Entrando nella pagina del Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare e delle Foreste dedicata al Registro delle Varietà dei vitigni italiani, si possono contare 640 voci (dato però aggiornato solo al 2024). Di queste circa 500, ma si tratta solo di una stima, sono autoctone. Per l’Italia si tratta di una risorsa immensa, che nessun altro paese può vantare. Per fare un esempio, le varietà autoctone in Francia sarebbero circa 200, ma in realtà l’80% dei vini d’Oltralpe viene prodotta con i loro 10 principali vitigni.
Cosa ci spinge, quindi, a cercare i vini da vitigni autoctoni in Italia? Prima di tutto, la curiosità. La voglia di assaggiare sempre qualcosa di nuovo, di diverso. E poi celebriamo anche l’importanza della biodiversità, parola troppe volte utilizzata erroneamente, ma di certo non in questo caso.
Il vitigno autoctono è anche orgoglio, senso di appartenenza, territorio e identità. Valori che sono alla base del nostro essere italiani.
Raffaele Foglia
Timorasso, il segreto dell’attesa: come il Pitasso 2017
Anno 2000: due soli ettari. Nel 2010 si era saliti a “ben” 25. Oggi è stata superata quota 400. Bastano questi pochi riferimenti storici per capire come quella del Timorasso sia stata una vera e propria rinascita. Anzi, un salvataggio dall’estinzione.
Non solo una ripartenza, ma una valorizzazione portata avanti con forza anche dal Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi, che nel tempo ha portato questo vitigno a essere considerato una vera e propria gemma preziosa, con la sua grande capacità di produrre vini che sanno evolvere positivamente nel tempo, dalla grande longevità. Molti produttori lo considerano infatti come il Barolo bianco, un vino che trova nell’attesa la sua giusta dimensione. Un prodotto che, a nostro parere, predilige stare lontano dal legno, ma che nella sua purezza preferisce affinare in contenitori più neutri come acciaio o bottiglia, perché non ha bisogno di un ulteriore supporto.
La conferma ci è arrivata da una splendida bottiglia di Colli Tortonesi Derthona Pitasso di Claudio Mariotto, dell’annata 2017, che è stato affinato per un anno in acciaio sulle fecce nobili, prima di passare in bottiglia. Un assaggio stupefacente, con un naso che conciliava le note fresche di frutta, a evoluzioni di erbe aromatiche e officinali, spingendosi fino a tocchi di speziature e terziario. Al sorso è un vino ancora vibrante, profondo e sapido. Estremamente lungo. Insomma, è stato dato al Timorasso il tempo per esprimersi. E così dovrebbe essere sempre.
RF
Terenzuola, il Vermentino che ha bisogno di tempo
Il Vermentino porta con sé un equivoco, quello di essere soprattutto un bianco facile, estivo, immediato; un vino piacevole, ma non sempre considerato capace di profondità e longevità. Terenzuola, nei Colli di Luni, racconta invece quante possano essere le sue declinazioni.
Tra queste c’è il Fosso di Corsano, che nasce a circa 350 metri, su terreni di scisti derivati da antiche arenarie. La 2025 è stata un’annata calda e complessa, ma la buona ventilazione e il lavoro sul suolo hanno permesso alle piante di gestire meglio lo stress idrico. Nel calice emergono sapidità, speziatura e una trama che promette evoluzione. In cantina il bianco viene lavorato in acciaio, una scelta che permette di accompagnare il vino senza alterare il carattere della varietà.
Poi arriva il tempo, che qui non è una semplice prospettiva; la 2017, assaggiata a distanza di anni, entusiasma per vitalità, complessità e profondità, un Vermentino ancora teso e sapido, capace di evolvere senza perdere identità. Lo sottolinea anche Ivan Giuliani, titolare di Terenzuola: il tempo è una delle caratteristiche distintive del Fosso di Corsano, che raggiunge il suo pieno potenziale dopo alcuni anni di bottiglia.
La 2025 racconta il carattere del vino oggi; la 2017 ne mostra il potenziale. E forse è proprio questo il modo migliore per rivedere il Vermentino: non soltanto come vino dell’estate, ma come vino da aspettare.
Fosca Tortorelli

Timorasso Pitasso di Mariotto, Fosso di Corsano di Terenzuola e Riserva El Zeremia
El Zeremia e il Groppello di Revò recuperato
Diverso, in tutto. Con un nome che non ammette paragoni, neppure con qualche vino omonimo prodotto sulla sponda bresciana del Garda. Perché vitigno dal grop, chiamato così solo in Val di Non. Vite tra meli, una sorta di “monumento vegetale”, varietà salvata dall’estinzione per la caparbietà di alcuni veraci viticoltori. Sicuramente dall’indimenticabile Augusto Zadra, contadino con la passione della vite, soprannominato El Zeremia. Sfidando lo stupore dei suoi compaesani già negli anni ’90 del secolo scorso riusciva a vendemmiare qualche gerla delle sue uve col grop. E vinificarlo con orgoglio. Coinvolgendo alcuni giovani enologi e i ricercatori della Fondazione Mach. Vitigno fortunatamente salvato e rilanciato da Lorenzo Zadra, giovane figlio del Zeremia.
