15-04-2026
Da Il Marchese lo scottadito che diventa polpetta (e non sporca le mani)
Viaggio breve nella cucina capitolina attraverso l’interpretazione del ristorante che racconta Roma partendo da un gesto semplice: l’abbacchio viene disossato, macinato due volte, il pane si imbeve nel fondo... Il risultato è pieno, diretto, riconoscibile
Le polpette di abbacchio scottadito de Il Marchese: deliziose
Lo scottadito è uno di quei piatti che non hanno bisogno di spiegazioni. Si mangia con le mani, punto. È istinto, è Roma, è brace. E proprio per questo sorprende trovarlo dentro una polpetta. A Il Marchese (quattro sedi: a Roma in Via di Ripetta 162, a Milano in Via dei Bossi 3, poi anche ad Arzachena e Courmayeur) succede così: l’abbacchio viene disossato, macinato due volte per tenere insieme morbidezza e consistenza. Il pane si imbeve nel fondo, aglio e rosmarino riportano subito alla griglia. Il risultato è pieno, diretto, riconoscibile. Solo che cambia la forma. E cambia il gesto.
Dietro c’è la mano di Daniele Roppo, uno chef che non ha paura di sporcarsi le mani (tanto per restare in tema). Il suo è un approccio diretto: pochi passaggi, materia chiara, sapori puliti. La complessità, se c’è, non si vede. Si sente. Lo stesso rigore si ritrova nelle materie prime: guanciale da Re Norcino, pecorino da Cibaria, baccalà pescato all’amo; e poi il mare tra Circeo e Anzio. Una filiera concreta, senza scorciatoie. Il menu si muove dentro una cucina di memoria, romana, ma mai rigida. Piatti che partono da gesti familiari — come la crocchetta di bollito, “ricetta di mia nonna” — e trovano una forma contemporanea, senza perdere sostanza.
Quella polpetta di scottadito nasce per Milano, pensata per un banchetto: pratica, veloce, “pulita”. Ma dentro resta profondamente romana. Ed è proprio questo scarto — piccolo ma decisivo — a raccontare bene
Il Marchese. Un luogo che tiene insieme due anime: quella nobile del
Marchese del Grillo e quella popolare del
Carbonaro. Da una parte il salotto su Via di Ripetta, con vista sull’Ara Pacis; dall’altra la sostanza, il lavoro artigianale, il gusto pieno.
In mezzo, piatti come questo. Che non reinventano la tradizione, ma la spostano appena. Quanto basta per farla parlare ancora. A completare il racconto, l’Amaro Bar — primo in Europa con oltre 600 etichette italiane — dove la miscelazione ruota attorno agli amari: se non sono nel bicchiere, il cocktail non esiste. E forse è proprio lì che Roma funziona meglio: quando cambia forma, ma resta immediatamente riconoscibile.
la sua più grande passione è viaggiare e scoprire nuove realtà, personaggi e angoli che caratterizzano i luoghi. Durante gli studi in Scienze della Comunicazione con laurea in Socio-antropologia, diventa giornalista pubblicista. Si occupa principalmente di destinazioni, hotel, ristoranti, cocktail bar e artigianato, raccontando tutto ciò che "parla" dell’identità di un territorio. A questa attività affianca docenze nei settori del turismo esperienziale, dell’hotellerie e del marketing territoriale.