Dal 24 al 27 settembre il centro di Torino ha ospitato la sedicesima edizione di Terra Madre Salone del Gusto, organizzata da Slow Food con la Città di Torino e la Regione Piemonte. È stata un'edizione dal peso particolare: ha coinciso con i quarant'anni di Slow Food Italia ed è stata la prima senza Carlo Petrini, scomparso lo scorso maggio. In quattro giorni si sono succeduti un migliaio di eventi, oltre 600 espositori e 1.500 delegati da 120 Paesi, numeri che rendono impossibile un racconto completo. Abbiamo quindi scelto di raccontare alcune delle cose che ci sono piaciute di più, attraverso gli sguardi di Valentina Dirindin, Luca Milanetto e Niccolò Vecchia.

Il Presidente Sergio Mattarella a Terra Madre

Terra Madre è tornata in centro a Torino, ed è stato bellissimo. Parco Dora – spazio magnifico per altri scopi e altre manifestazioni, come il Kappa FuturFestival – non era il luogo migliore per ospitare un evento che vuole coinvolgere le persone, parlarci, raccontarsi e raccontare il lato migliore del mondo agricolo internazionale. Quindi viva Terra Madre per le vie della città, e poco importa se il traffico va in tilt o se gli stand mal si sposano con l'architettura delle piazze auliche e con le regge sabaude. Il messaggio educativo e divulgativo della comunità internazionale di Slow Food cancella ogni dubbio, ogni perplessità, ogni critica. A Terra Madre, una volta ogni due anni, il mondo si riunisce per parlare di cibo buono, pulito e giusto, e per cambiare davvero il futuro grazie all'impegno concreto, tangibile e attivo di ogni singola persona. Una cosa meravigliosa, che non può non coinvolgere positivamente ogni appassionato di gastronomia, ogni addetto ai lavori, e anche ogni torinese – che sì, per qualche giorno dovrà subire un po' di traffico in più, per una buona causa.
Lo ha dimostrato ampiamente la cerimonia d'apertura, il momento più sentito dell'intera manifestazione: la presenza del presidente della Repubblica ha dato solennità all'evento, ricordandone l'importanza cruciale per il futuro del Paese e del mondo, grazie ai temi di interesse collettivo affrontati. Poi, sul palco, sono saliti i delegati di Paesi che vivono situazioni di conflitto e che, nonostante debbano letteralmente lottare per la sopravvivenza quotidiana delle loro comunità, trovano comunque fondamentale (anche ai fini della ricostruzione) parlare alla loro gente di sostenibilità, di biodiversità, di resistenza agricola. Yuliia Pitenko, delegata dell'Ucraina, e Mohamed Abdikadir Somo, dalla Somalia, hanno incarnato con i loro interventi il senso più profondo di Terra Madre: dare voce a chi non ce l'ha, e rendere il cibo un potente strumento di identità e di affermazione delle culture.
Valentina Dirindin