Vite ancestrale, anima rurale, le vicende contadine che hanno scandito nei secoli aspirazioni, battaglie, sconfitte e la ricerca di condividere sani piaceri alcolici. Vigna che coltiva Lorenzo Zadra proprio a Revò, in località Sperdossi, sulla sponda sinistra del lago di Santa Giustina, di fronte Castel Cles, a 720 metri sul livello del mare. Sono solo 1911 metri quadri di vigna a spalliera. Un niente che rappresenta molto. Piante a piede franco, un’età media di centoventi anni! Selezione certosina, vinificazione mirata, con la Riserva El Zeremia che “sente” il legno, per un vino pregno di carattere, tannicità contadina, capace di supportarne evoluzione futura. Spicca per fragranze di frutti di bosco, erbe selvatiche, con note piccanti di pepe e sentori di Rotundone, componente chimica naturale che imprime al vino caratteri speziati. Non cerca consensi sensoriali: vuole semplicemente essere bevuto, senza troppe descrizioni. Lo assaggi e non lo scordi. Per indomito carattere e visione viticola. Come auspicava Augusto Zadra e che ora Lorenzo porta avanti.
Nereo Pederzolli
Moscato Giallo esaltato dal Fior d’Arancio Passito
Un vitigno – il Moscato Giallo - che ai Colli Euganei lega il suo destino e in modo indissolubile e particolarmente prezioso attraverso il vino Fior d’Arancio. Una figura femminile che con coraggio si è battuta per una viticoltura espressione del territorio, nei secoli falsamente etichettati come oscuri. Donna Daria Fior d’Arancio Passito Colli Euganei Docg dell’azienda Conte Emo Capodilista, è un omaggio dunque a una terra, a una storia, agli uomini e alle donne che possono fare la differenza.
Prodotto con le uve più prelibate del Monte Castello a Baone (a un’altezza di circa 200 metri) e con una profonda attenzione a un ambiente fiero della propria biodiversità, prevede due mesi e mezzo di appassimento, quindi una macerazione pellicolare per qualche giorno e fermentazione. Si prosegue con la maturazione in acciaio Inox e l’affinamento di sei mesi in bottiglia.
Degustarlo è crearsi un momento di diletto e di pace: da solo o accanto a formaggi e pasticceria secca. Già invita lo sguardo il suo giallo dorato; il profumo diventa un’esperienza avvincente grazie a un’intensità che racchiude mandarino ed erbe aromatiche. Le note agrumate proseguono a coccolare il palato, con una potenza che sa esprimersi gentilmente. E soprattutto con un’eleganza, che è la nota distintiva di questo vino.
Marilena Lualdi
Malvasia istriana, Skerlj va controcorrente
La Malvasia ha una reputazione difficile da scrollarsi di dosso: quella di un vino immediatamente riconoscibile, aromatico, morbido, quasi accomodante. Poi si incontra quella di Skerlj e la conversazione cambia.
A Sales, sul Carso triestino, la cantina Skerlj lavora le proprie vigne in maniera artigianale, coltivando soprattutto le varietà che appartengono da sempre a questo territorio, tra cui la Malvasia Istriana. Un vitigno autoctono, sì, ma soprattutto una varietà che qui ha trovato nel tempo condizioni particolari per esprimersi: suoli calcarei, forti escursioni termiche, Bora e una viticoltura necessariamente misurata. La differenza, però, non la fa soltanto la vigna. La Malvasia di Skerlj viene raccolta a mano e lasciata fermentare spontaneamente con i propri lieviti; in cantina il mosto rimane a contatto con le bucce per diverse settimane, una scelta che cambia completamente la lettura del vitigno: l’aromaticità non scompare, ma smette di essere il centro del vino. Diventa una componente di una struttura più ampia. Il colore si fa più intenso, il profilo olfattivo si sposta verso agrumi maturi, fiori secchi, erbe e spezie; al palato la materia prende spazio, sostenuta dalla freschezza e da una trama tannica sottile ma percettibile.
È una Malvasia che non cerca immediatezza e che, proprio per questo, chiede qualche minuto in più nel bicchiere. Anche l’affinamento segue la stessa idea di tempo e di misura, con il vino lasciato maturare prima dell’imbottigliamento e senza chiarifiche né filtrazioni. Non è un esercizio di stile, ma una scelta produttiva coerente con il modo in cui Skerlj interpreta la vigna: intervenire il meno possibile, lasciando che siano l’uva e la fermentazione a costruire il carattere del vino. Forse è proprio qui che sta l’interesse di questa Malvasia: nel dimostrare quanto possa essere ampia l’identità di un vitigno quando si smette di chiedergli di essere semplicemente “riconoscibile”. Quella di Skerlj non rinnega la Malvasia: la porta altrove.
