31-10-2026

Sushi, izakaya (e pure rooftop): la mappa del migliore cucina giapponese a Roma

Una guida (quasi) sentimentale ai luoghi che hanno cambiato il volto della cucina nipponica nella Capitale: abbiamo selezionato 19 indirizzi da non perdere, quartiere dopo quartiere, dai locali ormai storici alle nuove iniziative più brillanti

La nostra guida alla migliore cucina giapponese a

La nostra guida alla migliore cucina giapponese a Roma

C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui “ristorante giapponese” a Roma significava quasi soltanto una cosa: un salone enorme, un cartello “all you can eat” all'ingresso, un piatto di sushi indistinguibile da quello del tavolo accanto. Quel tempo, per fortuna, è finito. Negli ultimi anni la Capitale ha costruito, quartiere dopo quartiere, spesso senza clamore, una geografia giapponese fatta di izakaya che sanno di casa, sushi bar governati da mani che tagliano il pesce con maestria, pasticcerie che profumano di matcha e fagioli azuki, rooftop dove il sakè si beve guardando le cupole di Roma. Ho passato mesi a percorrerla, questa mappa. Eccola.

 

Sushisen

Sushisen, l'ingresso

Sushisen, l'ingresso

Si parte da qui perché da qui, in un certo senso, è ripartito tutto. Nel cuore del distretto del sushi capitolino, a Ostiense, Sushisen è uno dei pochissimi indirizzi romani ad aver conservato intatta l'autenticità della cucina giapponese, ed è entrato nella Guida Michelin Italia nel 2022. Il progetto, di «ricerca, armonia, dedizione», per usare le parole del patron, porta la firma di Kunihiro Giuliano, laureato con lode in Studi Orientali, maitre rôtisseurs e sake sommelier, che ogni mese vola a Tokyo per rifornirsi di ingredienti introvabili altrove: yuzu interi, sakè rari, spezie originali. In cucina, dal 2011, lo chef Eiji Yamamoto, classe 1975, nato a Hokkaido: una carriera iniziata nel '94, affinata come head chef tra Canada e Australia, poi il ritorno in Giappone come istruttore per la rappresentanza chef di Hokkaido, diplomi in cucina tradizionale, cucina macrobiotica e coordinamento alimentare, oltre a diverse apparizioni televisive, prima di approdare a Roma. Qui, insieme a una brigata di otto chef rigorosamente giapponesi, firma i percorsi omakase della sala dining e il ritmo più conviviale del kaiten. La carta dei sakè, con etichette rare persino in Giappone come Hakkaisan e Kubota, e la selezione di shochu completano un'esperienza fedele a un solo principio: togliere è meglio che coprire.

 

Moon Asian Bar

Moon Asian Bar

Moon Asian Bar

Al primo piano dell'hotel Valadier, Moon Asian Bar interpreta l'Oriente attraverso essenzialità, armonia e condivisione: un izakaya contemporaneo dove cocktail dal twist asiatico dialogano con una cucina che fonde le tradizioni di Cina, Giappone, Corea, Thailandia, Vietnam e Indonesia. L'idea porta la firma di Daniele Lassalandra, che ha immaginato un unico bancone di lavorazione da cui escono bao, gyoza, nigiri e uramaki pensati per essere condivisi. Tra i più riusciti, i Nigiri di wagyu e gambero rosso, gli Uramaki con ceviche di spigola, i Gyoza al tartufo. Al bancone prendono vita cocktail ispirati ai grandi manga giapponesi: Akira, omaggio al capolavoro cyberpunk di Katsuhiro Ōtomo, con tequila e tè matcha; Kiki, che richiama il film di Miyazaki, con tequila e sake allo yuzu; Saichō, dedicato al manga di Satoru Noda, con whisky Nikka e sciroppo al tè. Al piano superiore, c'è un'altana raccolta di appena quattro tavoli, uniibili all'occorrenza, che custodisce una lampada sferica sospesa in carta giapponese fatta a mano: la luna, letteralmente a un dito di distanza, sopra i tetti di Roma.

