Il tè è molto più di una bevanda. È un rituale antico, un gesto di accoglienza e un ponte fra culture. Le popolazioni tuareg dicono che per preparare un buon tè occorrono tre cose: tempo, brace e amici. Questa semplice frase mi ha accompagnata per anni, attraverso continenti, cucine e culture diverse. Ovunque andassi, ho scoperto che la preparazione del tè porta sempre lo stesso messaggio: il desiderio di prendersi cura dell’altro. Infatti, in tutte le civiltà la preparazione del tè è profondamente legata al suo aspetto sociale.
Quando vivevo negli Stati Uniti, le mie amiche mi invitavano per l’high tea all’inglese. Era un’occasione per chiacchierare, ridere e ritrovarsi, mentre sorseggiavamo del tè in tazze di porcellana e assaporavamo degli scones. Nelle case dei miei amici dell’Europa dell’Est, inoltre, non manca mai il samovar, un elegante contenitore per scaldare l’acqua, sempre pronto per preparare un tè caldo con il limone per le persone care. Il samovar evoca ricordi dell’infanzia, dell’amore materno, del calore familiare durante i lunghi inverni e delle festività in famiglia. In Medio Oriente il tè accompagna sia la gioia rumorosa delle feste sia i momenti di silenzio e contemplazione. Quando ho partecipato alla cerimonia del tè giapponese (che si svolge esclusivamente con il tè matcha), mi è stato spiegato il concetto di Omotenashi, che si traduce come “ospitalità sincera” e “servizio disinteressato”. Questo principio si basa sull’attenzione ai piccoli dettagli e sulla capacità di anticipare i bisogni degli altri.
Ho capito così che il tè parla una lingua universale. Che sia dolce o amaro, caldo o rinfrescante, condiviso o bevuto in solitudine, ogni tazza porta con sé lo stesso messaggio: tu sei il benvenuto. Thích Nhất Hạnh, monaco buddhista, poeta e attivista vietnamita per la pace, diceva: “Bevi il tuo tè lentamente e con riverenza, come se fosse l’asse intorno al quale ruota la Terra – lentamente, con precisione, senza correre verso il futuro. Vivi il momento. Solo questo momento è vita.” (dal libro The Miracle of Mindfulness)
Questo racconto a puntate, dal titolo “Tra tè e infusi: rituali di ospitalità e momenti di convivialità”, nasce da questo spirito. Nei prossimi articoli vi racconterò i tè e gli infusi che ho incontrato nei miei viaggi e nella mia vita: dal Marocco alla Tunisia, dal Senegal allo Sri Lanka, dall’Argentina al Mar Morto, fino ai giardini di Gerusalemme. Ogni capitolo è un viaggio fatto di storie personali, tradizioni antiche e ricette da provare. Perché preparare un tè non è solo un gesto pratico: è un piccolo atto di bellezza e di umanità in un mondo che corre troppo veloce. Intanto partiamo con il primo assaggio.
Camomilla o “La piccola mela”

Camomilla. Foto di Hello Aesthe per Pexels
A Gerusalemme ho la consuetudine di recarmi nel quartiere musulmano della Città Vecchia per comprare le verdure fresche dalle donne palestinesi. Arrivano ogni mattina dai campi con i loro ortaggi biologici a chilometro zero, vestite di abiti tradizionali ricamati a mano. Sedute lungo le strette strade di pietra, espongono i prodotti baladi (quelli autoctoni) su semplici panni di cotone.
I loro ortaggi sono sempre di stagione, raccolti al giusto punto di maturazione, e hanno un sapore intenso e autentico. Comprare da loro significa non solo portare a casa verdura di qualità superiore a quella del supermercato, ma anche sostenere direttamente il lavoro di queste agricoltrici. Tra tutte le erbe, cerco sempre la camomilla fresca (babunaj in arabo), venduta ancora con fiore, stelo e foglie intatte. Basta mettere un rametto in una tazza di acqua calda per ottenere un infuso dal profumo meraviglioso.
Il sapore e l’aroma sono completamente diversi da quelli della camomilla in bustina o essiccata che si trova in commercio. L’infuso fresco ha un effetto calmante immediato, avvolgente, quasi carezzevole. Ha una delicatezza dolce che ricorda il succo di mela. Non a caso in spagnolo la camomilla si chiama manzanilla, che significa letteralmente letteralmente “pequeña manzana”, ovvero “piccola mela”.