Camanini, Klugmann, Romito: il cibo diventa arte

I tre tra i 25 chef esposti a CookBook di Montpellier, mostra "sul divenire arte della cucina e quello commestibile dell’arte"

18-03-2019
Riccardo Camanini, Antonia Klugmann e Niko Romito:

Riccardo Camanini, Antonia Klugmann e Niko Romito: protagonisti alla mostra d'arte e cibo CookBook a Montpellier, ma saranno anche sul palco di Identità Milano, Antonia sabato 23 nelle sezione Contaminazioni e Identità di Champagne, Niko domenica 24 in Identità di Sala e lunedì 25 in auditorium, Riccardo sempre lunedì 25 in auditorium

Esplorare i rapporti tra arte e cucina. È questo l’obbiettivo - di lapalissiana semplicità in teoria, e straordinaria complessità in pratica - di CookBook 2019: una “panoramica sul divenire arte della cucina e il divenire commestibile dell’arte”. La mostra, inaugurata l’8 febbraio e visitabile fino al 12 maggio a La Panacée, museo di arte contemporanea di Montpellier (fa parte del MoCo, una struttura multi-sito unica dedicata all'arte contemporanea, che comprende anche l'Ecole Supérieure des Beaux-Arts di Montpellier), è stata organizzata dal critico d’arte Nicolas Bourriaud e da Andrea Petrini.

In realtà questa è la seconda edizione del progetto, originariamente nato nel 2013 all’École des Beaux Arts di Parigi. Il format è sempre lo stesso: chef (25) e artisti (20) chiamati ad esprimersi negli stessi spazi. Ad essere cambiati, però, in questi cinque anni, sono le modalità di auto-rappresentazione, racconto e comunicazione del mondo della cucina - e, soprattutto, dei cuochi stessi. «Gli chef sanno come far arrivare il messaggio dietro al loro ristorante» spiegano gli organizzatori. E forse proprio per questo, a differenza di cinque anni fa, le loro opere «si focalizzano su cose che non sono immagini».

L'installazione di Mauro Colagreco, Theatrum chefs terrarum, foto Marc Domage

L'installazione di Mauro Colagreco, Theatrum chefs terrarum, foto Marc Domage

L'opera di Riccardo Camanini, foto Olivier Cablat

L'opera di Riccardo Camanini, foto Olivier Cablat

L'installazione di Antonia Klugmann

L'installazione di Antonia Klugmann

Gli chef chiamati differiscono per provenienza, background e stili culinari, ma hanno in comune l’età - sono tutti sotto i 50 anni - e una certa apertura mentale. Il risultato è una mostra divertente, piacevole da fruire anche per chi non bazzica il mondo dell’arte contemporanea, e doppiamente interessante per chi, invece, bazzica quello della cucina e vi può trovare un filo rosso di riflessione su alcune tendenze della ristorazione. Maksut Askar, ad esempio, porta il food porn in video, con un filmato sexy sulle akide, caramelle turche la cui preparazione, da piccolo, gli ricordava quella usata sua mamma per la cera da depilazione.

L'opera di Maksut Askar, foto Elide Achille

L'opera di Maksut Askar, foto Elide Achille

Iñaki Aizpitarte, Papillon de charcuterie, foto Olivier Cablat

Iñaki Aizpitarte, Papillon de charcuterie, foto Olivier Cablat

L'esposizione

L'esposizione

L'opera della chef brasiliana Manoella Buffara

L'opera della chef brasiliana Manoella Buffara

Rodolfo Guzman

Rodolfo Guzman

Sempre in un video Ana Roš prende in giro i clienti che chiedono menu vegan, gluten free, senza aglio, millantando allergie, intolleranze e altre strane pretese. C’è chi invece ha optato direttamente per la live performance: Danny Bowien si è chiuso in un cubo dandosi metaforicamente in pasto al pubblico mentre si gettava vernice addosso, i tre chef parte della “Healthy Boy Band”, ovvero Lukas Mraz, Philip Rachinger e Felix Schellhorn, hanno creato una tipografia in cui stampavano finti adesivi della Michelin o di altre guide di ristoranti.

Tre gli italiani ad avere creato un’opera per Cookbook: Riccardo Camanini, Antonia Klugmann e Niko Romito.

L’installazione dello chef del Lido 84 si chiama Never seen so much mozzarella, dal libro Cappuccetto Bianco di Bruno Munari, che inizia con la frase: “Mai vista tanta neve”. In una stanzetta di un bianco abbacinante, osserviamo una mozzarella (ovviamente finta) in uno specchio di latte: l’omaggio a una delle epitomi dell’italianità all’estero, che punta tutto su un effetto di straniamento visuale. Ci spiega Camanini:


MAI VISTA TANTA MOZZARELLA di  Riccardo Camanini

Riccardo Camanini, Jamais vu autant de Mozzarella (Hommage à Bruno Munari), polistirene, mozzarella, legno, acqua, foto Olivier Cablat

Riccardo Camanini, Jamais vu autant de Mozzarella (Hommage à Bruno Munari), polistirene, mozzarella, legno, acqua, foto Olivier Cablat

«Nell’impressione visiva di più alto grado a livello gastronomico, vi è l’immagine succosa, fresca e bagnata, di una mozzarella. Al primo morso si vuole mordere la freschezza.
 La consistenza è gonfia, filacciosa ed elastica dal sapore acido, lattico e salino... sapore atavico.

