Bruna Cerea, 50 anni d'amore

«Mi innamorai di Vittorio subito, era bellissimo. Macellaio, portò il pesce a Bergamo». E i nipoti...

06-04-2016
Una foto di una dozzina di anni fa quando il risto

Una foto di una dozzina di anni fa quando il ristorante Da Vittorio era ancora nella storica sede di Bergamo e non dove è ora, alla Cantalupa di Brusaporto, allora sede degli eventi, località immersa nel verde dove è stata scattata questa foto con l’intera famiglia Cerea. Da sinistra verso destra si riconoscono Bobo Cerea, la sorella Barbara appoggiata al tronco di un albero, quindi Rossella in primo piano e Chicco più indietro praticamente al centro. In giacca nera papà Vittorio abbracciato all’amore di una vita intera Bruna. Infine, tutto sulla destra, Francesco, il secondogenito, sommelier a differenza dei fratelli entrambi cuochi

Il 6 aprile di mezzo secolo fa a Bergamo apriva su viale Roma, poi viale Papa Giovanni XXIII, un locale destinato a lasciare una traccia profonda nella ristorazione italiana: Da Vittorio, Vittorio Cerea, classe 1936, scomparso il 31 ottobre 2005 per malattia quando il locale suo e di sua moglie Bruna si era spostato da pochi mesi a Brusaporto, in provincia. Non può esistere controprova, ma difficile pensare che il trasloco, subito e non cercato, lo avesse entusiasmato.

Proprio perché ho ben presente le parole di Leo Longanesi («Un’intervista è un articolo rubato»), ringrazio Adele Bandera e il suo staff per una cartella stampa da prendere a esempio, qui ripresa a piene mani. E’ lei che ha chiesto alla signora Bruna cosa ricordi di quel 6 aprile. Risposta splendida, da commozione: «Posso dire la felicità?». Eccome se può dirlo. Sarebbe poi arrivata la prima stella Michelin (1978), quindi la seconda nel 1996, con la terza datata 2010, ma il primo passo ha sempre un gusto speciale.

Fragoline di mare al verde, il piatto del cuore di Bruna Cerea e di tutti i figli perché «riporta alla meoria sapori e sensazioni degli esordi, quando la polenta era cotta sul camino e sprigionava quel profumo croccante e ambrato imndimenticabile»

Fragoline di mare al verde, il piatto del cuore di Bruna Cerea e di tutti i figli perché «riporta alla meoria sapori e sensazioni degli esordi, quando la polenta era cotta sul camino e sprigionava quel profumo croccante e ambrato imndimenticabile»

Oggi i Cerea formano una famiglia di 27 persone con Francesco agli eventi esterni, Chicco e Bobo chef, Rossella sala e accoglienza, Barbara a guidare la Pasticceria Cavour in Bergamo Alta e mamma Bruna al controllo gestione. I cordoni della borsa sono sempre ben stretti nelle sue mani. E il suo racconto merita di essere letto: «Era il gennaio 1966. Con Vittorio decidemmo di lanciarci in una nuova avventura: un ristorante tutto nostro. Da lì a qualche mese aprimmo. Io ero spaventa e anche lui, nonostante il suo grande coraggio, aveva un po’ di paura anche se lui era speciale. Metteva la vita nel suo lavoro».

Galeotta una tazza di cioccolata fumante al Bar Orobica di Bergamo, di proprietà della famiglia Cerea: «Ricordo che i toast erano alti, era un posto all’avanguardia già in quegli anni. Però io non ordinavo panini, sempre una tazza di cioccolata calda». Un panino non lo centellini, una cioccolata sì e Bruna voleva farsi notare: «Vidi Vittorio e me ne innamorai subito. Era bellissimo, aveva degli occhi splendidi e cantava proprio bene. Decisi che non me lo sarei fatta scappare e sono stata io a conquistarlo, con l’aiuto di sua madre».

La vecchia, storica sede di Vittorio in viale Papa Giovanni XXIII a Bergamo. I coniugi Cerea, Vittorio e Bruna, aprirono il loro locale quando l'arteria si chiamava viale Roma e non era stata ancora intitolata a uno dei papi più amati dagli italiani, bergamasco di Sotto il Monte.

La vecchia, storica sede di Vittorio in viale Papa Giovanni XXIII a Bergamo. I coniugi Cerea, Vittorio e Bruna, aprirono il loro locale quando l'arteria si chiamava viale Roma e non era stata ancora intitolata a uno dei papi più amati dagli italiani, bergamasco di Sotto il Monte.

Fanno sempre tutto le donne, anche se noi uomini pensiamo di avere voce in capitolo. Tra la nascita di Chicco nel 1964 e quella di Francesco nel ’66 aprono il locale tutto loro. Pochi coperti, poco lusso e pochi soldi: «Io curavo la pasticceria e facevo di cannoncini tre volte al giorno. Altro che i surgelati di oggi. La nostra idea vincente? Portare il pesce a Bergamo. E dire che il mio Vittorio da ragazzo lavorava in macelleria. Pensate che i nostri clienti all’inizio mangiavano gli scampi con il guscio, non sapevano che andava scartato».

Cresce il ristorante e crescono i figli: «Arrivavano a casa da scuola, buttavano la cartella in un angolo e andavano in cucina o in sala. Poi il mondo. Chicco è sempre stato il viaggiatore viandante, Bobo è stato per un po’ di tempo in Francia, mentre Francesco è quello che ha viaggiato meno. Pensavo che Rossella diventasse invece medico perché curava la nonna di novant’anni. Poi però conobbe suo marito, Paolo Rota, che lavorava e lavora tuttora al ristorante, si sposò e decise di dedicarsi al servizio».

Undici anni fa la chiusura di Bergamo, l’apertura a Brusaporto e la scomparsa di Vittorio, dolore assoluto «però sono contenta che sia almeno riuscito a vedere il nuovo ristorante. Ho amato così tanto mio marito, è così forte i sentimento che lo sento sempre accanto a me». Con lei i figli e i nipoti, il presente e il futuro, tutto da scrivere: «Preferirei che prendessero la loro strada. L’aiuto il sabato sera mi fa piacere, ma è giusto che facciano quello che amano».

Un’ultima curiosità: la prima stella è tutta di Vittorio, la seconda metà e metà tra padre e figli, la terza tutta della seconda generazione. Ma che differenze tra loro? «I piatti di mio marito erano belli, quelli dei miei figli sono più studiati». Però i paccheri sono sempre quelli del patriarca e la cotoletta pure, una doppia orecchia d’elefante. Le grandi ricette non tramontano mai.


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