

Lo chef Lorenzo Cogo con Laura Mayr
Altri dettagli sono venuti alla luce, che spiegano ad esempio l’esigenza di questo vino di prendersi del tempo. Sono trend, non risultati, - si rimarca - perché mancano due anni al completamento della sperimentazione, ma tutti nella squadra sono carichi di entusiasmo e pure emozione.
Il risultato già scritto è nel bicchiere. Revén accarezza lo sguardo con la finezza del suo perlage e accoglie poi con le sue note di acacia e gelsomino, ma anche di mela verde e pera estiva, con un tocco speziato e balsamico: al Garden Senato quest’unione di aromi viene celebrata visivamente con i frutti accostati alla bottiglia e si lodano le piccole pere di San Pietro come compagne fedeli di questa zona. L’armonia è anche decretata da freschezza e sapidità, da solidità ed eleganza. Trovando ulteriore concretezza nell’abbinamento di chef Lorenzo Cogo con il Risotto alle spezie, peperone, limone nero e pepe Timut.