Il vino rosso va servito a temperatura ambiente e non si mette in frigo. Bene, così d’estate possiamo bere vini cotti. I bianchi, invece, devono essere bevuti entro un paio d’anni dall’uscita in commercio. E questo è il modo migliore di perdere per strada tutte le complessità che queste bottiglie possono regalarci. Al Sud, invece, si fanno solo vini alcolici e pesanti. E magari con tanto legno. Beh, forse ci siamo fermati agli anni Novanta. Questi sono solo tre pregiudizi, luoghi comuni, che si sentono a riguardo del vino. E potremmo andare avanti per ore, parlando di tappo a vite, vini passiti, vini naturali, piwi e quant’altro. Il consiglio che diamo, come redazione di Identità di Vino, è uno solo: non fermarsi all’apparenze. Noi diamo una dozzina di suggerimenti, nella certezza di regalare anche belle sorprese. Per il resto, non resta che assaggiare. Senza pregiudizi. (Dalla newsletter 212 di Identità di Vino)
RF
Asti Docg, immediato ma non banale
Durante l’ultima edizione del congresso di Identità Golose, il presidente del consorzio dell’Asti Spumante, Stefano Ricagno ha confermato: «L'Asti Spumante e il Moscato d'Asti sono denominazioni tra le più riconoscibili del panorama enologico italiano, non solo per la complessità del loro quadro aromatico, unico al mondo, ma anche per qualcosa di più immediato e più difficile da costruire artificialmente: la piacevolezza. Sono vini che piacciono al primo sorso, che non richiedono esperienza enologica per essere apprezzati, che portano con sé un'aromaticità floreale e fruttata che il vitigno Moscato bianco esprime con una generosità rara nel panorama italiano e mondiale. Ma c'è un altro elemento che li caratterizza: la gradazione alcolica. L'Asti Spumante si aggira intorno ai sette gradi, il Moscato d'Asti tra i cinque e i sei. In un momento storico in cui il mondo del vino guarda al contenuto alcolico con attenzione crescente, per varie ragioni che vanno dalla salute, ai nuovi stili di vita, a normative che si fanno via via più stringenti in molti mercati, il basso contenuto alcolico non è limite ma caratteristica positiva, appetibile e moderna». In effetti per un mondo enoico che guarda al low alcool forse basterebbe conoscere bene le varietà che il nostro bel Paese produce da sempre, con successo, prospettiva e soprattutto pensando al vitigno, il Moscato Bianco invecchia molto bene con una evoluzione che porta ad una percezione ridotta delle note dolce per lasciare posto a sfumature mentolate, erbacee e molto complesse. Un vitigno inimitabile dove il profumo di pesca, i fiori bianchi e la piacevolezza di scoprire che è un vino dolce e non un vino da dessert. Provatelo con pane, burro e alici…
Cinzia Benzi
Cascina Luisin, il Nebbiolo si veste di rosa
Quando si pensa al
Nebbiolo, il rosato non è certo la prima cosa che viene in mente, anzi, per molto tempo è stato considerato un vitigno poco adatto alla vinificazione in rosa, ma come spesso accade nel vino, ci sono le eccezioni. È il caso di
Experientia 2025 di
Cascina Luisin, rosato da
Nebbiolo prodotto con uve del territorio di
Barbaresco. La cosa interessante non è soltanto che un
Nebbiolo possa diventare rosato, ma che il risultato abbia una sua precisa ragione d’essere. Nel calice è fresco, sapido e delicato, con note floreali e fruttate, una bella tensione e una chiusura nitida. Non sembra un
Nebbiolo a cui sia stata semplicemente cambiata veste, ma un modo diverso di raccontare il vitigno.
Cascina Luisin è una realtà familiare profondamente legata a Barbaresco. La famiglia
Minuto è qui dal 1913 e oggi
Roberto porta avanti il lavoro iniziato dal bisnonno
Luigi, nel segno delle vigne e del
Nebbiolo. Ed è forse proprio questo a rendere interessante
Experientia: una cantina radicata nella tradizione che sceglie di guardare al Nebbiolo da un’angolazione meno consueta. Un piccolo cambio di prospettiva, che basta per ricordarci che anche un vitigno che crediamo di conoscere bene può ancora sorprenderci.
