La Leccia: in Toscana, da un sentiero luminoso nasce il vino autoctono e artigianale della famiglia Bagnoli

Un prodotto dalla grande vitalià, frutto di una realtà quasi tutta al femminile, che punta a ristabilire un contatto completo con la natura

07-11-2021
a cura di Marilena Lualdi
Le donne della famiglia Bagnoli dell'azienda

Le donne della famiglia Bagnoli dell'azienda La Leccia: Paola, Sibilla e Angelica con Lorenzo

Incamminarsi per una vigna oscura e scoprirci dentro un raggio di luce, destinato a espandersi in un sole pieno: viene dalla consapevolezza che ti appartiene, quel terreno, come pure la sua vita, in attesa di destarsi. Viene dalla famiglia, da coloro che se ne presero cura e da coloro che sono pronti a fare altrettanto.

Il terreno di La Leccia è un alberese, argilloso ma ben drenato, a quote fra i 200 e 300 metri per un'estensione di 80 ettari che comprendono anche boschi e oliveti. È un ambiente protetto da contaminazioni esterne e dalla pioggia (poca), "regolata" dal Montalbano; temperatura mite e un bosco che attenua la siccità locale

Il terreno di La Leccia è un alberese, argilloso ma ben drenato, a quote fra i 200 e 300 metri per un'estensione di 80 ettari che comprendono anche boschi e oliveti. È un ambiente protetto da contaminazioni esterne e dalla pioggia (poca), "regolata" dal Montalbano; temperatura mite e un bosco che attenua la siccità locale

Quella passeggiata toscana ha cambiato la prospettiva per Paola Bagnoli e i cugini e ha assunto il nome di un albero che è anche un po’ propiziatorio. Il Leccio, che cambia, resiste, è indistruttibile. Perché “La Leccia” si chiama l’azienda che si è dedicata al vino e all’olio.

Una piccola trasformazione di nome, a confermare l’impronta molto femminile della gestione. C’è appunto Paola, che si occupa della parte agricola e della cantina, Sibilla, che cura la comunicazione, e Angelica che segue la parte amministrativa e quella artistica, accanto al fratello Lorenzo, che porta tutta la sua competenza: ma è la passione che unisce tutti. Come pure l’enologo Gabriele Gadenz. Impegnati a far crescere un progetto, passo dopo passo. Proprio come quella passeggiata  che ha riportato Paola alle sue radici, al ricordo di papà e a una scommessa sul futuro.

L’abbiamo vissuto ed esplorato in due tappe. A Montespertoli, nella zona del Chianti fiorentino sui colli della Val di Botte, e a Milano da uno chef che è stato coprotagonista di una degustazione davvero particolare.

 

Montespertoli

In Toscana ci accoglie una giornata spettacolare, di quelle per cui si approfitta delle ultime incursioni dell’estate. È un momento speciale, l’inaugurazione della nuova bottaia, altro investimento familiare che dipinge l’avvenire. Ci sono due  botti che sono state ribattezzate Paola e Lorenzo, perché sono state un loro dono all’azienda. Proprio Lorenzo, sciabolando una bottiglia di Rubedo, apre l’inaugurazione. Si può dunque entrare ed è possibile conoscere meglio i tratti distintivi di questa bottaia, con materiali semplici e naturali come la calce e il ferro.

Da poco è stata inaugurata la nuova bottaia con due botti ribattezzate Paola e Lorenzo, che le hanno donate all’azienda

Da poco è stata inaugurata la nuova bottaia con due botti ribattezzate Paola e Lorenzo, che le hanno donate all’azienda

È il punto di incontro tra passato e futuro.

Prima, tuttavia, è d’obbligo esplorare il terreno circostante: alberese viene chiamato, argilloso ma ricco di scheletro e ben drenato, a quote fra i 200 e 300 metri. La Leccia ha oltre 80 ettari ma comprendono anche boschi e oliveti: venti quelli vitati che respirano questo ambiente speciale, un ecosistema protetto da contaminazioni esterne. Anche dalla pioggia: qui ci pensa il Montalbano a gestire il “traffico” meteo. Poca la pioggia, la mitezza arriva invece come dono dalla regione del Chianti classico: sfiora la siccità, ma il bosco attenua questo problema.

Per coglierli, nelle loro sfumature che si riversano poi nel bicchiere, l’invito è stato a percorrere quest’area a piedi, in bicicletta o a cavallo. Un viaggio lento per gustare – prima ancora del vino – ciò che offre la sua impronta. Ogni passo, ogni pedalata, rivelano una coerenza che sfugge al controllo della nostra frenesia testarda.

