Se il futuro è rosa

A Roséxpo 2017 s'è fatto il punto su un mercato, quello dei vini rosati, in crescita ma non privo di contraddizioni

27-06-2017
Roséxpo, Salone internazionale dei vini rosati, 

Roséxpo, Salone internazionale dei vini rosati, la cui quarta edizione è stata organizzata da di deGusto Salento a Lecce nei giorni scorsi, è stato un ottimo osservatorio per capire le tendenze del vino rosato in Italia (tutte le foto sono di Vito Gallo per Roséxpo)

Rosé né carne né pesce. Rosé come compromesso al ribasso. Rosé come medietà-mediocre tra rosso e bianco. Rosé come intruglio dei questi stessi ultimi, ben più nobili. Rosé come prodotto di risulta, utile per disfarsi delle rimanenze. Quanti pregiudizi contro il vino rosé! Eppure è in ascesa: un po’ meno in Italia, ma anche in Italia. E Roséxpo, il salone internazionale dei vini rosati nato da un'idea di deGusto Salento, associazione leccese dei produttori di Negroamaro, ha riunito proprio nella città pugliese esperti e produttori per fare il punto di un mercato en rose non privo di stimoli, ma anche di contraddizioni.

Partiamo da un assunto, anzi da una domanda, posta per l’occasione da Fabio Giavedoni, curatore di Slowine: «Dove lo metto il rosato?». Persino la collocazione “strategica” di questa tipologia di vino è incerta: è un prodotto semplice, da aperitivo, o può ambire a ruoli più prestigiosi, in abbinamento a pietanze importanti all’interno del pasto? Come sia percepito il rosé è un dato fondamentale per tracciarne la parabola futura, proprio oggi che le case vinicole hanno arricchito i propri cataloghi, «un tempo in Franciacorta si produceva a malapena una quindicina di vini rosati. Oggi siamo a una sessantina di etichette, di una cinquantina di aziende. E pure la Romagna si sta muovendo», completando un quadro nazionale che vede svettare, sia in termini di qualità che di quantità, regioni come Puglia, Veneto e Abruzzo. L’Italia è oggi il secondo produttore mondiale, dopo la Francia: 22%, ma consuma solo il 4%.

Una risposta al quesito di Giavedoni è giunta da Federico Graziani, direttore della campana Feudi di San Gregorio:«C’è sempre maggior interesse a fornire più interpretazioni di questo tipo di vino. Ciò consente di muoversi su più fronti», ossia a fornire molteplici vesti al rosé, «che rappresenta oggi, perfettamente, l’esigenza di piacevolezza del consumatore». Il quale rimane nondimeno disorientato da un’offerta non ancora sufficientemente strutturata e resa accessibile nonché comprensibile: «Il rosé deve essere valorizzato dai vari territori come vino doc a sé stante» ha proposto Carlo Alberto Panont, direttore del Consorzio Valtènesi, ammiccando alla stessa esperienza del Valtènesi Chiaretto, nonché del Bardolino veneto, sponde opposte del sistema Garda: «Anche il Salento potrebbe farcela, perché non creare una denominazione specifica?». Il brand c’è già ed è forte: Salento, appunto. Ma sul punto i pareri sono controversi.

L’esempio positivo è certo la Provenza, dove esistono centri studi specifici dedicati al rosé e la produzione ha superato ormai i 200 milioni di bottiglie: «In generale in tutta la Francia la quota di mercato dei rosati è passata dall’8 al 33%, superando i bianchi». Numeri per ora inarrivabili in Italia, dove pure dal 2012 il trend è quello di un’espansione dei consumi.

Dunque il rosato è di moda, ma questa rischia di essere effimera e low level. Infatti il rosa non gode di ottima immagine: «E’ percepito come vino di seconda o terza linea» spiega Enrico Pierri, patron de Il Sanlorenzo di Roma, dove accanto a piatti a base di grandi materie prime di mare un rosato sarebbe una scelta spesso appropriata, ma disertata dai più; al che Pierri: «I nostri produttori devono ispirarsi al modello Provenza: fare grandi vini e poi saperli comunicare, ricostruendo l’emozione del gusto». «Vedo orrori nella comunicazione di questa tipologia di bottiglie» ha aggiunto Vincenzo Russo, direttore scientifico del Master in Food and Wine Communication allo Iulm di Milano.

E Massimo Maccianti, direttore generale di Vino & Design: «Deve andar oltre i propri confini attuali. Il Chiaretto si vende sul Garda e poco oltre, succede come da noi a San Gimignano, dove produciamo 5 milioni di bottiglie che vengono praticamente esaurite dai 3 milioni turisti». Vino souvenir, dunque, «poi nei supermercati i rosé sono tutti freschi, beverini», faciloni, «bisogna invece portarli nei maggiori ristoranti». Problema complesso: servono qualità, immagine, capacità di penetrazione dei mercati. Domanda rivolta alla platea dei produttori a Roséxpo: «Come si chiama il responsabile dell’acquisto vini degli Alajmo?». Silenzio. «E allora, se voi non conoscete lui, perché lui dovrebbe conoscere e comprare il vostro vino?».

Focus sulla comunicazione, dunque, per superare l’idea di un vino stagionale e locale, legato all’estate e alle vacanze, in definitiva una via di mezzo non raffinata, frivola, femminile. Pregiudizi peraltro ormai smentiti dai fatti: il vino rosato non è più “donna”, ma piace a tutti, dice un’indagine condotta da Nomisma Wine Monitor, secondo la quale comprano rosè le donne per il 73% e gli uomini per il 67%. Altri numeri li ha forniti Tannico, uno dei leader italiani nella vendita on-line. Ha evidenziato Marco Magnocavallo, ad dell’azienda: «La vendita dei rosati inizia a liberarsi dalla naturale stagionalità e registra un picco di vendite per i vini di Provenza (20%) ai quali seguono proprio quelli della Puglia (17%)». I rosati, sempre dallo studio dei dati di Tannico, sono il vino delle fasce più adulte. Lo acquistano poco i giovani utenti dello shopping on line; mentre è più presente nel carrello virtuale di chi ha più di 55 anni.

Ilaria Donateo, presidente deGusto Salento

Ilaria Donateo, presidente deGusto Salento

Ma se uno sforzo di miglioramento qualitativo del rosato, già in atto, si infrange di fronte a difficoltà a comunicare bene il prodotto, fondamentali sono allora kermesse come Roséxpo, dove più di 190 etichette provenienti da diversi Paesi, con 91 aziende vitivinicole italiane e 49 dall’estero, hanno partecipato a due giorni di intensi banchi d’assaggio. Preziosa anche quest’anno la collaborazione con il Concours mondiale de Bruxelles, così come quella avviata con brand importanti della distribuzione che sono stati intermediari con i vini del mondo, «perché vogliamo sempre più dare un carattere di internazionalità a una manifestazione che non vuole fermarsi nei confini provinciali – ha detto Ilaria Donateo, presidente di DeGusto Salento – Al contrario, vogliamo stimolare il continuo confronto sia nei banchi d’assaggio sia nei seminari di degustazione che costituiscono un momento privilegiato di approfondimento».

Chiuso, intanto, il bilancio della quarta edizione di Roséxpo, già si delinea il progetto per il 2018. «Vogliamo confrontarci sempre più con l’estero», ribadisce la Donateo. Quindi, appuntamento dal 15 al 17 giugno 2018 a Lecce con la quinta edizione del Salone internazionale dei vini rosati.


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