Fosca Tortorelli
Barolo Riserva Borgogno, non solo grandi occasioni
Abbiamo imparato che per aprire una grande bottiglia serva una grande occasione. Un anniversario, una cena importante, un tavolo apparecchiato con cura. Eppure, forse, alcuni vini chiedono esattamente il contrario: di essere bevuti quando non c’è nulla da celebrare. Un martedì sera, per esempio. Quello in cui si torna a casa stanchi, si accende una lampada, ci si lascia cadere sul divano e la cena può tranquillamente essere qualcosa di semplice. È proprio lì che un Barolo Riserva Borgogno può cambiare la prospettiva sulla serata. Nel bicchiere il tempo si fa riconoscibile: il colore granato profondo, i profumi di frutta rossa matura che si intrecciano a note speziate, balsamiche, di tabacco e di sottobosco. Al palato è ampio, stratificato, con tannini presenti ma distesi e quella freschezza che accompagna a lungo il sorso. Un vino che non ha bisogno di essere spiegato mentre lo si beve: si può semplicemente ascoltare. E forse è questo il vero privilegio dei grandi vini: non aspettare l’occasione giusta, ma riuscire a trasformare un’occasione qualunque in qualcosa di speciale. Anche un divano. Anche un martedì. Anche una sera senza programmi, quando l’unico gesto davvero necessario è stappare una bottiglia che avevamo sempre pensato di dover aspettare.
Stefania Oggioni
Fontanasanta, quando la biodinamica è precisione
Si è letto un po’ di tutto negli ultimi anni - in polemiche più o meno velate - sulla presunta mancanza di pulizia e correttezza dei vini biodinamici, accusati di essere prodotti difettosi e apprezzati solo da una nicchia ristrettissima di consumatori. Ma poi c’è la Nosiola di Elisabetta Foradori - pioniera della viticoltura biodinamica di qualità in Italia, oggi affiancata in azienda dai figli Emilio, Theo e Myrtha - che smentisce, come gli altri vini aziendali e quelli di tanti altri meritevoli produttori – questo luogo comune e mette d’accordo appassionati di vini “convenzionali” e amanti di questo metodo rispettoso di suoli, piante e biodiversità.
Il Fontanasanta Nosiola, circa 10mila bottiglie l’anno, nasce da un vigneto di 3 ettari sulle colline di Trento, su argille calcaree, da un’uva autoctona che in zona si vinificava per tradizione sulle bucce e che in questo caso si è scelto di vinificare in anfora. Preciso, piacevole, netto, dà il suo meglio con qualche anno di invecchiamento; in grado di raccontare senza filtri, con garbo, carattere e pulizia, i terreni poveri su cui cresce e l’incredibile energia della vigna da cui proviene.
Amelia De Francesco
Vino Santo di Pedrotti, anche con l’arrosto
Il
Vino Santo Trentino ha una dolcezza talmente appagante che riesce a superare ogni consueto abbinamento gastronomico. Talmente pregno di carattere e di una complessità sensoriale che si sposa addirittura con pietanze succulente, il grasso, la cottura a fuoco vivo, le carni arrostite da gustare in banchetti conviviali dove la sensorialità cerca nuovi stimoli. Nettare da uve bianche di
Nosiola, vino chiamato ‘santo’ per l’epoca della pigiatura (la settimana di Pasqua) ma pure perché un passito destinato al rito della santa Messa, senza mai tralasciare l’uso in occasioni di sorsi meditativi o in pasticceria. Tra la sparuta cerchia di vignaioli trentini che producono Vino Santo DOC troviamo sicuramente
Giuseppe Pedrotti, coadiuvato dalle sorelle
Tullia e
Clara. Una dinastia con quasi 120 anni di vendemmie alle spalle, alla
Gino Pedrotti, sempre operativa sulla sponda del lago di Cavedine, tra il Garda e le Dolomiti di Brenta. Il loro ’santo’ ha la giusta carica aromatica e una struttura acidula che lo rende decisamente scorrevole, per niente stucchevole, nonostante il millesimo che porta in etichetta. Perché vino in grado di sopportare poderose stagionature, ben oltre 20 anni. L’importante è servirlo a temperatura appropriata - poco frigorifero - e gustarlo… anche con il pollo arrosto o allo spiedo.
Nereo Pederzolli
Vermentino Nero, la Liguria che non ti aspetti
La Liguria è terra esclusivamente di vini bianchi, da bere freschi (se non anche ghiacciati) d’estate in riva al mare. Se poi aggiungiamo un mediocre spaghetto allo scoglio, abbiamo completato “l’opera”. In negativo. La Liguria, prima di tutto, è una terra estremamente variegata, da ogni punto di vista. Se poi andiamo sui Colli di Luni, ci possiamo anche divertire assaggiando un vino che stupisce per facilità di beva, che viene realizzato con un vitigno non particolarmente diffuso: il Vermentino Nero. Lunae è stata una delle prime aziende a credere fortemente nelle potenzialità di questo vitigno, impiantando un vigneto di circa 3 ettari agli inizi dagli anni 2000. Fermentazione in acciaio, per poi fare un affinamento di 6 mesi in botte da 20 ettolitri: il risultato è un vino che spicca per una bella frutta nera, unita a spezie come tabacco e pepe, che si uniscono a sentori floreali di viola e rosa. Al sorso sapidità e freschezza sono le armi vincenti di un vino che non ha un tannino particolarmente aggressivo, e per questo si presta a essere servito nei mesi più caldi anche a una temperatura più bassa. E soprattutto il Vermentino Nero ha una grande duttilità in abbinamento con il cibo.