Il desiderio di isolare visivamente questo punto temporale che svanisce ed il desiderio invece di renderlo per sempre.


Il mio rapporto con le arti visive:

Il desiderio di fissare un immagine.

Ho apprezzato la semplicità artistica di Bruno Munari e la capacità della linea artistica veicolata in più direzioni. L'arte di comunicare con azioni semplici. Il rapporto tra “Mai vista tanta Neve” et “Mai vista tanta mozzarella” è semplicemente l’idea di lasciare totalmente germogliare la fantasia più piena, quella che nasce dalla pagina bianca, dalla possibilità che tutti noi siamo in una gigantesca miscela di mozzarella bianca. Mai vista così tanta mozzarella».


L’opera della Klugmann, invece, si chiama “Mon terrier de lapin”, La tana del coniglio. Un modo per dare ai visitatori la possibilità di sbirciare nel suo mondo interiore e nel suo processo creativo - che parte sempre dalla natura. Da un arco costruito con i rami degli alberi di Vencò si fa una metaforica entrata nel suo giardino, da cui provengono le piante messe in 9 cubi di plexiglass: «Un mondo surreale, dove la poesia è desiderata ed essenziale».


LA TANA DEL CONIGLIO di Antonia Klugmann

Antonia Klugmann, Mon terrier de lapin, foto Marc Domage

Antonia KlugmannMon terrier de lapin, foto Marc Domage

«Mi sono chiesta spesso come fare a continuare a essere creativa nel corso degli anni e sono giunta alla conclusione che bisogna essere consapevoli di cosa stimola la nostra immaginazione. Ognuno trova ispirazione in qualcosa di diverso. L’installazione rappresenta uno dei possibili mondi interiori, il mio. L'arco, costruito con i rami degli alberi di Vencò, è l'ingresso ad una dimensione intima in cui il cuoco osserva se stesso o se stessa ma anche gli altri e il resto del mondo. In questa dimensione la poesia è connessa con un profondo e onesto rispetto per gli ingredienti e la natura in generale. Per rappresentare la bellezza della natura, fonte inesauribile d’ispirazione, abbiamo prelevato alcune piante dei prati che circondano il ristorante e le abbiamo piantate in 9 cubi di plexiglass. La natura, anche se sembra selvaggia, porta spesso il segno dell'intervento dell'uomo. Anche la cucina interviene sulla natura modificando le materie prime per creare qualcosa di nuovo, inevitabilmente artificiale, come il prato sintetico su cui i cubi di plexiglass sono sospesi».


Infine, Niko Romito. La sua installazione si intitola Nello studio di Ettore Spalletti con Niko Romito. Classe 1940, Ettore Spalletti è nato e ha vissuto a Cappelle sul Tavo, un paese, o meglio, una contrada abruzzese della provincia di Pescara. A partire dalla metà degli anni Settanta, Spalletti si è dedicato ad una ricerca tesa a valorizzare il risalto emotivo del tono cromatico, indagato sia in pittura che in scultura. Le sue opere sono state esposte a Documenta di Kassel, alla Biennale di Venezia e in mostre personali a Parigi (Musée d'art moderne), New York (Guggenheim)a e molte altre. Nel 2014 la più completa retrospettiva dell'opera dell'artista, intitolata Un giorno così bianco, così bianco, è stata allestita in un circuito museale formato dal MAXXI di Roma, dalla GAM di Torino e dal Museo Madre di Napoli. Così Niko racconta l'installazione:
 

NELLO STUDIO DI ETTORE SPALLETTI CON NIKO ROMITO di Niko Romito

Niko Romito, Nello studio di Ettore Spalletti con Niko Romito, 4 fotografie di Elisia Menduni, foto Marc Domage

Niko RomitoNello studio di Ettore Spalletti con Niko Romito, 4 fotografie di Elisia Menduni, foto Marc Domage

«Questo lavoro racconta un incontro che ha profondamente influito sul mio modo di vivere e concepire l'importanza dell'essenzialità, del silenzio e della bellezza nella sua accezione più completa, assoluta. Io ed Ettore Spalletti ci siamo conosciuti nel mio ristorante a Casadonna diversi anni fa. Attraverso la mia cucina e la sua arte, che condividono tratti e valori molto affini, siamo diventati amici
A dicembre del 2018 ho chiesto ad Ettore di poter realizzare alcuni scatti all’interno del suo studio. Abbiamo pensato di mettere i nostri lavori uno vicino all’altro, il mio pane toccato dalle sue mani, io che passeggio con lui tra le opere, Ettore che dipinge usando il mio brodo.  Insieme abbiamo cercato delle immagini, che Elisia Menduni ha ripreso. Ettore ha scelto quattro scatti, li ha tagliati, componendo una sequenza di quattro fogli di 42 per 59,5 centimetri, che ospitano immagini di piccolo formato. Ha voluto delle cornici realizzate con sottili listelli di tiglio. 
È andata così».


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