Alta Langa, buona la Prima. Il livello è molto alto

Il presidente del Consorzio, Giulio Bava: «Le nostre armi sono il tempo, l'identità e il territorio»

01-11-2019
Foto di gruppo dei produttori all'apertura del

Foto di gruppo dei produttori all'apertura della Prima dell'Alta Langa

Essere unici. Perché nel grande mondo delle bollicine l’Alta Langa può trovare un suo spazio solo se riesce a dimostrare la propria identità.

Concetti, questi, che sono emersi con chiarezza alla Prima dell’Alta Langa, dove i produttori di questo Metodo Classico hanno presentato le loro bottiglie a Palazzo Serbelloni a Milano. Con vini di una certa importanza, ma tutti con un’ottima bevibilità.

«Non esiste un Alta Langa di “fascia bassa” – spiega il presidente del Consorzio Giulio Bava - perché nell’impianto del disciplinare non è previsto che sia un vino semplice. Certo, il disciplinare non può dire che un vino sia buono per forza, ma evidenzia che non è un prodotto  semplice. Questo a partire dai 30 mesi minimi di affinamento, contro i 18 del Franciacorta, 10 del Trento, 12 dello Champagne».

«Dell’Alta Langa non se ne sentiva forse il bisogno, in mezzo a tutte le bollicine che ci sono? Ha un senso? La risposta è sì, perché è l’espressione di un territorio e di una grande tradizione, come ci insegna quanto fatto 200 anni fa da Carlo Gancia. Ma soprattutto è un vinco con un territorio e un’identità precisa. In questo momento la qualità media è sicuramente di un certo livello. Quando un Alta Langa non convince tanto, il più delle volte, è perché e giovane».

La manifestazione a Palazzo Serbelloni a Milano

La manifestazione a Palazzo Serbelloni a Milano

Il tempo è sicuramente l’arma vincente di questo spumante. Così si scopre che annate che, generalmente, sono considerate difficoltose (se non peggio), qui hanno riservato piacevoli sorprese.

Come racconta il produttore e consigliere del Consorzio Sergio Germano: «Ho potuto constatare che per l’Alta Langa, sia per quanto riguarda la mia produzione aziendale che per quello che ho potuto assaggiare degli altri produttori, l’annata 2014 è stata strepitosa, perché c’è un concerto di grande acidità, grande mineralità, finezza aromatica, e poi adesso inizia ad avere cinque anni. Cosa serve all’Alta Langa oggi? Servono bottiglie, etichette, tempo. Dare tempo di maturare al vino, ma anche dare tempo ai produttori».

Giulio Bava allo stand della Giulio Cocchi

Giulio Bava allo stand della Giulio Cocchi

La produzione complessiva al momento è di due milioni di bottiglie, con una tendenza a crescere in maniera graduale. Ci sono trenta aziende in produzione, ma si arriva a 40 considerando che alcune hanno il prodotto in affinamento e usciranno nei prossimi anni.

«C’è stata una lungimiranza, o forse una prudenza langarola, di non voler far esplodere la denominazione – continua Germano - ma di averla controllata, contingentata e regolata nelle aperture, nella crescita e nello sviluppo».

Avanti piano, dunque, in quanto è fondamentale mantenere alto il livello di qualità. «L’Alta Langa ha degli anticorpi per la qualità – spiega ancora il presidente Giulio Bava - Il primo è 30 mesi di affinamento o niente, che vuol dire almeno 3 anni dalla vendemmia. Se vuoi fare Alta Langa devi essere disponibile a ragionare in termini umili, ad accumulare tre annate prima di venderle. Già questa non è speculazione. L’altra cosa importante è che è solo millesimato: non ci sono scorciatoie. Ma fondamentale è che l’Alta Langa nasce da un vigneto fatto esclusivamente per produrre spumante, non per fare altre cose. Questo perché una vigna di Alta Langa, iscritta all’albo, può produrre solo spumante. Quindi, io non pianto una vigna di Chardonnay e poi ne faccio metà spumante e metà Langhe Chardonnay fermentato in legno. Non faccio un anno Pinot Nero fermo e l’anno dopo bollicine».

Serena Bagnasco della Agricola Brandini

Serena Bagnasco della Agricola Brandini

Ma non è tutto: «La bassa resa la fai in cantina – sottolinea Bava - con una resa del mosto che deve essere del 65% contro il 70% delle altre denominazioni. E dopo 3 anni devi avere un prodotto eccellente, perché altrimenti non  lo vuole nessuno, perché di bollicine ne è già pieno il mondo. Devi riuscire a esprimere il territorio, o nessuno te lo compra. E Alta Langa è un prodotto che si vende meglio a un euro in più piuttosto che a un euro in meno, perché di bollicine che costano un euro in meno, anche nelle grandi denominazioni del Metodo Classico italiano, ce ne sono tantissime».

«La Denominazione al momento fa poche bottiglie, ma cresceranno: però quando decidiamo di fare Alta Langa, dobbiamo piantare una vigna, aspettare quattro anni che sia in produzione, e poi tre anni dalla vendemmia. Quando ci dicono: “Buono, fatene di più”. La risposta è: torna tra sette anni. Questo significa lungimiranza».

Walter Daffara della Daffara e Grasso

Walter Daffara della Daffara e Grasso

Pazienza e lungimiranza. Ma anche due grandi vitigni, come Pinot Nero (che rappresenta circa il 70% del vigneto Alta Langa) e lo Chardonnay, che in queste aree del Piemonte, nella fascia collinare a cavallo tra le province di Asti, Alessandro e Cuneo, alle destra del fiume Tanaro.

I prodotti presentati a Milano sono tutti effettivamente di alto livello. Tra questi segnaliamo il Brut 2015 di Agricola Brandini, un 85% Pinot Nero, con il 15% di Chardonnay che gli conferisce un discreto equilibrio, il Brut 2015 di Paolo Berruti, un Pinot Nero in purezza, ottima espressione del vitigno, Giulio Cocchi, con il Pas Dosè 2012, un altro Pinot Nero in purezza con lungo affinamento che gli dà una notevole complessità.

Daniele Cusmano di Poderi Cusmano - Tenute Rade

Daniele Cusmano di Poderi Cusmano - Tenute Rade

E ancora: Poderi Cusmano, con il Tenute Rade Pas Dosè 2014, 70% Chardonnay e 49 mesi di bottiglia, con una notevole ampiezza di profumi e un’ottima bevibilità, Daffara e Grasso Brut 2015, in questo caso in prevalenza Pinot Nero, molto elegante, Ettore Germano Extra Brut 2015, 75% Pinot Nero e il rimanente Chardonnay, dall’ottima complessità e con un’acidità spiccata ma non invadente, e infine il Brut Pas Dosé  2015 di Pecchenino, in questo caso maggioranza di Chardonnay (70%), 36 mesi sui lieviti preceduti da 9 di affinamento in legno, che regala un naso complesso e particolare.


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