 

Il Vizio

I maki del Vizio

I maki del Vizio

Ottavo piano dell'hotel Sina Bernini Bristol, con la Terrazza Bernini affacciata su piazza Barberini: è la sede romana de Il Vizio, il concept - nato a Perugia e oggi presente anche a Milano - ideato dalla famiglia Masilla insieme all'executive chef Marco Gargaglia. La filosofia del progetto si riassume in una parola sola, "combinazione", non fusione: la cucina del sushi e quella contemporanea di ispirazione orientale convivono senza mescolarsi, ciascuna fedele al proprio linguaggio. A Roma il compito è affidato allo chef Tetsuo Nagano, che firma sashimi, nigiri e una selezione di crudo di altissimo livello, mentre la sensibilità mediterranea entra in dialogo con la materia prima italiana secondo i principi di precisione ed equilibrio che guidano l'intero progetto. Un posizionamento confermato dai riconoscimenti raccolti negli anni, che si affiancano ai risultati ancora più solidi della sede storica di Perugia e di quella milanese, aperta nel 2021 con l'arrivo dello chef Taro Simosaka.

 

Hamasei

Hamasei

Hamasei

Il decano. Aperto nel 1974 come filiale del ristorante di Tokyo Kappou Hamasei, è il ristorante giapponese più antico di Roma, incastonato tra Piazza di Spagna e Fontana di Trevi. Nessuna trasgressione fusion: qui la cucina di Tokyo si racconta come tradizione pura, dal sukiyaki allo shabu shabu, piatti che altrove, in Italia, si trovano raramente. A pranzo, i quattro menu bento fissi restano tra i modi più onesti per avvicinarsi alla cucina giapponese vera.

 

Okasan

Okasan

Okasan

In Via Ostia 22, in zona Prati, Okasan è il capostipite, il primo tassello dell'universo Hiromi che oggi conta anche Otosan, Hiromi La Maison, Hiromi Cake e Hiromi La Terrazza. Il nome, che in giapponese vuol dire "mamma", è un omaggio a Machiko Okazaki, imprenditrice di Osaka diventata romana e madre di una figlia italo-giapponese: dietro l'insegna c'è insomma tutta una storia familiare, prima ancora che un concept. La cucina segue il filo rosso del gruppo con materia prima di alta qualità, tonno bluefin del Mediterraneo quando possibile, in un ambiente più raccolto e casalingo rispetto alle aperture più recenti della famiglia.

 

Otosan

Otosan

Otosan

In Via Nemorense, zona Trieste, dal 2018 Otosan porta avanti l'idea di izakaya come osteria di quartiere: piatti fatti in casa, tecnica curata, manualità artigianale, dai ravioli al ramen. Il donburi è tra le cose da non perdere, così come il katsuodon, il maiale impanato e fritto su riso. È un locale nato dall'esperienza di Machiko Okazaki, che negli anni ha costruito a Roma un piccolo impero di autenticità giapponese, di cui Otosan resta uno dei capitoli più solidi.

 

Nomisan

Nomisan

Nomisan

Piccolo, accogliente, senza fronzoli: Nomisan è uno di quei posti che si scoprono per passaparola e non si lasciano più. Il pesce arriva fresco ogni giorno dal mercato di Fiumicino, e il menu si arricchisce quotidianamente di piatti fuori carta legati al pescato del giorno. Ci sono anche ricette di famiglia, la “salsa segreta della nonna”, il Pesce alla Nomisan, che raccontano una cucina domestica prima ancora che ristorativa.

 

Kohaku

Kohaku

Kohaku

A due passi da via Veneto, Kohaku, aperto a fine 2022 dall'imprenditrice Sabrina Bai (già patronne dell'izakaya Shiroya), è stato il primo indirizzo capitolino a portare in tavola la cucina kaiseki, la forma più alta e cerimoniale della gastronomia giapponese. Da provare i menu degustazione serviti solo a cena, si chiamano Kohaku Kaiseki e Kohaku Sushi Kaiseki: quest'ultimo al bancone davanti allo chef su ceramiche artigianali, in una sala con un'attenzione quasi maniacale al dettaglio, playlist compresa.

 

Hiromi Cake

La tavola di Hiromi La Maison

La tavola di Hiromi La Maison

Nel 2018, in zona Prati, apriva Hiromi Cake, la prima pasticceria interamente giapponese d'Italia, firmata da Machiko Okazaki. Da lì il marchio non si è più fermato: oggi conta sedi anche a Milano e Firenze e rifornisce oltre duecento ristoranti in tutta Italia dai propri laboratori. Nel settembre 2023 è nata Hiromi Maison, a Porta Pia, pensata come vera casa madre del progetto: non solo ristorante e pasticceria, ma anche laboratorio di ricerca e spazio culturale dedicato alla cucina del Kansai, alla pasticceria giapponese e alla selezione di sakè. L'ultimo capitolo, il più recente, è Hiromi La Terrazza sul rooftop del 77 Hotel a Monti: un approccio più elegante e delicato alla cucina giapponese, per completare un percorso che va dall'alta pasticceria alla cucina contemporanea fino alle esperienze immersive di cultura nipponica. La stessa coerenza, capitolo dopo capitolo, di un marchio ormai unico nel panorama italiano.

