08-05-2024

Milano controcorrente: 7 insegne per spendere del buon tempo

Nello stereotipo della città iper-dinamica, resistono importanti isole in cui godere di cose buone, a ritmo lento. Un piccolo reportage in 7 indirizzi

L’insegna originaria da cui l’omonima Osteria

L’insegna originaria da cui l’omonima Osteria Alla Concorrenza di oggi prende il nome (via Melzo 12, +390291672012)

Proponiamo da oggi su Identità Web le "Storie di Gola" della Guida di Identità Golose 2024. Si tratta di itinerari dedicati a metropoli (o territori) del mondo, quest'anno scritti da food writer e giornalisti promettenti. Il senso delle "Storie di Gola" non è individuare le insegne più pazzesche del momento, ma i luoghi del cuore dell'autore. Cominciamo da Milano nell'affresco di Barbara Marzano

Lentezza. Forse l'ultimo colore con cui ritrarre Milano, la città che chiede sempre l’ora ma non ha mai il tempo. Ma non esiste solo la Milano frenetica, spiccia e disincantata dalla meraviglia che la lentezza riesce ancora a smuovere. C’è anche quella che scorre piano, che non si prende il nostro tempo ma che offre il suo in una dimensione più piccola, nascosta, che richiede la pazienza di cercarla. Corriamo, corriamo, corriamo, ma non essendo tutti atleti, saltuariamente sarebbe bene progettare una pausa, riconnetterci con noi stessi - prima di farlo con chi abbiamo di fronte - spegnere il telefono e goderci il nostro tempo, semplicemente abbracciando la lentezza, come in questi 7 indirizzi milanesi. Perché se il cibo dev’essere “buono, pulito e giusto”, non dev’esserlo anche il suo tempo?

Latteria La Cicala
Non è detto che la fiaba della cicala e la formica debba avere una sola versione. Ci sono cicale che hanno speso il loro tempo saggiamente, pensando al bene altrui, oltre che al proprio, dando vita a posti quasi mistici, come nel caso della Latteria La cicala. Qui, Anna Cicala, una donna con fare prorompente, a tratti distaccato, tempo fa trasformò quella che era appunto una latteria sulla via del tramonto, in un ristoro che pare di più il retrobottega di una maga. Un minuscolo labirinto delle meraviglie, con un’accumulazione caotica ma al contempo affascinante, di stoviglie, bicchieri e posate, in ogni caso ben sistemate, da prendere per comporre da sé la propria mise en place, nella stanzina di fronte al banco oppure, nella bella stagione, nel dehors fuori.

Il fascino continua e sfiora piccoli e grandi dettagli. Dal frigorifero anni 50, alla ghiacciaia a bauletto che invece ha più di 100 anni, ai libri da leggersi a pranzo o da portar via, sistemati in una cassetta all'esterno. Un posticino che riscuote grande successo in tutto il quartiere di Porta Venezia, dove serve verdure cotte nel modo più semplice possibile, fritte, in padella o al forno, e altri piattini (anche salumi e formaggi se richiesti), tutti preparati nel retro, in una cucina mignon. Il pane è fatto con il lievito madre che accompagna la famiglia di Anna da ben 3 generazioni, lo stesso con cui vengono impastati i biscotti e le torte, che per soli due euro a porzione, completano il menu del pranzo a dieci euro, comprensivo di acqua e coperto. Provare per credere.

Latteria La Cicala, via Felice Bellotti 13

Latteria La Cicala, via Felice Bellotti 13

Matì
Quanto durano 15 grammi di lento piacere? Risponde Matì, che nasce come minuscolo tempio del maritozzo, dolce e salato, da 15 o 30 grammi, per diventare oggi una dark kitchen. Matteo Casaroli, lo apre a soli 26 anni, insieme ai soci Arjuna Ullrich Rimbotti, Daniele Ionni e Laura Muccini, con un grande obiettivo: sfidare le nonne riproponendo la cucina di una volta sotto forma di maritozzo. La classica versione con panna qui prende tutt’altra piega, veggy, ittica e carnivora (oltre ovviamente alla proposta zuccherina). Burrata e pomodorino confit, caponata, insalata di polpo, o ancora polpette e picchiapò (bollito di manzo, pomodori pelati, cipolla Rossa di Tropea IGP, olio evo, sale, pepe di Sarawack), per un minimo di 3 euro a un massimo di 6,50 euro. Ideali per un pranzo leggero da terminare con un ricordo dolce, come il maritozzo al tiramisùpanna e pistacchio o cioccolato bianco e lampone, sempre per una massima spesa di 4 euro. Un pranzo leggero, sì, perché l’impasto rinuncia al lievito di birra e sceglie sempre una lievitazione 100% lievito madre, con una selezione di 4 farine differenti. Quindi, per ogni eventuale necessità di piacere, non esitate a contattare Matì attraverso la pagina social (con 24 ore di anticipo), per godere del tempo a casa in sua compagnia.

