02-08-2026

Isolabella della Croce, il Piemonte che non si lascia pettinare

A Loazzolo, nella Langa Astigiana, la famiglia Isolabella ha costruito una cantina che tiene insieme Pinot Nero, Moscato, Vermouth, boschi e una certa ostinazione agricola

Luigi Isolabella, avvocato milanese e dal 2001 pro

Luigi Isolabella, avvocato milanese e dal 2001 proprietario della tenuta

Abbiamo richiamato il succiacapre e, cosa non così scontata, il succiacapre ha risposto. Poi si è fatto anche vedere, più di una volta, nel buio dei boschi attorno a Isolabella della Croce. L'ornitologo che ci accompagnava non l'ha venduta come una cosa scontata, e in effetti non lo era. Però forse è proprio da lì che conviene partire: non dal calice o dalla "vocazione del territorio". Da un uccello crepuscolare, raro, che decide di esserci. Perché a Loazzolo la natura non fa da sfondo alla cantina.

Qui il vino non nasce comodo. Nasce in vigne che non si lasciano pettinare, su pendenze dove la meccanizzazione è spesso più un desiderio che una possibilità. I filari sono incastonati nei boschi, gli appezzamenti sembrano strappati alla vegetazione. Non a caso l'azienda ha dato un nome a questa scelta: Terra Protetta, un progetto agricolo che prova a tenere insieme produzione, tutela ambientale e una certa ostinazione fisica. Perché qui, prima ancora del racconto, ci sono braccia, pendenza e tempo.

Isolabella della Croce si trova nella Langa Astigiana, in uno dei territori più piccoli e meno automatici del Piemonte del vino. La tenuta conta 15 ettari vitati immersi nei boschi. «Da qui si vede qual è l'ecosistema loazzolese», racconta Andrea Elegir, enologo e direttore della cantina. «Non abbiamo le colline pettinate dove vedi solo colline e bei filari dritti. Qui abbiamo vigneti eroici, incastonati dai boschi».

La famiglia Isolabella arriva qui nel 2001. Luigi Isolabella, avvocato milanese e proprietario della tenuta, racconta questa storia come un ritorno più che come una semplice acquisizione agricola. Le radici familiari, infatti, non partono dal vino fermo, ma dal mondo delle spezie, dei liquori e del Vermouth. «Il mio trisnonno veniva da Genova e la sua famiglia importava spezie. A un certo punto decide di dare una prospettiva diversa alla sua vita e vuole imparare a fare il Vermouth. Nel 1870 inizia ad aprire una sua vermutteria», racconta Luigi. Da lì nasceranno anche amari e liquori, tra cui Amaro 18 e Mandarinetto Isolabella: nomi che appartengono a una memoria italiana un po' laterale, fatta di bottiglie strane, etichette bellissime e scaffali domestici.

Andrea Elegir

Andrea Elegir

Oggi Isolabella della Croce prova a tenere insieme due anime: il lavoro sulla terra e il recupero di una cultura aromatica di famiglia. Il Vermouth, rinato da vecchi quaderni di ricette scritti a mano, è forse il simbolo più evidente di questa doppia direzione. «Nasce un po' come trait d'union con la vecchia Isolabella», spiega Elegir. «Luigi mi ha portato tutti i libricini scritti ancora col pennino, con le ricette in corsivo, tutti gli appunti del trisavolo, del bisnonno e del nonno. Da lì siamo partiti per ricreare una ricetta di fine Ottocento, togliendo le erbe che oggi non sono più utilizzabili e cercando un equilibrio simile a quello che vogliamo nei vini».

Poi c'è il vino. E qui il discorso torna a Loazzolo, alle altitudini, alle maturazioni lente, alla differenza enorme che pochi chilometri possono creare. A Calamandrana e Nizza, più in basso, la Barbera trova calore e struttura. A Loazzolo, invece, il gioco cambia: Moscato, Sauvignon Blanc, Chardonnay e soprattutto Pinot Nero.

