Il Vesuvio è silente dall’ultima eruzione del 1944. Ma in grande movimento, invece, è la produzione dei vini sul vulcano, con i produttori e il Consorzio che vogliono uscire allo scoperto, come dimostrato durante i tre giorni dedicati alla stampa di settore organizzati a fine settembre dal Consorzio Tutela Vini Vesuvio.
Stiamo parlando di un’area sicuramente piccola: la Dop Vesuvio può contare su circa 200 ettari vitati, tutti all’interno del Parco Nazionale, ai quali si aggiungono altri 150 di Igp Pompeiano e 15 ettari di Igp Catalanesca del Monte Somma.

I vigneti ai piedi del Vesuvio
La forza del Vesuvio è nella sua assoluta unicità: si tratta di una zona che riesce a unire l’influenza del mare, affacciandosi sul Golfo di Napoli, alle caratteristiche della montagna. Il terreno è ovviamente creato dalla sabbia nera del vulcano, a cui si aggiungono aree argillose e drenanti.
Un suolo dove si possono trovare ben 230 specie minerali, di cui 6 esclusive dell’area. Sono oltretutto terreni ricchi di silicio e potassio, che rendono la zona particolarmente vocata alla produzione dei vini.

Approfindimento al Consorzio Tutela Vini Vesuvio
Ma c’è un’altra caratteristica unica: il 90% dei vigneti è a “piede franco”, con un patrimonio genetico importante che sopravvive anche grazie alla tecnica della propagazione, che permette in sostanza la rigenerazione dei vigneti attraverso i tralci che vengono riportati nel terreno per poi dare vita a una nuova pianta con vita autonoma. Questa presenza di viti a piede franco è potuta avvenire grazie proprio ai terreni sabbiosi, che non favoriscono la propagazione della fillossera.
Guardando il profilo dell’area del Vesuvio, si può notare come in realtà i monti siano due, e in questo caso dobbiamo fare un piccolo passaggio storico. A causa delle devastanti eruzioni narrate da Plinio il Giovane nel 79 d.C., durante le quali morì anche lo zio Plinio il Vecchio, il cratere principale collassò, andando di fatto a creare il Monte Somma, più a nord, mentre il cono del Vesuvio attivo è rimasto distaccato più a sud.

Come era prima dell'eruzione del 79 d.C. e come è ora il Vesuvio (con il Monte Somma)
Questa divisione la si ritrova anche nell’attuale produzione vitivinicola. Sono infatti quattro le macro aree individuate: Vesuvio mare (rivolto verso il Golfo di Napoli), Vesuvio terra, Monte Somma mare, la più verde non protetta dal Vesuvio per l’arrivo delle correnti marine, e Monte Somma terra, forse la più fresca delle quattro.
Anche il terreno si divide tra Vesuvio e Monte Somma, con il primo che è geologicamente più giovane, visto che si sono poi susseguite eruzioni fino all’ultima del 1944.

La Catalanesca è il vitigno autoctono che cresce solo sul Monte Somma
Unicità che si ritrova anche nei vitigni: nei bianchi, infatti, c’è il Caprettone, che prende il nome dalla “barbetta” delle capre, e che spesso è stato scambiato per la Coda di Volpe, altro autoctono campano. Il Caprettone è stato inserito ufficialmente nel disciplinare con l’ultima modifica del 2017, dove è stato definitivamente “separato” dalla Coda di Volpe. Il Caprettone tende ad avere sentori eleganti ma decisi, che trovano struttura dai terreni vulcanici.
Sempre restando sui vitigni a bacca bianca, la Catalanesca è una vera rarità: si tratta di una varietà che cresce esclusivamente sul Monte Somma, tanto da essere tutelata da una denominazione tutta sua, cioè l’Igp Catalanesca del Monte Somma. Si tratta di un vitigno che dà espressioni molto fruttate e intense, senza mai diventare pesante o aggressivo.