In un simile contesto, la conduzione in biologico è stata una scelta immediata  e spontanea. Ad esempio,  non si fa ricorso a legacci in plastica per la legatura del vigneto, via le capsule a feromoni in pvc per combattere gli insetti infestanti, meglio un dispenser a spruzzo che funziona solo all'occorrenza. Medesima filosofia in cantina, dove la qualità prevale senza esitazioni sulla quantità. Via le vasche di cemento di maggiori dimensioni, un intervento sulle più piccole, dai 25 ai 40 ettolitri. La scelta è stata anche un netto no al trattamento con resine epossidiche, «per consentire al vino di respirare con più naturalezza», si spiega. Certo ci vuole un lavoro attento, ma il risultato è una vitalità differente per i vini. Ci si prodiga sulle micro vinificazioni e si dedicano tempi più lunghi all'affinamento. Lo spazio è stato così rivisitato con sorprese utili, come nella tinaia: qui si sono create nicche per l’elevage delle bollicine riutilizzando parenti dei tini in cemento. Così le bottiglie di Metodo Classico Rubedo possono compiere il loro percorso qui e lo racconta con la devozione di chi se ne cura come con un bambino, Antonio Uccello.

L'uva Sangiovese è il simbolo della filosofia fondata su carattere autoctono e artigianalità del prodotto La Leccia

L'uva Sangiovese è il simbolo della filosofia fondata su carattere autoctono e artigianalità del prodotto La Leccia

C’è una parola chiave che abbraccia questa filosofia, ed è autoctono. La caratteristica dei vitigni su cui si punta, e il Sangiovese è il simbolo di questa convinzione. Con più declinazioni. Sul fronte spumanti, ci consegna un pegno di armonia, Boh, metodo charmat iniziato nel 2014. Ma è soprattutto un Rubedo del 2016 ad affascinare con i suoi aromi che cominciano dal panbrioche e con un finale che è più tannico di quanto si possa immaginare. Una dichiarazione di personalità è tuttavia il Cantagrillo, Igt Trebbiano, come dello stesso vitigno è il Vin Santo, Sua Santità, Unito Malvasia del Chianti.

Il Leccino Igt, Sangiovese 100% e il Vinea Domini, Chianti Superiore La Leccia

Il Leccino Igt, Sangiovese 100% e il Vinea Domini, Chianti Superiore La Leccia

Ma prima, bisogna soffermarsi sui rossi, con un Leccino Igt 2016, Sangiovese 100%, che immerge nel bosco e nei suoi frutti, ma sa anche condurre lontano attraverso il potere delle spezie. Autoctono, si diceva; tuttavia anche artigianalità. Che si nutre della spinta di un’altra parola, arte. Ecco perché facciamo una tappa anche dall’artista Marco Bagnoli con la sua opera totale, complessiva , che costantemente crea bellezza.

 

I colori del Sangiovese

Facciamo un passo indietro allora, a un altro incontro con La Leccia, per ritrovare le stesse sfumature a Milano. Possibile, nella metropoli dove si corre, contrapposta  allo scenario dove si lascia che il tempo possa dire la sua? Sì, perché si può gustare, respirare, persino giocare con la Toscana anche grazie a  uno chef che condivide fortemente questa filosofia. Lo dimostrano piatti come il riso di campo, dove può sembrare di passeggiare mentre si avvia questo viaggio degustativo.

I meravigliosi rossi della degustazione I Colori del Sangiovese che si è svolta presso il ristorante milanese Bu:r dello chef Eugenio Jacques Boer e Carlotta Perilli, accogliente padrona di casa

I meravigliosi rossi della degustazione I Colori del Sangiovese che si è svolta presso il ristorante milanese Bu:r dello chef Eugenio Jacques Boer e Carlotta Perilli, accogliente padrona di casa

Lo chef in questione è Eugenio Boer che con Carlotta al ristorante Bu:r  ci porta sui sentieri della ricerca che però non temono la spensieratezza. Per questo motivo si gioca: degustando e assemblando diversi vini a base Sangiovese, si esplora e si diventa protagonisti. Si scopre chi ha carattere e chi ugualmente ne possiede, tra le produzioni, ma vuole stare un passo indietro per accompagnare più a lungo. Chi deve costituire la base principale per un ottimo vino, chi offre il tocco finale.

Non esiste un vincitore, in questo gioco, se non la terra che invita a tornare a prendersi cura di essa come la famiglia Bagnoli sta facendo.

E le donne e l’uomo che quell’invito accolgono.


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