Il Pinot Nero è il vitigno che più sembra incarnare la contraddizione di questo posto. Non dovrebbe essere facile, e infatti non lo è. Tre vigne, esposizioni diverse, maturazioni che possono spostarsi anche di una settimana o dieci giorni pur restando alla stessa altitudine. La Vela viene piantata nel 2007 con densità alta e rese basse: un ettaro che costa fatica come quattro, ma che restituisce finezza, spezia e verticalità. Una vigna che oggi, probabilmente, nessuno pianterebbe con leggerezza. E forse proprio per questo vale la pena raccontarla.

Il Bricco del Falco nasce dall'assemblaggio delle tre vigne di Pinot Nero, vinificate e affinate separatamente. Solo nelle annate in cui il vino principale non perde equilibrio possono nascere i cru, Giotto e Fra, dedicati alla famiglia. «Per nostra serietà, il Bricco del Falco deve essere comunque sempre il nostro vino di riferimento», dice Elegir. «L'anno in cui togliamo magari duemila bottiglie della Vela o della vigna a est, il livello qualitativo del Bricco del Falco diminuisce, semplicemente non facciamo i cru».

La degustazione restituisce una cantina più identitaria che piacione. Il Sauvignon 2024 è dritto, vegetale, sapido; il 2020 più profondo, balsamico, piccante. Il Pinot Nero Bricco del Falco 2021 è boschivo, persistente, contemporaneo; il Bricco del Falco 2015 più maturo, balsamico, elegante. Il Pinot Nero 2011 è spigoloso al naso, ma la bocca è salina. Sul Nizza, il 2020 è polposo, speziato, un po' alcolico; il 2017 è centrato, senza troppe chiacchiere; il 2014 è scomposto ma vivo, uno di quei vini che fanno salivare. Il Moscato Canelli 2017, infine, è praticamente salato. E basterebbe questo per smontare l'idea pigra del Moscato come vino da panettone.

La parte più tecnica della cantina porta il nome di Vinoxygen, il sistema brevettato da Andrea Elegir. L'idea è semplice, almeno in apparenza: ridurre il contatto con l'ossigeno durante la vinificazione, evitando travasi tradizionali e togliendo invece le fecce dal fondo del serbatoio. «Abbiamo capovolto il concetto di travaso», spiega. «Normalmente sposti il vino da un serbatoio all'altro per togliere il fondo. Con questo sistema facciamo il contrario: togliamo le fecce con dei raschiatori e lasciamo sempre il vino nello stesso serbatoio». Meno ossigeno significa maggiore conservazione aromatica, soprattutto su varietà come Sauvignon Blanc e Pinot Nero, dove il frutto può essere difeso o bruciato da un gesto sbagliato. Non è tecnologia da esibire: è un modo per proteggere quello che il vigneto, con fatica, ha prodotto.

La cantina, il relais, l'arte, il Vermouth, i boschi, La Vela: presi singolarmente potrebbero sembrare tasselli anche troppo diversi. Insieme raccontano invece un'idea precisa di ospitalità agricola, che non vuole vendere solo bottiglie ma far capire da dove arrivano. Non è un caso che l'azienda abbia costruito attorno alla cantina anche un progetto di accoglienza, arte e natura: sette residenze, percorsi sull'avifauna locale, orchidee spontanee, boschi che non fanno da cornice ma da sostanza.

Attorno, poi, c'è un territorio che non si esaurisce nel vino. C'è Roccaverano, con la sua Robiola DOP, altro prodotto che parla la stessa lingua: latte crudo, pascoli, stagioni, una rusticità che non ha bisogno di essere troppo ripulita. È lo stesso paesaggio che cambia forma: in una bottiglia, in un formaggio, in un bosco dove, se si è fortunati, un succiacapre risponde.


In cantina

Storie di uomini, donne e bottiglie che fanno grande la galassia del vino, in Italia e nel mondo

Stefano Montibeller

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Stefano Montibeller

classe ’91, metà trentino e metà comasco, con base a Milano. Laureato in Scienze e Tecnologie Alimentari, degustatore certificato Wset con un master in critica enogastronomica. Ex buyer alimentare, ora prova a raccontare il cibo e il vino, la sua vera passione. Preferisce gli artigiani del gusto alle mode gourmet. Anche se, diciamolo, cibo e vino devono anche divertire... Cinico? Sì. Cattivo? No

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