Raffaele Foglia
Il Biancone di Montefili gioca con il tempo
Per molti consumatori il vino bianco è sinonimo di freschezza immediata e consumo veloce. Una convinzione diffusa che porta spesso a cercare esclusivamente l’ultima annata disponibile sul mercato. Eppure il mondo dei bianchi racconta una storia diversa: esistono vini che vengono commercializzati dopo lunghi affinamenti e altri che riescono a evolvere in bottiglia per anni, spesso migliorando. L’affinamento non è una prerogativa dei grandi rossi e alcuni bianchi possiedono caratteristiche tali da affrontare il tempo con sorprendente naturalezza. Un esempio interessante è il Biancone IGT Toscana 2024, nato da un’unica particella di Chardonnay piantata nel 1982. L’azienda Vecchie Terre di Montefili - nata per volere di tre amici statunitensi innamorati della Toscana - è guidata da Serena Gusmeri che da questo vigneto di appena 0,4 ettari è riuscita a produrre 1.330 bottiglie. La spiccata acidità e la delicata sapidità ne sostengono la freschezza, ma sono anche gli elementi che lasciano intuire una promettente capacità evolutiva. Il vino bianco, dunque, non è solo quello dell’ultima vendemmia: in molti casi il tempo diventa un alleato prezioso, capace di trasformare una piacevole bevuta in un racconto più ricco e affascinante.
Salvo Ognibene
Cerasuolo di Cataldi Madonna, oltre l’aperitivo
La storia di
Cataldi Madonna affonda le radici nel 1920 e trova nel professor
Luigi Cataldi Madonna una delle figure più importanti della sua evoluzione. Filosofo, viticoltore e profondo conoscitore del territorio,
Luigi ha dedicato il proprio lavoro alla ricerca di un
’identità autentica per i vini del territorio. La sua idea di vino nasceva dal rapporto con il luogo: le vigne, l’altitudine, il particolare clima dell’altopiano di Ofena, il cosiddetto “Forno d
’Abruzzo”, dove il calore estivo incontra le correnti fresche delle montagne. Oggi questo percorso continua con la figlia
Giulia, che rappresenta la nuova generazione della cantina. Nel suo lavoro c’è la continuità con la visione del padre, ma anche uno sguardo rivolto al presente: la consapevolezza che custodire una tradizione significhi anche saperla reinterpretare. Il
Cerasuolo d’Abruzzo Piè delle Vigne è uno dei vini più rappresentativi della cantina. La sua identità è legata anche alla tradizione locale della “svacata”, un’antica tecnica di vinificazione del territorio che
Cataldi Madonna ha reinterpretato in chiave contemporanea. Il risultato è un
Cerasuolo lontano dall’idea di rosato semplice e leggero. È un vino gastronomico, che ha carattere e profondità, capace di evolvere nel tempo e raccontare il Montepulciano attraverso una veste più fresca e luminosa.
Adele Granieri
Stuné di Amalberga, un rosso da pesce
Quandi luoghi comuni perseguitano i vini rossi? In particolare se provengono da regioni, come la Puglia, che ci hanno abutiato, in passato, a prodotti, corposi, alcolici, tannici. Forse la più ricorrente è «niente pesce con i rossi». E invece la nouvelle vague dei rossi del meridione smentisce, spesso, questo preconcetto. Il cambio di paradigma è reso possibile da tecniche di macerazione, fermentazione e vinificazione atte a rendere i vini eleganti, profumati, ricchi di personalità pur senza togliere gli elementi distintivi dei rispettivi vitigni. Ne è prova lo Stuné Ottavianello Doc Osutni 2024 di Amalberga. Stuné è, nell’idioma locale, il corrispettivo di Ostuni. E proprio nei pressi della “Città Bianca” che Dario De Pascale, con la moglie enologa Gloria Battista e il socio Roberto Fracassetti, ha coronato il sogno di aprire, dieci anni fa, Amalberga per riscoprire vigneti autoctoni spesso dimenticati e portarli all’attenzione del grande pubblico. L’Ottavianello è coltivato in tutto il mondo, noto come Cinsalt, e in Val d’Itria venne introdotto come dote di matrimonio dal Marchese di Bugnano. Amalberga lo coltiva fra Ostuni e Cisternino, a 330 metri di altezza, e lo vinifica dopo una fermentazione a 25° per dieci giorni e la malolattica in acciaio dove poi affina per 6 mesi. È un rosso ricchissimo di profumi, di frutta matura e lievi spezie. Elegante nel bicchiere tanto da ricordare, e anche molto di più, un pinot nero di Roussillon. Con il pesce? È perfetto. Soprattutto se si sceglie, per sfatare un’altra consuetudine, di servirlo fresco fino a 14 gradi.
