Ricomincio da dieci. Tanti sono gli anni trascorsi dalla prima edizione di Ischia Safari, marchio che a molti addetti ai lavori allora era sembrato vagamente criptico. E invece, il “Safari del gusto” - secondo l’accezione dei fondatori - ha funzionato così bene da essere diventato negli anni una delle manifestazioni più riuscite del mondo della gastronomia.
Due serate più un’appendice mattutina dedicate a muoversi, cercare, scegliere tra centinaia di postazioni e altrettante proposte golose offerte da molti dei migliori chef e artigiani italiani. Rigorosamente a piedi, il bicchiere appeso nella taschina d’ordinanza, occhi svelti a leggere i cartellini con i nomi dei piatti, cellulare a portata di mano per immortalarli. Un safari del gusto, appunto.

Gli organizzatori di Ischia Safari, Nino Di Costanzo e Pasquale Palamaro, non sono rimasti con le mani in mano
Sembra banale, non lo è. Perché fin dall’inizio,
Nino Di Costanzo e
Pasquale Palamaro, tre stelle (molto abbondanti) in due, hanno preso le distanze dalla tipologia-fiera, dove tutto si consuma e passa via. Sia la charity dinner nell’incanto dell’
albergo della Regina Isabella, che la festa nell’incredibile parco termale del
Negombo, infatti, hanno l’imprinting del piacere consapevole. Che significa godere di bocconi squisiti, ma allo stesso tempo chiedere per esempio agli chef i come e i perché, condividendoli con le persone intorno, occasionali compagni di cibo e considerazioni.

Un momento... marittimo di Ischia Safari
Quest’anno, poi, è intervenuta - pesante ma per certi versi benedetta - la sindrome di Crans-Montana. Controlli severissimi, limitazioni inderogabili, responsabilità ineludibili. E poco o nulla è servito far notare alle autorità la dimensione “esterna” dell’evento, evidentemente meno rischiosa. Così, è stato chiesto a tutti gli chef invitati di limitare al minimo il bisogno di fuochi. Tantissimi i piatti freddi - peraltro benvenuti, visto le temperature non tremende ma ancora estive - dimezzati bombole del gas e piani cottura, forni ben distanziati tra loro. Una contrazione drastica che ha ovviamente provocato una riduzione dell’incasso - quest’anno devoluto al
Centro SLA dell’Università Federico II di Napoli - ma anche la possibilità di sciamare tra i banchetti senza doversi difendere dai corpi altrui. Una nuova “viabilità” virtuosa che ha consentito anche a bimbi e disabili di accedere alle postazioni.

I colori della Charity Dinner
Il tempo in cui sgomitare o cercare di passare davanti nelle file finalmente terminato. Addirittura, un divertito e solidale passaggio di mano in mano dei bicchieri di gin tonic, nel dopo-cena ballerino sulla spiaggia.

Veduta aerea della festa al Negombo
Altro motivo di soddisfazione per gli organizzatori, il livello dell’offerta gastronomica, mai così alto, dalla
Tartelletta con granchio e anguria piccante di
Salvatore Elefante (
L’Olivo del Jumeirah Capri Palace) alla
Spicy meringa con gambero bianco di
Francesco Apreda (
Idylio by Apreda del Pantheon Iconic Rome Hotel). E poi i piatti squisitissimi dei padroni di casa (gli
Gnocchetti di fiordilatte di
Palamaro e lo
Scampo con scalogno, ‘nuda e limone di
Di Costanzo), il magnifico
Tea-ramisù di
Antonino Maresca, la trionfale pizza
Emilia di
Raffaele Bonetta. Il tutto in armonia con vini, cocktails e buona musica.
Infine, il fattore umano. Il tema di questa decima edizione, “Il futuro ha memoria” ha movimentato la tavola rotonda della giornata finale al
Lisola Restaurant, chiusa dal concorso “Un dolce per Ischia” (progetto quinquennale per mettere a punto il contraltare ischitano della Caprese). A confrontarsi su tradizione e visione, territorio e talento, chef, pasticceri e imprenditori. Rilassati, contenti, empatici. Perché più del mordi-e-fuggi di tante manifestazioni, qui conta l’interazione tra i protagonisti. Un brain storming all’ischitana, da rimpolpare facendo un bagno insieme, andando a visitare un produttore, chiacchierando davanti a un tramonto. Condivisione a mille. Zero competizione. Speriamo che duri così per almeno altri dieci anni.