Stefania Oggioni

Donna Daria Fior d’Arancio Passito Colli Euganei Docg di Conte Emo Capodilista, Malvasia Istriana di Skerlj e Lacrima di Morro d’Alba di Velenosi
Lacrima di Morro d’Alba con la firma di Velenosi
Dal 1985 esiste una Doc marchigiana che eleva il vitigno autoctono a bacca rossa Lacrima con la Denominazione di origine controllata Lacrima di Morro d’Alba.
Un nome derivante dalla “lacrimazione” reale dell’acino che, giunto a maturazione, crea una spaccatura della la buccia sottile e molto fragile, con la reale condizione di fuoriuscita di piccole goccioline che sembrano vere e proprie lacrime.
La versione dell’azienda Velenosi esprime un vino rosso che non passa inosservato, non cerca concentrazione né muscoli ma precisione unita a fragranza e facilità di beva. Il colore è fitto, luminoso dai profumi di violetta, piccoli frutti rossi, lampone e ciliegia.
Colpisce la trama floreale netta come una firma aromatica che esprime il Dna di questo vitigno. La tannicità mai aggressiva si fonde ad un sorso verticale per un vino che, per fortuna, non cerca di imitare nessuno. Senza dubbio questa Lacrima accentua la forza della sua diversità. Una fusione armonica di terroir dato dalle colline marchigiane e la vicinanza del mare.
Cinzia Benzi
Il Cerasuolo Le Cince esalta il Montepulciano
Guai ad etichettare il Cerasuolo d'Abruzzo come un “semplice” rosato: si tratta di un vino speciale, un Montepulciano in purezza con breve macerazione e quel colore ciliegia peculiarissimo da cui prende il nome. La sua unicità sta nella capacità di convogliare con grazia in una versione fresca - in alcuni casi beverina, in altri più strutturata – l’uva a bacca rossa autoctona per eccellenza della regione, senza per questo perderne per strada il piglio. Il risultato è un vino che accompagna senza fatica il pasto e che non per questo si nega a un aperitivo spensierato. Questa sua naturale versatilità lo rende molto caro agli abruzzesi - che lo ritengono parte della loro più autentica tradizione - e ne fa un vino in crescita anche per quanto riguarda la produzione e il consumo.
Le Cince dell’azienda De Fermo è uno degli esempi più convincenti di questo modo di raccontare l’Abruzzo del vino. Ci troviamo a Loreto Aprutino, tra l'Adriatico e la Majella, dove Stefano Papetti e Nicoletta De Fermo lavorano a circa 300 m sul livello del mare i loro vigneti in biodinamica: un’agricoltura responsabile e consapevole, che guarda al futuro dedicando attenzione alla vitalità dei suoli.
Per questo vino vengono utilizzati solo lieviti indigeni, nessun coadiuvante, seguono poi fermentazioni spontanee in botte grande, dove resta a lungo prima di essere imbottigliato senza filtrazione. Ne viene fuori un Cerasuolo di carattere, dove il frutto rosso, lampone e ribes, incontra una leggera speziatura e, a chiudere, una mineralità che tiene tutto insieme in un risultato davvero piacevole.
Amelia De Francesco
Cantine dell’Angelo non dimentica la Coda di Volpe
Nel cuore di Tufo, Cantine dell’Angelo porta avanti una viticoltura profondamente legata alla storia della famiglia Muto. Una realtà che ha scelto di guardare al passato non come a qualcosa da conservare sotto vetro, ma come a una risorsa viva, capace di tornare a parlare al presente.
Da questa filosofia nasce la Coda di Volpe Del Nonno, un vino che recupera un vitigno un tempo presente nelle vecchie vigne di famiglia e che, negli ultimi decenni, è stato spesso relegato a un ruolo secondario. Il nome stesso racconta questa storia: la Coda di Volpe cresceva insieme ad altre varietà, secondo una viticoltura lontana dalla specializzazione di oggi, dove la vigna era soprattutto espressione di un sapere contadino tramandato nel tempo.
Vinificarla in purezza significa quindi restituire valore a una parte della memoria agricola del luogo e della famiglia Muto, riportando nel bicchiere un frammento autentico di quella viticoltura.
Il vino esprime un’identità nitida e territoriale. Al naso si intrecciano profumi di fiori bianchi e frutta a polpa bianca, accompagnati da sfumature agrumate ed erbacee. Il sorso è pieno e carnoso, sostenuto da una freschezza minerale e caratterizzato dalla particolare impronta sulfurea che è comune denominatore del territorio.