 

Nakai, Ie Koji Izakaya, Sakaba Ie Koji, Sando Ie Koji

Sando di Koji Nakai

Sando di Koji Nakai

C'è un nome che merita un capitolo a parte, perché più che un ristorante è ormai un piccolo ecosistema: quello dello chef Koji Nakai, classe 1984, nato a Kobe, cresciuto tra il mercato ittico della sua città e la cucina del nonno. Arrivato in Italia nel 2008, dopo anni tra Toscana, Udine e Roma, Nakai ha costruito nella Capitale un percorso che si legge quasi come una mappa della cucina giapponese contemporanea, un locale alla volta. Tutto comincia nel 2022 con Nakai, il ristorante che porta il suo nome: cucina fusion tra Giappone e Italia, il luogo in cui lo chef mostra per la prima volta la propria idea di “armonia” tra le due culture che lo hanno formato. Nel giugno 2024 arriva Ie Koji Izakaya, in zona Cipro, aperto insieme al socio Roberto Salvati: qui Nakai smette per la prima volta i panni del sushi-man e si dedica alla cucina di casa, quella di sua nonna e di sua madre a Kobe a base di frittate giapponesi, ramen senza brodo, sukiyaki in miniatura. Alla fine del 2024 nasce Sakaba Ie Koji, nel quartiere Della Vittoria: una sakaba, cioè «il luogo dove in Giappone si va prima di tutto per bere». Niente menu lunghi, ma una sfilata di piccoli assaggi pensati per accompagnare una cantina di sakè curata insieme al distributore specializzato Shibataya, vini naturali anche giapponesi, birre nipponiche e distillati. E infine, nella primavera del 2026, l'ultimo nato: Sando Ie Koji, vicino al Mercato Trionfale, una katsusanderia essenziale e veloce, dedicata a un solo prodotto, il katsu sando, il celebre sandwich con cotoletta.

 

Yezi

Yezi, la semi private dining room

Yezi, la semi private dining room

A Piazza Sallustio, dentro l'art'otel Rome, Yezi porta a Roma un'idea di cucina pan-asiatica che sconfina volentieri anche nel Giappone: la regia è del concept chef Werner Seebach, che porta in dote esperienze internazionali come Roka, Sushi Samba e Chino Latino a Londra, mentre ai fornelli romani c'è Giordano Gianforchetti, arrivato da Wunderkammer e J.K. Place Roma. Il menu, pensato per la condivisione, alterna dim sum, sashimi e wagyu su pietra calda; a completare l'esperienza, una carta tè che pesca da Cina, Giappone e Taiwan, omaggio dichiarato al nome del locale, che in cinese significa "foglia". Tra le opere d'arte site-specific dell'artista romano Pietro Ruffo, Yezi è oggi uno degli indirizzi più scenografici e ricercati della Capitale, sale e conto compresi.

 

Enosake

Enosake

Enosake

A San Giovanni, su Viale Carlo Felice, Enosake è la terza creatura di Marco Wu, già dietro ad Astemio in zona Monti e Quartino nel quartiere Esquilino: dopo il vino, qui la ricerca si sposta sul sakè e sui distillati del Sol Levante, con una carta che sfiora le trecento etichette tra sakè, gin, whisky e rifermentati. L'ambientazione è quella della classica izakaya fatta di toni caldi, luci soffuse, un bancone a vista dove lo chef prepara le specialità, con un dehors che guarda dritto alla Basilica di San Giovanni. In cucina, gyoza in diverse varianti, compresa quella al wagyu, sushi, sashimi, uramaki e ramen, con qualche chicca come il celebre manzo Ozaki beef. Aperto a pranzo e cena, è il posto giusto per chi vuole allungare la serata bicchiere dopo bicchiere.

 

Taki

Taki

Taki

A due passi da Piazza Cavour, in zona Prati, Taki racconta la cucina di casa di Kyoto in un ambiente che è quasi un giardino zen: acqua, piante, luci soffuse, musica di sottofondo pensata per rallentare il ritmo. Oltre al sushi più classico, qui si trovano ramen di ogni tipo e un'autentica carne di wagyu giapponese. È uno di quei ristoranti che i romani frequentano da quindici, vent'anni, e continuano a considerare, non a torto, tra i migliori della città.

