A vederlo sulle prime - capelli bianchi, alto e impettito, quasi un po' rigido - parrebbe persona seriosa, dal portamento elegante vagamente retrò; poi una delle sue risate contagiose ne rivela invece l'indole esuberante e quell'autoironia guascona che è caratteristica propria delle persone intelligenti. Pasquale Caliri, classe 1965 da Messina, a lungo giornalista professionista specializzato in cronaca nera e giudiziaria, ha abbandonato quel mestiere per fattori contingenti; oggi è chef, Ambasciatore del Gusto, ma soprattutto punta di lancia di una Messina golosa che vuole iniziare a dire la sua anche nell'alta cucina, regno che non le è mai appartenuto. Da buon comunicatore, si racconta così: «Ho sempre saputo che cucinare fosse la mia grande passione; ma è stata una frase sentita per caso in tv che ha scatenato in me una "rivoluzione" interiore». Ossia: "La cucina può offrire una seconda opportunità". Fulminato sulla via del Buono insomma; d'altra parte lui di rimanere alla scrivania proprio non aveva più voglia; comunque un segno dei tempi, penne in crisi e forchette sugli allori. Sintesi sua, che sottolinea una continuità di fondo tutta da verificare: «Ieri mescolavo parole, oggi ingredienti».
Ha integrato comunque la vocazione attuale con quella trascorsa; ha saputo insomma come conquistarsi un po' di riflettori, con trovate a volte assai brillanti, in altri casi vagamente estemporanee, ma che hanno ottenuto sempre il loro scopo: far parlare non tanto e solo di sé, quanto della crociata in cui s'è arruolato, quella appunto di far ascendere la città siciliana sullo Stretto nella classifica della tavola illustre d'Italia. E quindi, citando alla rinfusa: l'arancino anti-invecchiamento, il pesce stocco sotto forma di pop corn, la carta delle uova, il menu qr code, il tiramisu portatile...
Prima e dopo queste idee, ha approfondito le sue conoscenze in giro per il mondo, dove si è fatto portavoce di una cucina legata all’essenziale, attenta alle radici, elegante e minimalista. Tornato dagli Stati Uniti d’America dove ha guidato uno dei ristoranti più prestigiosi nei pressi di Atlanta, è diventato executive chef di un primo ristorante siciliano, poi di un secondo, di un terzo e così via, senza mai deflettere dall'obiettivo di mettere la sua verve al servizio del buonmangiare isolano.
La sua è una tavola di mare, che dagli spunti della tradizione locale si coniuga, senza alterarsi, con le tendenze dell’avanguardia culinaria: «È dalla leggerezza che deve arrivare all'essenza del sapore», dice, in questo cogliendo la natura profonda dell'alta cucina, cui si è accostato, dopo averla studiata all'Alma, con maestri quali Pietro Leemann e Paco Torreblanca. "Piatto d’Argento" dell’Accademia Italiana della Cucina, membro di Eurotoques, è stato inserito inoltre nella guida Michelin.