Conegliano Valdobbiadene, Prosecco eroico che vuole emergere

Vignaioli di carattere e colline mozzafiato: le mille sfaccettature di una zona d'eccellenza

06-10-2017
Viaggio sulle colline di Conegliano Valdobbiadene,

Viaggio sulle colline di Conegliano Valdobbiadene, un territorio candidato a diventare Patrimonio dell'Unesco

Si fa presto a dire Prosecco. E, purtroppo, si fa presto a fare confusione. Ma forse, andando sui luoghi di produzione, si può davvero comprendere questa realtà tanto complessa e ricca di sfaccettature.

Prima puntualizzazione: siamo nella zona della Docg Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore (questa la denominazione esatta), un totale di 15 Comuni che si estendono tra le due “capitali” della zona: ad ovest Valdobbiadene, cuore produttivo, e a est Conegliano, fulcro culturale. In quest’area, poi, ci sono due ulteriori suddivisioni: la Docg Prosecco Superiore Rive, che va a indicare le 43 colline più scoscese e con 320 ettari di terreni particolarmente adatti alla produzione della Glera (il vitigno base del Prosecco, per chi non lo sapesse), e la Docg Valdobbiadene Superiore di Cartizze, zona estesa per soli 107 ettari di terreno vitato.

La "piramide" della produzione del Prosecco (grafico fornito dal Consorzio)

La "piramide" della produzione del Prosecco (grafico fornito dal Consorzio)

Ora, giusto per farsi un’idea di massima sulla differenza tra le varie aree di produzione, senza entrare in distinzioni qualitative, basta guardare i numeri: il Prosecco Doc conta una produzione su 9 province, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, pari a 450 milioni di bottiglie all’anno di media, mentre il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg conta di 90 milioni di bottiglie, delle quali 1,8 milioni di Rive e 1,3 milioni di Cartizze. Discorso a parte per l’Asolo Prosecco Docg, che si assesta attorno ai 7 milioni, e del quale abbiamo avuto modo di parlarne tempo fa, con questo articolo.

Basta arrivare nella zona di Conegliano per capire, comunque, che stiamo parlando davvero di viticoltura eroica: è sufficiente uno sguardo sulle colline per accorgersi delle pendenze e delle difficoltà che gli agricoltori devono affrontare per coltivare la pur generosa Glera, lavorando quasi esclusivamente a mano, con un lavoro che in certe zone si avvicina, se non supera, addirittura le mille ore l’ettaro all’anno e che comunque si attesta su una media di 800 ore l’ettaro. Roba da farsi venire il mal di schiena al solo pensiero.

Martino Tormena: con papà Bruno è alla guida della Mongarda

Martino Tormena: con papà Bruno è alla guida della Mongarda

Ne sanno qualcosa i produttori, come Martino Tormena, che sta seguendo le orme di papà Bruno alla guida dell’azienda Mongarda di Col San Martino, 11 ettari di vigneto: «Chi decide in famiglia? Insieme: papà mette l’esperienza, io l’entusiasmo, la curiosità e anche un po’ di lungimiranza». Quella delle Rive Alte è una vigna che l’azienda utilizza per il Prosecco Docg Extra Dry. Il vitigno è, ovviamente, la Glera.

E le pendenze si fanno decisamente sentire. «Facciamo solo raccolta a mano, in cassette da 25 chili, per cercare di conservare l’integrità dell’uva e preservare gli aromi, evitando che si formino sensazioni amare. L’annata 2016 è stata una delle migliori, dove l’aromaticità è sicuramente molto spiccata».

Paesaggi mozzafiato e colline scoscese: siamo nella zona di Col San Martino, con le torri di Credazzo

Paesaggi mozzafiato e colline scoscese: siamo nella zona di Col San Martino, con le torri di Credazzo

Martino, come tanti giovani viticoltori della zona, è uscito dalla scuola enologica di Conegliano, la più antica d’Italia. «La scuola ti offre un approccio molto cautelativo alla produzione, ma se si vuole esprimersi al meglio, magari bisogna correre qualche rischio. Noi siamo piccoli, siamo un’azienda artigianale, e vogliamo che i nostri prodotti ci rispecchino».

Sicuramente un prodotto artigianale che può conquistare è il Glera Colli Trevigiani Doc Col Fondo 2016, con rifermentazione in bottiglia, come i Prosecchi di una volta. In questo caso viene utilizzato mosto congelato della stessa vigna per far ripartire la fermentazione. Ed è un vino particolare, dai profumi meno d’impatto rispetto al Prosecco “classico”, ma dal gusto può complesso e ampio.

Andrea Miotto racconta la produzione della sua cantina

Andrea Miotto racconta la produzione della sua cantina

Anche a Colbertaldo c’è poco da scherzare. Qui le colline, con pendenze notevoli, vengono amorevolmente chiamate “polentine”, perché, come racconta Andrea Miotto, «è come quando ribalti il paiolo, e la polenta prende quella forma». Andrea, assieme al padre Valter e al fratello Matteo, prosegue la tradizione incentrata sulla qualità della Cantina Miotto, che lavora su 12 ettari di vigneto nelle varie zone.

«Ma non imbottigliamo tutto, facciamo circa 90mila bottiglie, mentre il resto lo vendiamo ad altre case spumantistiche. Noi separiamo i vari vigneti: ne abbiamo 15 in 12 zone diverse, che ci danno basi differenti che, in fase ti taglio, offrono una grande possibilità di scelta. L’importante è arrivare alla giusta maturazione delle uve: il 2017 non sarà l’annata migliore, sia per la gelata di primavera che ha colpito alcune zone, sia per la siccità prolungata di questa estate. Ma l’uva che abbiamo portato in cantina è sana».

Annata diversa rispetto alla 2016, che ha dato degli ottimi risultati. E nel bicchiere lo si nota facilmente, con il Prosecco Docg Rive di Colbertaldo 2016 (parliamo sempre di Conegliano Valdobbiadene) che ha una grande sapidità, la quale gli conferisce un’ottima bevibilità, e un bouquet aromatico di tutto rispetto, dai fiori bianchi, fino a marcate sensazioni mela e alla pera. Il Fedèra Brut è un po’ più rotondo e morbido, il Fedèra Extra Dry, con i suoi 17 grammi litro di residuo zuccherino, è definito dallo stesso Miotto come “vino del benvenuto”. Da non sottovalutare, anche in questo caso, il ProFondo 2016, rifermentato in bottiglia dal grande potenziale. 

(parte prima / continua)


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