Trecentogradi, la rivoluzione della pizza a Corigliano Calabro

Viaggio nel locale di Alessandro Plastina, sulle orme di Bosco: un progetto dallo spirito giovane fondato su una squadra di giovani, ma dove vige il modello della bottega di un tempo

15-03-2021
Pizza in teglia al Trecentogradi di Corigliano Cal

Pizza in teglia al Trecentogradi di Corigliano Calabro (Cosenza). Un indirizzo di grande qualità, ce lo racconta Manuela Laiacona

La scrivania non faceva per lui. Si è tolto i panni da commercialista poco dopo l’avvio alla carriera. Il traguardo raggiunto con studio e sacrifici a Roma, alla fine, non si è rivelato ciò che realmente desiderava per il proprio futuro. Perché è stata un’altra strada a richiamarlo. Quella che non aveva in fondo mai abbandonato, coltivata nei week end universitari e durante i rientri in Calabria. Alessandro Plastina appartiene al mondo della pizza. Vi è cresciuto ed è lì che è voluto ritornare. Ha imparato le prime regole della vita dentro le mura della pizzeria di famiglia, sotto l’insegna Mimosa, fondata dal padre e dallo zio nel 1986 a Corigliano Calabro e ancora oggi una istituzione nell’Alto Cosentino. Ma è stato l’incontro all’Università della Pizza di Molino Quaglia con Renato Bosco, che Alessandro considera il proprio mentore, ad averlo messo davanti allo specchio, a tu per tu con la propria passione. Un incontro folgorante. «Quel percorso di formazione mi ha fatto fare il cambio di rotta definitivo, mi ha cambiato la vita e il modo di vedere l’arte della pizza», racconta.

Alessandro Plastina

Alessandro Plastina

Così, nel settembre del 2019 Alessandro ha acceso le luci di Trecentogradi, lungo la via principale della sua cittadina. Ha puntato sin da subito sulla pizza al padellino, che in onore di Bosco ha battezzato Nuvola di pane. Quella con cipolla di Tropea caramellata, ‘nduja, pomodoro giallo e filetto di tonno è diventata in poco tempo la più iconica del locale. Attraverso questa novità ha avviato la sua rivoluzione con l’obiettivo di stimolare il contesto, di seminare una coscienza di consumo diversa, più consapevole. Lo ha fatto insieme a Carmine Fontana, veterano alla Mimosa, che governa il forno e con il quale Alessandro si alterna oggi per gestire entrambe le realtà, e a Gregorio Caldeo. Trecentogradi è un progetto dallo spirito giovane fondato su una squadra di giovani, dove vige il modello della bottega di un tempo e dove viene onorata la trasmissione del sapere e del mestiere.

Alessandro parte con il bagaglio di insegnamenti impartiti dalla famiglia. «La gente deve mangiare la roba buona - dice - come se la mangiassi tu». Così recita il mantra del padre, l’insegnamento di vita che ha fatto proprio e ha concretizzato attraverso un solido legame con gli agricoltori, gli allevatori e le piccole aziende del territorio e della Calabria. L’attenzione agli ingredienti, secondo Alessandro, è il modo per far toccare con mano le enormi potenzialità di questo angolo di costa ionica dove prosperò l’antica Sybaris, stretta tra il Pollino e la Sila. «Non sono andato via perché qui si può vivere bene - dice - Non è facile. Bisogna scontrarsi con una certa mentalità, ancora diffusa, che porta all’arretratezza culturale e sociale, all’arroganza. Non siamo nemmeno aiutati da chi ci governa. Non è facile combattere contro queste forze contrarie». Eppure nel lavoro con i giovani trova la forma di lotta più consona. «I ragazzi che lavorano con me sono esemplari. Li sto crescendo e responsabilizzando. Questi ventenni, che potrebbero avere altro per la testa, si sono appassionati. Lavorano con grande spirito di sacrificio. Mai mi hanno chiesto permessi. Trecentogradi viaggia con spirito di squadra. Sognano addiruttura l’apertura di altri punti vendita da gestire in Italia. Questo è un grande risultato, sociale e culturale».

La sala

La sala

Quale scegliere?

Quale scegliere?

Arrivano le risposte anche da parte dei consumatori. «Oltre alla pizza al padellino hanno imparato ad apprezzare quella in teglia romana. A capire ciò che facciamo». La start up che ha preso vita a pochi mesi dallo scoppio della pandemia non ha mai in questo anno turbolento ammainato le vele. «Se non per qualche settimana, non ci siamo mai fermati. Amo il mio lavoro. Mi rende felice, nel mio piccolo, poter far stare bene le persone. È la cosa più importante».


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