Adele Granieri

Cerasuolo d'Abruzzo Le Cince di De Fermo, Coda di Volpe Del Nonno di Cantine dell'Angelo e Bianca dei Censi, IGP Salento Fiano di Garofano
Fiano sì, ma in Salento. Con Garofano
Per trent’anni il nome Garofano è stato indissolubilmente legato al Negroamaro, vitigno simbolo del Salento ma in occasione del trentesimo anniversario dell’azienda di Copertino, la famiglia ha scelto di celebrare questo importante traguardo con Bianca dei Censi, IGP Salento Fiano in purezza.
Ve lo raccontiamo perché più che una nuova etichetta, questo vino rappresenta un ponte tra passato e futuro. Da una parte l’eredità di Severino Garofano e di questa antica varietà, dall’altra la visione di Stefano e Renata, che guardano ai nuovi linguaggi del vino mantenendo intatta l’identità della cantina e del territorio salentino.
È un vino che racconta un’evoluzione senza rinnegare le proprie radici. Il Fiano, è uno dei più antichi vitigni a bacca bianca del Sud Italia e, sebbene oggi sia identificato soprattutto con la Campania, la sua presenza in Puglia ha radici storiche profonde dove ha trovato un habitat ideale nelle pianure salentine, grazie ai terreni argillosi e ai venti provenienti dallo Ionio e dall’Adriatico che ne preservano freschezza ed eleganza.
Nel bicchiere esprime profumi intensi, richiami mediterranei e una piacevole tensione gustativa.
Salvo Ognibene
Cirò Bianco, sapori di mare con Ippolito
La Cantina Ippolito rappresenta la realtà vitivinicola più antica della Calabria. Oltre cinque generazioni si sono passate il testimone in quasi due secoli di storia per produrre vini autentici che hanno saputo, prima con fatica ora con maggiore attenzione da parte dei mercati, valorizzare l'identità di Cirò, il territorio più noto e vocato per la produzione di vini di qualità in regione.
Su oltre cento ettari, dalle colline fino allo Ionio, con vitigni autoctoni e tecniche di vinificazione moderne ed ecosostenibili, Ippolito è baluardo e ambasciatore dell'enologia calabrese. Espressione nitida di questa volontà, il Cirò Bianco Mare Chiaro è prodotto con uve Greco Bianco in purezza. La vendemmia è effettuata in due fasi distinte: una precoce per regalare freschezza e acidità e una seconda più tardiva che conferisce struttura e morbidezza. L'affinamento è in acciaio per mantenere inalterata la fragranza originale del frutto.
Nell'annata 2025 il vino conferma l’eccellenza del suo predecessore. Il colore è un nitido giallo paglierino, brillante e cristallino. Tanta macchia mediterranea e frutta a polpa bianca si ritrovano nei profumi, dove si avvertono, piacevoli, aromi di ananas e agrumi. Le caratteristiche del suolo e la collocazione delle vigne emergono nel bicchiere con l'impronta minerale distintiva e una scia salmastra che ricorda le brezze dello Ionio. È gran bianco. Da scoprire e apprezzare. Un sigillo sulla viticoltura di una terra che può solo crescere anche grazie a vini come questo Cirò Bianco.
Maurizio Trezzi

Cirò Bianco di Cantina Ippolito e Bianco V di Eolia
Bianco V di Eolia, travolgente Malvasia delle Lipari
Eolia nasce dall’incontro tra Natascia Santandrea, fiorentina, e Luca Caruso, eoliano. Entrambi legati alla ristorazione e al vino, nel 2020 decidono di trasformare una passione coltivata a lungo in un progetto produttivo a Salina, partendo da due ettari di vigneto che in pochi anni diventano sette, suddivisi in diverse particelle. Una scelta coraggiosa nata con l’idea precisa di misurarsi con l’isola attraverso la sua uva più rappresentativa.
Il risultato più coinvolgente del progetto è Bianco V, Salina Malvasia IGT ottenuto da uve di Malvasia di Lipari provenienti da dieci parcelle comprese tra 250 e 500 metri di altitudine, sulle pendici di Monte Fossa delle Felci e Monte Porri. Pressatura soffice, fermentazione in acciaio e una maturazione sulle fecce, per dodici mesi, accompagnata da frequenti bâtonnage, seguita da un ulteriore affinamento in bottiglia.
Nel bicchiere è una Malvasia che punta più sulla profondità che sull’esibizione aromatica. Il profilo olfattivo porta pesca, melone e fiori bianchi, mentre al palato emerge una componente salina che allunga il sorso e una freschezza ben integrata, sostenuta da una struttura che gli permette di accompagnare il cibo con naturalezza.
Leonardo Romanelli