Il Vesuvio dei vini è decisamente in fermento, con la volontà di mostrare il valore di una zona dal grande potenziale, anche da un punto di vista dell’enoturismo.
Proprio per questo il Consorzio Tutela Vini del Vesuvio, negli ultimi anni, sta uscendo allo scoperto, puntando per prima cosa a un costante aumento della qualità, per evitare che le bottiglie provenienti dall’area del vulcano possano diventare dei semplici “souvenir” dal valore semplicemente simbolico-turistico.

Il presidente del Consorzio Tutela Viini Vesuvio, Ciro Giordano
Dal 2016 alla guida del Consorzio è stato eletto Ciro Giordano, titolare anche di Cantine Olivella. «Il vino del Vesuvio in questo momento gode di un bellissimo momento – racconta il presidente – È vero che noi ci stiamo muovendo in uno scenario internazionale molto particolare, dove ci sono aziende che sono un po' in difficoltà. Ma il Vesuvio è uno di quei territori che nell'ultimo decennio ha costruito tanto sulla reputazione del brand, sulla capacità di evoluzione dei vini, sull'originalità dei vini attraverso quella che è la matrice del vulcano, e riusciamo a tranquillamente a mantenere quello che è il posizionamento del mercato, sia in termini di numeri e sia in termini economici».

Il panorama dal cratere del Vesuvio
Oggi il Vesuvio ha una superficie vitata attiva, operativa proprio ai piedi del vulcano, di circa 200ettari vitati, tra i 200 e i 700 metri di altitudine, per una produzione annua pari a 2 milioni di bottiglie, per quanto riguarda la Dop Vesuvio. A questi si aggiungono altri 150 ettari per l’Igp Pompeiano e 15 ettari per l’Igp Catalanesca del Monte Somma.
Una realtà che vuole diventare un piccolo gioiello da scoprire. Una produzione di nicchia, dove la qualità è in crescita. «Una delle prime attività che ha fatto il Consorzio con l'attuale consiglio, che io guido dal 2016, è stata quella di fare una fotografia del nostro territorio – spiega Ciro Giordano – E ci siamo chiesti: quali sono i vitigni autoctoni? Il disciplinare corrisponde a quelle che sono le esigenze del territorio e delle aziende? Ha la capacità questo disciplinare di identificare attraverso la produzione il vulcano? Così nel primo anno e mezzo abbiamo effettuato una riorganizzazione della base ampelografica, la modifica del disciplinare, immissione dei contrassegni di Stato. E tutto questo da gennaio 2016 a novembre 2017, data di entrata in vigore il nuovo disciplinare: da allora abbiamo puntato al nostro posizionamento sul mercato».

Un grande potenziale per i vigneti ai piedi del vulcano
Una delle caratteristiche principali è data dall’altissima percentuale di viti a piede franco presenti nell’area vesuviana. «È un grande valore aggiunto – evidenzia con forza Giordano – Oggi, con dato certo, almeno l'80% delle vigne del Vesuvio che sono vigne prefillossera. Questo perché noi abbiamo un terreno sabbioso, di origine vulcanica: un habitat non ideale per la fillossera. Quindi, con la tecnica della propaggine, che noi qui chiamiamo ‘o passannanz, queste vigne sono rigenerate di periodo in periodo, mantenendo il piede franco. Questo ha fatto in modo che il patrimonio ampelografico del nostro territorio si sia mantenuto nel corso degli anni. Il Consorzio Vini Vesuvio, in tal senso, attraverso i finanziamenti del PNRR, sta portando avanti un progetto di ricerca che vuole sancire anche a livello scientifico quella che è una tecnica agronomica storica del nostro territorio, che valorizza e che identifica fortemente le nostre produzioni attraverso il piede franco».

Un'altra immagine dei vigneti
Ma in tal senso il vino deve essere fortemente legato al territorio. Un aspetto fondamentale, quindi, deve essere quello dell’enoturismo. «Ogni azienda deve pensare a strutturarsi al proprio interno per cercare di dare il miglior servizio con il massimo della qualità che la sua azienda può esprimere o quel territorio. Il Consorzio può dare la linea guida. Poi abbiamo già coinvolto tutti i sindaci dell'area, insieme al Parco Nazionale del Vesuvio, per sensibilizzare le amministrazioni, spiegando che sono necessari il decoro urbano e i servizi essenziali che un Comune deve dare per far sì che un turista quando arriva sul nostro territorio possa avere un’accoglienza migliore. Inoltre il Consorzio Vini Vesuvio insieme al Consorzio del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio, che sono le due DOP ai piedi del vulcano, hanno creato il DAQ, Distretto Agroalimentare di Qualità Vesuvio, e abbiamo sviluppato un portale che vuole riunire le varie offerte delle diverse aziende che fanno accoglienza sul territorio».

La maggior parte delle vigne sono a piede franco
I vini del Vesuvio sono esportati per il 40% della loro produzione (soprattutto negli Stati Uniti e in Francia): per l’Italia, la metà è venduta nella sola Campania. E il Consorzio in tal senso continua a guardare avanti. «So che potrebbe sembrare strano, visto che lo abbiamo appena fatto – spiega Giordano – ma stiamo lavorando nuovamente a una riorganizzazione del disciplinare, con l’obiettivo di snellirlo e puntare a un livello qualitativo ancora più alto. Inoltre vogliamo puntare sempre di più sul nostro brand, che nessuno ci può copiare. Dobbiamo tutelare i nostri tre vitigni: Caprettone, Catalanesca — a bacca bianca — e Piedirosso. Faccio un esempio: se arrivasse qui qualcuno che poi porta in Nuova Zelanda il Caprettone, poi può farlo anche lui e chiamare il vino con il nome del vitigno. Noi stiamo rivedendo il disciplinare in quest’ottica, per mettere al centro il nostro terroir, il Vesuvio, e quello nessuno ce lo può togliere. Tanto che anche la menzione Lacryma Christi, tuttora, mantiene anche il nome Vesuvio in etichetta. In tal senso, quindi, anche all’estero, l’immagine porta direttamente qui, alla Campania, a Napoli».

Un vigneto di Catalanesca sul Monte Somma
Non solo tutela, mantenimento della storia e aumento della qualità: la volontà è di crescere anche nei numeri, anche se sempre in maniera contenuta: «Circa 30 anni fa il Vesuvio contava 330 ettari vitati. Si arrivava sul versante nord fino a circa 840 metri dal livello del mare. Ora noi siamo in un parco naturale. L’ente parco ci sta accompagnando, per effettuare un censimento di queste vigne che, attualmente, sono terreni incolti e abbandonati, per poterli recuperare. Quindi l'obiettivo è quello di riportare nuovamente la superficie vitata da 200 a 300 ettari».
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