Il gruppo di giornalisti coinvolti dal Consorzio
Per quanto riguarda invece i vitigni a bacca rossa, il Piedirosso è quello che regala le maggiori espressioni di finezza ed eleganza, con un tannino mai aggressivo. Ne nascono vini molto immediati, diretti, precisi, per certi versi anche molto moderni, capaci soprattutto di avere un’ottima varietà di abbinamenti gastronomici. Tra i vitigni a bacca rossa, uno dei più utilizzati – soprattutto in blend – è l’Aglianico, che conferisce una parte fruttata ricca al naso e una maggiore struttura al sorso. Ma sono comunque diverse le varietà coltivate sul Vesuvio, in percentuali talvolta molto piccole. Il 75% dei vini proviene dal Vesuvio, il rimanente 25% dal Monte Somma.

Il presidente del Consorzio Ciro Giordano
La matrice dei vini della Dop Vesuvio è maggiormente spostata sui bianchi e gli spumanti (70%). Al momento il mercato è indirizzato per il 40% all’estero: il rimanente 60% è suddiviso per metà in Campania e per l’altra metà nel resto d’Italia.
Il potenziale c’è e si vede nei bicchieri. Ma, come spiegato anche dal presidente del Consorzio Ciro Giordano, la volontà è quella di continuare a fare passi avanti in termini di qualità. Alcuni assaggi hanno in effetti raggiunto un buon livello, in altri casi si nota un margine di miglioramento per quello che potrebbe essere una gemma preziosa, che unita alle altre realtà agronomiche dell’area vesuviana e al turismo in costante aumento, possono formare un circolo virtuoso, per valorizzare questa incantevole zona.

Una delle degustazioni condotte da Chiara Giorleo
Durante il tour organizzato dal Consorzio, sono stati assaggiati diversi vini sia durante i pranzi e le cene, sia durante due masterclass condotte da Chiara Giorleo. Tra gli spumanti ci piace segnalare il Dorè Caprettone di Sorrentino Vini, metodo charmat lungo, annata 2024, che ha dato un’interpretazione di freschezza e bevibilità, e l’Hèbon Extra Brut 2022 di Cantine Olivella, un metodo classico con una maggiore complessità, data sia dall’uvaggio di Caprettone, Catalanesca e Piedirosso (vinificato in bianco), sia dalla permanenza sui lieviti.

L'assaggio dei vini bianchi e degli spumanti
Tra i bianchi, sono piaciuti “Pietrargento” Vesuvio Caprettone 2025 di Tenuta Augustea, dove la sapidità e l’immediatezza la fanno da padrona, “Munazei” Vesuvio Lacryma Christi Bianco 2025 di Casa Setaro, Caprettone in purezza, dove spiccano note erbacee e balsamiche, “Vigna del Vulcano” Vesuvio Lacryma Christi Bianco 2023 di Villa Dora, che unisce all’80% di Caprettone un 20% di Falanghina, conferendo una bella complessità olfattiva e un’ottima profondità al sorso. Chiudiamo la carrellata dei bianchi con “Summa” Catalanesca del Monte Somma IGP 2024, ancora di Cantine Olivella, che è una Catalanesca in purezza, con fermentazione spontanea, 10 mesi di fecce fini, il 50% affina in anfora: ritroviamo un vino molto aromatico, con sentori di foglie di te, ma anche balsamico e floreale, e molto equilibrato al sorso.

Le bottiglie in degustazione per rosé e rossi
Per quanto riguarda i rossi, che ricordiamo riguardano circa il 30% della produzione vesuviana, “Don Fiore” Vesuvio Lacryma Christi Rosso 2025 di Fioravante Romano, realizzato con Piedirosso 80%, Aglianico 10% e Olivella 10%, che affina solo in acciaio, è un vino dal buon frutto, fresco e immediato, dall’ottima sapidità al sorso. Molto interessante anche il “Vigna Lapillo” Vesuvio Lacryma Christi Rosso Superiore 2021 di Sorrentino Vini, che a un 80% di Piedirosso, aggiunge un 20% di Aglianico, con parziale fermentazione in legno e poi maturazione in botti da 50 e 25 ettolitri: il naso è complesso, escono sentori balsamici, poi erbe aromatiche, bosco, spezia; in bocca ha una freschezza spiccata e una buona sapidità, vero fil rouge dei vini del Vesuvio.
La conclusione è semplice: il Vesuvio dei vini può essere la vera rivelazione dei prossimi anni, anche in un contesto di enoturismo. I primi a crederci devono essere i produttori: la strada è in salita, ma non è impraticabile. Lo ripetiamo: il potenziale c’è, eccome.
(1 / continua)