Macelleria Popolare
La lentezza a volte è davanti ai nostri occhi in attesa di accoglierci. È il caso di Macelleria Popolare, il piccolo banco con vista dentro il Mercato di Piazza XXIV Maggio. È qui che chef Giuseppe Zen, insieme a Paolina Mineo, la cuoca che lo affianca, è capace di incantare i passanti con tutta l’eleganza che può avere la semplice preparazione di una tartare. Basti guardare come il coltello scivola dolce sul taglio di carne cruda, che poco prima giaceva in bella vista dentro al banco. Incantevole davvero. Una carne battuta al momento, pronta per essere portata a spasso, verso i tavolini che affacciano sulla conca della Darsena. Qui ci si può prendere il tempo di scegliere - con cura - il proprio pezzo di carne, che sia lingua, roast beef o magari pastrami, gustandolo con calma proprio dirimpetto ai Navigli. La scelta è ampia, va dai Panini con lampredotto (9 euro), pastrami (14 euro), genovese (13 euro), e non solo, alla Cucina, da cui poter assaggiare il brasato (16 euro), le polpette della nonna, le cervella fritte (12 euro), arrosticini e mondeghili (3 euro), per arrivare fino alla Griglia, per una bombetta o messinese (3 euro), fegatelli in rete (8 euro) o un midollo (9 euro). Tutto ciò che il cuore può chiedere insomma, senza dimenticarsi della parte più massiccia, quella di tagliata, costata e fiorentina a peso. Tutti animali allevati solo ad erba, grass fed, che quindi porta lo chef alla costante ricerca di piccoli allevatori che seguano questa filosofia. Se avete tempo - e conviene trovarlo - fate che sia Zen a condurvi in questo arduo percorso.

Matì, via Cesare Correnti 23, +393425101206

Matì, via Cesare Correnti 23, +393425101206

Stadera
Tra le regioni italiane che più rappresentano il tempo godereccio, con profumi e colori che sanno d’Italia, forse c’è proprio la Campania. E se così fosse, la Stadera di Milano sarebbe allora l’espressione più precisa e fedele di tutto il buono di Napoli. Aldo Ritrovato, dopo anni al fianco di Gennaro Esposito, post pandemia apre la sua gastronomia contemporanea, localino con un design anni Settanta in zona Crocetta. Qui la convivialità e il buon tempo speso insieme la fanno da padrona. Si mangia esclusivamente ai banconi, uno rivolto al muro e un altro che invece dà direttamente sul banco gastronomico (a eccezione della stagione primavera estate, in cui viene offerta anche la possibilità di mangiare nel piccolo dehors esterno). Una scelta dello chef che, per riportare tutta l’atmosfera accogliente della bella Napoli, ha optato per questa soluzione più conviviale, che gli permette anche di scambiare due chiacchiere con i clienti mentre è all’opera. La proposta è “semplicemente buona” - un valore che non passa mai di moda - ed è composta Dalla Gastronomia (disponibile tutto il giorno anche per l’asporto) e Dalla Cucina (dedicata al pranzo e alla cena). Le verdure sono forse la parte che più marca questo percorso partenopeo, diverse a seconda della stagione. Ma i tra i best della tradizione non mancano mai la parmigiana (9 euro), le polpette (8 euro), il vitello tonnato (12 euro), il sarto di riso (10 euro) e la lasagna napoletana (12 euro). Fatevi avanti, Napoli è pronta.

Botoi
“Il gusto della vita va assaporato in pausa”. C’è scritto su un quadro appeso alle pareti di un minuscolo bistrot di Porta Venezia, quella meno affollata dalla movida notturna, più precisamente da Botoi, il luogo di Lodovico Rosselli. Varcata la soglia c’è da chiedersi se si veramente usciti per andare a cena fuori, o se invece non si sia solo capitati in una stanza nascosta che ha sempre fatto parte di casa nostra. Botoi è casa, è un camino spento arredato da libri, è una cucina grande forse meno della nostra, con un frigo pressoché simile al nostro. Lodovico invece è cuoco, oste, cameriere, lavapiatti, imprenditore, costruttore, direttore di sala e una piacevolissima persona, riservata, ma cortese.

Botoi è il confine che divide i bistrot francesi dai bacari veneziani, un compromesso tra queste due anime, aperto solo a cena, con un servizio informale e piatti impeccabili, dal primo all’ultimo. La cucina omaggia Venezia fin dal nome, con Botoi, che in veneziano indica proprio un carciofino locale, tipico di Sant’Erasmo, un’isola della laguna a cui Lodovico e la moglie tengono molto. Pasta fatta in casa, dal raviolo allo gnocchetto, con un menu che varia in base a ciò che si trova al mercato o a quello che i piccoli produttori offrono. Anche qui le verdure prendono il sopravvento, come per l’asparago bianco con yogurt e puntarelle (11 euro), la vignarola (13 euro), le sarde in saor, muhammara e daikon (10 euro), ma lascia spazio anche al pesce e alla carne, proponendo ad esempio gli gnocchetti alla busara (14 euro) o le costine di manzo alle 10 spezie e crauti (14 euro). Prezzi più che giusti per una cucina indi, dall’idea, al piatto e mise en place, in un menu che non prevede l’etichetta del primo o del secondo, ma lascia ogni piatto alla libera interpretazione. Entrate, chiudete la porta dietro di voi. Benvenuti a casa.