Maurizio Trezzi
Tenuta Liliana, inatteso Cabernet salentino
Sul loro sito si legge: “Alla corte del Cabernet Sauvignon”. E allora uno pensa: siamo in Bordeaux? Oppure in California? Ah, no. Siamo in Italia: quindi ovviamente Bolgheri. Macché. Siamo in Puglia. E questa è la storia di come una visione differente del territorio possa, per certi versi, stravolgere i parametri. Antonio Intiglietta e la moglie Liliana hanno voluto ribaltare la visione dei vini di Puglia: non bisogna per forza piantare Primitivo o Negramaro, ma si può partire dal terroir. E così, dopo analisi e studi, hanno scoperto che a Parabita, nel Salento, si poteva fare un grande Cabernet Sauvignon nella loro Tenuta Liliana. L’enologo e agronomo Andrea Fattizzo segue la produzione con una cura quasi maniacale e il risultato è un vino che esprime la grande eleganza del Cabernet Sauvignon, con note di erbe aromatiche e di frutta, con un tocco leggero di “pugliesità”, con quella macchia mediterranea che esce alla distanza. Al sorso ha una trama tannica quasi setosa, ma ben presente, come è giusto che sia in un Cabernet Sauvignon. Una visione moderna, oltre i pregiudizi sul vino pugliese.
RF
Karmis di Contini, Vernaccia di Oristano moderna
La
Vernaccia è un vino vecchio. Se sentite questo pregiudizio sul vitigno sardo, mettete in fuga quell’aggettivo e sostituitelo con “storico”:
Contini 1898 vi conduce nell’universo di questo vitigno con etichette interessanti e garantendo poi un incontro speciale con il
Vermentino nel
Karmis Bianco Isola dei Nuraghi Igt.
Compie trent’anni questo vino: a guidare è la personalità carica di tempo e saggezza della
Vernaccia di Oristano, che si avvolge però di leggerezza grazie all’apporto del
Vermentino. La “scintilla” divampa nella valle del Tirso, penisola del Sinis, a un’altezza di 200 metri. Il suolo ha sabbie e argilla per la parte alluvionale, ma ce n’è anche una di origine vulcanica. L’affinamento avviene in acciaio, scandito da batonnage, e termina in bottiglia: abbiamo degustato l’annata 2025, tuttavia l’azienda caldeggia la possibilità di attendere alcuni anni se la bottiglia viene conservata nello spazio e nel modo opportuni. La Cuvée
Karmis consente di vivere a fondo l’identità della Sardegna, la sua terra e il suo mare sferzato dal vento: la sapidità è un piacere prolungato, come la sua mineralità. Fiori gialli e miele aprono le danze dei profumi, con una crescente ricchezza. Un vino – e anche qui si vede l’effetto dell’incontro tra i due vitigni – che può abbracciare dall’aperitivo alla conclusione del pasto.
Marilena Lualdi
Cannonau di Olianas, tutt’altro che pesante
Nel Sarcidano, nel cuore agricolo e pastorale della Sardegna, il progetto della famiglia Casadei prende forma attraverso Tenuta Olianas, 32 ettari a Gergei coltivati secondo i principi dell’agricoltura biointegrale e della biodinamica. Stefano Casadei ha scelto di lavorare soprattutto con i vitigni autoctoni, seguendo un’idea di agricoltura rispettosa della biodiversità e dei ritmi naturali. Anche il suolo racconta un territorio particolare, fatto di sabbie argillose, conglomerati e una significativa presenza di calcare, con terreni capaci di garantire buon drenaggio e una ricca dotazione di sostanza organica. È da qui che arriva il Cannonau, uno dei vitigni simbolo dell’isola, interpretato in una versione che punta più sulla bevibilità che sulla potenza. Il Cannonau DOC di Sardegna 2024 si presenta di un rubino intenso e al naso porta piccoli frutti rossi, con una sfumatura di macchia mediterranea. Poi arrivano il cioccolato fondente e una nota di tabacco. In bocca ha buona struttura ed una piacevole freschezza, che rende il sorso dinamico, sostenuto da tannini fitti ma ben integrati. Un rosso territoriale senza pesantezze, equilibrato, capace di accompagnare la tavola senza chiedere troppa attenzione.
Leonardo Romanelli