La Cucina Botanica di Carlotta Perego: storia di un successo, prima online e poi in libreria

Monzese, classe 1993, in cima alle classifiche di vendita con un volume chiaro e immediato sulla cucina vegetale. Nella sua formazione anche gli studi con la star del veg Matthew Kenney

12-01-2021

La storia di Carlotta Perego, monzese, classe 1993, è la storia di un successo arrivato in poco più di due anni, grazie alla rete e a una passione profonda e sincera per la cucina vegetale e vegana in particolare. Prima su Instagram e su Youtube con il suo format Cucina Botanica, poi in libreria con un volume che porta lo stesso titolo (edito da Gribaudo, 224 pagg., 18,50 euro), questa giovane cuoca e comunicatrice del food ha conquistato un pubblico in continua crescita, diventando una delle autrici più acquistate del 2020. 

La forza di questo libro sta a nostro parere nella grande chiarezza con cui vengono affrontati i temi della cucina vegetale: ci sono moltissime ricette, semplici, immediate, capaci di spaziare tra influenze e tradizioni diverse, per offrire un panorama ampio e molte soluzioni a chi voglia abbracciare questo tipo di alimentazione. Ma è soprattutto la prima parte del libro ad averci colpito favorevolmente: in 50 pagine Carlotta Perego mette a disposizione dei lettori un compendio di quella che definisce cucina botanica, molto esauriente e molto comprensibile, fornendo strumenti utili di conoscenza e risposte chiare ai dubbi che in molti hanno rispetto all'approccio veg.

Nella sua formazione professionale troviamo anche gli studi presso la scuola fondata e diretta dal californiano Matthew Kenney, vera star mondiale della cucina vegetale, che ricordiamo anche sul palco del congresso di Identità Golose nel 2016. Abbiamo chiacchierato con Carlotta Perego per farci raccontare come è nata l'avventura di Cucina Botanica

«Fino a pochi anni fa facevo tutt'altro - ci racconta - lavoravo nella moda, vivevo a Firenze, e siccome non conoscevo nessuno in quella città mi ero iscritta a un corso di cucina. Cucina vegana, perché avevo già fatto questa scelta per la mia alimentazione. Quel corso mi fece appassionare ancora di più a una cosa che già mi interessava come la cucina: guardavo l'insegnante di quel corso e pensavo che il suo fosse un lavoro meraviglioso. E un giorno mi dissi che ero ancora giovane, che potevo mettermi in gioco, cambiare vita. E decisi di iscrivermi a un corso professionale di cucina vegetale».

E così sei andata nella scuola di Matthew Kenney?
Sì: ho fatto delle ricerche online e ho trovato la sua scuola, che allora si chiamava PlantLab, adesso ha cambiato nome (Food Future Institute, ndr). Era una scuola di altissimo livello e si trovava in California, dove in quel periodo viveva mia sorella: così decisi di sfruttare questa occasione e di iscrivermi a quel corso. 

Kenney sul palco di Identità Golose

Kenney sul palco di Identità Golose

Che rapporto hai avuto con Kenney?
L'ho conosciuto in maniera abbastanza superficiale, lui non è stato il mio insegnante, ma lo conobbi quando fui presa come stagista nel suo ristorante, che si trovava al piano di sotto dell'edificio in cui aveva sede la scuola. Kenney è un imprenditore di grande successo, molto impegnato, con tanti ristoranti diversi in USA e in giro per il mondo, quindi non era spesso al ristorante e ancora meno in cucina. Però quando ho avuto a che fare con lui, ho sempre avuto di fronte una persona molto gentile, interessata, attenta, che sapeva ascoltare. Mi ricordo che la prima volta in cui lo incontrai, all'inizio del mio stage, mi fece raccontare un po' della mia storia. E mi disse che aveva in animo di organizzare un pop-up della scuola anche a Milano: a quel tempo non potevamo sapere né io né lui che sarei stata proprio io l'insegnante scelta per fare quel pop-up milanese!

Quanto ti è rimasto di quell'esperienza e di quella formazione?
Sicuramente l'approccio della scuola di Kenney è molto dedicata a formare professionisti del settore del fine dining: ci si concentra principalmente su creazioni molto ricercate, raffinate, ottenute con tecniche complesse e all'avanguardia. Il mio obiettivo personale, quando sono tornata in Italia, era un altro. Io volevo far conoscere la cucina vegetale, renderla accessibile a tutti, farne un messaggio universale: per ottenere questo obiettivo chiaramente ho dovuto semplificare molto il mio approccio, lasciando da parte le sferificazioni e concentrandomi invece su ricette semplici, interpretabili da chiunque.

Qual è l'insegnamento appreso in California che tuttora credi ti guidi nel tuo lavoro?
L'importanza dell'estetica di un piatto. Matthew conduce una ricerca maniacale in questo senso e ci ha sempre spiegato come un piatto debba sempre generare sorpresa quando viene presentato al cliente. Se manca l'effetto "wow", qualcosa non ha funzionato.

Quello che ha funzionato per te, invece, è stato il web: come hai scelto questa strada?
Inizialmente, tornata in Italia, avevo intrapreso la strada delle lezioni private di cucina. Poi ho avuto l'idea di aprire due profili su Instagram e su Youtube: ho capito ben preso che quello che può sembrare semplice in quel contesto, non lo è affatto. Non basta prendere uno smartphone e farsi un paio di video: devi studiare, capire come filmare, come montare i video, come stimolare l'attenzione del pubblico, è necessario apprendere le regole del self marketing. Io ho studiato tanto e mi sono impegnata parecchio: dopo qualche mese ho iniziato a vedere i primi guadagni e ho incominciato a investirli in strumenti più professionali per realizzare i contenuti. 

Quale credi sia il punto di forza delle tue community online?
Il fatto di non rivolgersi a una nicchia. Sono community trasversali, frequentate da moltissime persone che non sono né vegane, né vegetariane, ma che vogliono conoscere meglio questi argomenti. Magari per curiosità, per il desiderio di mangiare meglio, per venire incontro a qualche intolleranza: mi rivolgo a un pubblico eterogeneo e non cerco mai di indottrinare nessuno. La cosa fondamentale per me è che un piatto vegano, se fatto bene, può piacere a chiunque. E' il concetto che sta alla base di Cucina Botanica.

E che forse ha ispirato anche il libro, in particolare quell'efficacissima prima parte...
Sì, oltre alle ricette ho voluto dedicare una sezione all'esplorazione degli elementi della cucina vegetale. Volevo prendere per mano il lettore, spiegare in modo chiaro di cosa volevo parlare, rispondere a domande che sono molto frequenti, come se esistano dei possibili effetti negativi della soia, un quesito che ho capito dalle interazioni online essere davvero comune. Oppure come avere il giusto rapporto con i carboidrati in un'alimentazione vegana, altra domanda ricorrente. Non essendo una nutrizionista, per questa sezione mi sono fatta aiutare da una mia cara amica, la dottoressa Silvia Goggi, anche lei bravissima comunicatrice che parla a una vasta community di appassionati. 


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