 

Kou Kou

Kou Kou

Kou Kou

Tra il rione Prati e il quartiere Della Vittoria, Kou Kou è un ibrido riuscitissimo: pasticceria francese e washoku, la cucina tradizionale giapponese, sotto lo stesso tetto. Lo hanno aperto nel 2024 Paola Mazzeo, pastry chef romana formatasi in Giappone, e suo marito Wataru Izumo, chef formatosi tra Saitama e Tokyo. Lui in cucina a preparare sukiyaki, donburi, ramen, karaage; lei al bancone dei dolci, dove una cheesecake basca ai fiori di sakura convive con una religieuse al tè sobacha. Il nome fonde il giapponese “kou” (felicità, passione) e il francese “coucou”: un saluto, in due lingue, a chi entra.

 

Mikachan

Mikachan

Mikachan

È diventato, semplicemente, il ristorante giapponese più imprenotabile di Roma. All'Infernetto, arredato con una cura tale da sembrare il salotto di una casa giapponese vera, una ventina di posti in tutto: bisogna insistere, bisogna avere pazienza, ma ne vale la pena. Dietro c'è la storia di Micaela Giambanco, che da appassionata di karate ha finito per innamorarsi, altrettanto profondamente, della cucina del Sol Levante.

 

Umami

Umami

Umami

In Via Mario Menghini, Umami è nato dalla passione imprenditoriale di Marco Pucciotti e dello chef Claudio Farinelli per la cultura gastronomica giapponese, approfondita in numerosi viaggi diretti. Qui il registro è più popolare e street: korokke, tonkatsu, karaage e takoyaki fatti in casa, accanto a sushi, sashimi e ramen preparati con ingredienti freschi. Un ponte, in un certo senso, tra la kaiseki raffinata e la cucina di strada.

 

Aiki

Aiki

Aiki

Ai Colli Portuensi, la storia di Aiki comincia con l'aikido (un'arte marziale giapponese), non con il cibo: Carlo Cocorullo, ingegnere informatico prima e maestro d'arti marziali poi, apre nel 2017 il dojo Takemusu, e nel 2024 decide di trasformare la passione per il Giappone in un locale aperto tutto il giorno con izakaya la sera e sala da tè nel pomeriggio. La chef Satoko Nishiumi, originaria di Osaka, cucina secondo ricette di famiglia: yakitori, gyoza, okonomiyaki, in un percorso omakase con abbinamenti sake pensati nel dettaglio. Dolci come dorayaki e mochi accompagnano il momento del tè.

 

Kiko

Kiko Sushi Bar

Kiko Sushi Bar

A San Lorenzo, nel piazzale del Verano: dietro al bancone di Kiko Sushi Bar c'è Atsufumi Kikuchi, un maestro che in oltre trent'anni di carriera ha saputo fondere la tradizione giapponese con influenze newyorkesi. Il locale, minimal ed elegante, ospita 45 coperti, e la reputazione, costruita nigiri dopo nigiri, è tra le più solide della città. Il consiglio, come sempre in questi casi, è sedersi al bancone e guardare.

 

Waraku

Waraku

Waraku

Waraku è la prova che i posti più belli, spesso, nascono per caso e senza volerlo diventare ristoranti. Nato nel 2009 a Centocelle come associazione culturale per diffondere la cultura giapponese a Roma, un campanello senza insegna, un dojo di arti marziali dietro cui si nascondeva una piccola sala, oggi si trova su Via Prenestina, guidato da Maurizio Di Stefano e dalla moglie Miwako. Niente sushi: qui regnano i noodles, i gyoza brasati, gli udon freddi, un ramen che per molti resta tra i migliori di Roma. I Led Zeppelin al posto della musica tradizionale: un'idea di Giappone lontana da ogni cartolina, e proprio per questo più vera.


Dall'Italia

Recensioni, segnalazioni e tendenze dal Buonpaese, firmate da tutti gli autori legati a Identità Golose

Francesca Feresin

di

Francesca Feresin

Romana di Trastevere, classe ’99, sin da piccola mangia fuori, ricercando tavole sempre più fuori dagli schemi. Si è laureata in Medicina al Policlinico Umberto I con l’obiettivo futuro di riuscire a coniugare le sue più grandi passioni: la cucina e la medicina.

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