Altatto, via Comune Antico 15, +393286641670

Altatto, via Comune Antico 15, +393286641670

Altatto
Quale miglior esempio per dimostrare di saper abbracciare la lentezza, se non quello di un ristorante che il weekend decide di chiudere? Ricordiamolo, in una città come Milano, che il weekend potrebbe fare primo e secondo turno, riempiendo senza sforzi anche la lista d’attesa. Sara Nicolosi e Cinzia De Lauri, ritrovatesi qualche anno fa nella cucina di Pietro Leemann (Joia), avviano insieme un servizio di alta cucina vegetariana e vegana per il servizio catering, che nel 2019 trova anche una dimora nel ristorante di Altatto, una sala piccolissima, con appena una ventina di coperti, in zona Greco. Tovaglioli in lino che sanno sempre di bucato della nonna, fiori freschi su ogni tavolo, stoviglie artigianali, il tutto apparecchiato in una sala dai colori tenui con una calma che invade.

Altatto propone due menu degustazione, da 4 (50 euro) o 6 portate (65 euro), con piatti come Pechinese, sedano rapa, crespelle al vapore ed erbe primaverili, Tegoline, fagiolini in panko, zenzero marinato, polvere di togarashi e ortiche, e Sapore di mare, spaghetti mantecati con foglie di borragine, lievito e acqua di carciofi. Immancabile signature di Altatto è invece il tagliere di fermentati, che emula il classico tagliere di formaggi ma in versione vegetale, a base di frutta secca o legumi di loro produzione, un bonsai di felicità che scioglie ogni miscredenza tratta dall’utopico vangelo “il vegano non appaga”.

Osteria Alla Concorrenza
«Chi ha un’idea forte, qualcosa da dire, non conosce concorrenza». Niente di più vero, perché come dice Diego Rossi, «chi non ha un’idea da seguire guarda alla concorrenza», ma chi ce l’ha, chi ha le competenze per realizzarla e ha un credo forte, apre Osteria Alla Concorrenza. Un nome, un controsenso? Non proprio. Dopo aver aperto una trattoria, la poco conosciuta Trippa, Diego, insieme a Enricomaria Porta e Josef Khattabi, apre un’osteria. Un posto che in qualsiasi paesino d’Italia sarebbe probabilmente stato “normale”, ma che nella frenesia di Milano spicca per la responsabilità che si accolla, ovvero quella di ricordarci il buon tempo speso al “bar”, luogo di chiacchiera, dove si andava per il cosiddetto ristoro, a bere del vino in compagnia, magari con qualche sfizio che desse tregua alla fame.

L’idea c’è e l’oste pure. Enricomaria, ormai pezzo d’arredo di Osteria Alla Concorrenza, è entrato a pieno nel personaggio. È lui a raccontare le 1.400 etichette – spesso con la partecipazione degli special guest della serata, i piccoli produttori degli stessi vini - e i piatti dell’osteria, di cui invece di occupa Marco Marini, secondo capostipite di Osteria, anche lui qui dal primo giorno. Dietro al banco prepara e assembla realtà opposte, ma complici, per dar vita a un delirio di emozioni, come nel caso del cotechino di Carlo Alberto Macelleria ben sistemato sopra il panettone al parmigiano di caseificio di Rosola insieme ai ciccioli di Panificio Forli. Ma la scelta è ampia: crostoni dai 6 ai 10 euro, tra cui Tastasal e friarielli, Tartare di cavallo e aringa affumicata, o ancora Coscia affumicata e rafano; focacce e taglieri, ma anche piattini che variano a seconda della stagione, come le Fave in caravatta (3 euro), Gallina in saor (14 euro), Bruscahdol, sparasine, nocciole e balsamela (10 euro), e un angolino dedicato alle frattaglie “di casa”, come Trippa in umido (12 euro) e Nervetti (7 euro). Tutta la proposta è bella in vista, scritta a mano su una lavagna all’entrata, ma se raccontata dall’oste o dal suo braccio destro Nicolò Balestrazzi, assume sempre quel fascino in più.  Piatti assemblati al momento e se necessario riscaldati al microonde, perché proprio come nelle osterie di un tempo, non c’è cucina, ma ci sono tavolini fuori e dentro, e anche un bancone per godersi la pausa distratti dalle chiacchiere dell’oste. Qui il tempo pare davvero essersi fermato, figlio della stessa insegna vintage di un vecchio ferramenta degli anni passati, Alla Concorrenza, da cui l’Osteria milanese ha ereditato il suo nome e forse il suo allure.


Guida alla Guida

Tutte le novità della Guida ai Ristoranti d'Italia, Europa e Mondo di Identità Golose

a cura di

Barbara Marzano

copywriter per mestiere, food writer per piacere (Italia Squisita e Cook_Inc), nel tempo libero racconta gli staff dei ristoranti su Fegatelli

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