Lo spazio dedicato all'Arca del Gusto
Il pensiero di Carlo Petrini vive ancora nelle vie di Torino, tra gli oltre 600 stand che affollano la città nei quattro giorni di festa del cibo che è Terra Madre 2026.
Sono passati trent'anni dalla prima edizione del Salone del Gusto, nel 1996, e dallo scorso maggio il suo ideatore non è più in mezzo ai suoi 1.500 delegati di ogni parte del mondo, ma il suo pensiero è stato tradotto in azioni e si vede nella gente di Torino che mastica felice, scaldata dal sole di questo evento straordinario che è stato proprio voluto e ideato da Carlin, quando aveva capito che oltre ai banchetti di cibo, oltre agli assaggi di tanti produttori provenienti da ogni regione italiana e da tanti Paesi europei e del mondo, qui si poteva fare molto di più.
Si fa pensiero, appunto, si coltivano utopie, si cerca di incidere sulle idee delle persone. Perché è questo l'insegnamento che anche io ricordo con più forza dei tanti che Petrini ha lasciato nei suoi libri e nei suoi discorsi: il cibo non è solo un fatto di gusto e di palato, ma rappresenta una scelta di pensiero. In quel gesto automatico che facciamo quando gettiamo una confezione di verdura nel carrello, connettiamo Paesi sparsi per il mondo, filiere produttive, coltivatori e lavoratori, territori e paesaggi che vengono modificati e si interconnettono in maniera diversa a seconda di quello che scegliamo di mangiare.
Il cibo deve essere buono, pulito e giusto: un messaggio che vive e si percepisce anche in questo 2026, nelle strade di Torino che Terra Madre ha saputo nuovamente riempire di cibo e persone.
Lo racconta, per esempio, il vino prodotto in Turchia, da vigne antiche, in Cappadocia, in Tracia e nel sud-est, al confine con la Siria: i produttori sono imprenditori resistenti, in una nazione sesta al mondo per produzione di uva, ma che ne usa solo il 3% per ottenere vino. Mercati complessi e territori che non aiutano lo sviluppo di un'imprenditoria vitivinicola.
Lo dimostrano anche i prodotti della cooperativa L'Olivera, a Vallbona de les Monges, nell'entroterra catalano, in provincia di Lleida, che «deve fare prodotti prima di tutto buoni, oltre che puliti e giusti», racconta Pau Moragas, uno degli ideatori, che ha scelto di costruire un progetto agricolo e sociale, in cui si producono vino e olio e si danno nuove opportunità di lavoro a persone in difficoltà.
Non di soli banchetti di assaggi vive Terra Madre 2026, ma di progetti reali, legati alle tante idee che Carlin Petrini ha diffuso dal 1986.
Luca Milanetto

Uno degli incontri dedicati alle Terre Alte
Nel programma di questa edizione di Terra Madre le Terre Alte hanno avuto uno spazio dedicato e un posto centrale nella strategia che Slow Food Italia ha presentato a Torino. Sotto questa definizione rientrano montagne, colline e aree interne del Paese, territori che dal dopoguerra hanno perso abitanti, servizi e attività agricole, e nei quali oggi si intrecciano questioni ambientali, economiche e politiche. Ce ne ha parlato Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia, che al tema arriva anche dalla sua formazione di geologo: «Ci siamo accorti che è proprio sul cibo che insistono tutti gli elementi che nelle terre alte rappresentano oggi una grande opportunità: i boschi, la pastorizia, i prati stabili, tutto ciò che consente di mantenere queste montagne abitate. Avere attenzione per le terre alte significa anche pensare a quello che succede a valle: tenere una comunità in montagna significa presidiare quel territorio, e quindi evitare il dissesto».
Lo spopolamento, nella lettura di Varazi, va considerato a partire da ciò che lo ha prodotto: «Quelli che vediamo sono gli effetti, non le cause. Se abbiamo perso migliaia di ettari di superficie agricola utile è perché negli anni quelle zone sono state abbandonate dalla politica, che ha guardato a un altro tipo di sviluppo». In vent'anni le aziende agricole di montagna si sono dimezzate e più della metà di quelle rimaste è condotta da ultrasessantenni; eppure tra il 2018 e il 2023 i Comuni montani hanno registrato più arrivi che partenze, un'inversione che per Varazi impone di abbandonare una narrazione troppo pessimista. Molti dei nuovi abitanti sono migranti, che portano lavoro dove i mestieri si stanno perdendo: in Umbria, dove vive Varazi, è spesso grazie a loro che le olive vengono raccolte.
Da qui muovono le iniziative annunciate a Torino. Il 16 ottobre, Giornata mondiale dell'alimentazione, parte la campagna Terre AltRe. Riabitare e resistere, che coinvolgerà i produttori dei Presìdi e dei Mercati della Terra, con il sostegno del Consorzio del Parmigiano Reggiano. I cuochi dell'Alleanza Slow Food porteranno in carta i prodotti di montagna, nel ruolo che Varazi descrive come tramite tra consumatori e produttori. La campagna, precisa, è però soltanto un tassello di un disegno più ampio: «Non possiamo pensare che possano bastare il turismo, l'accoglienza o qualche altra stranezza a riportare economia in questi luoghi. Dobbiamo ripartire dalle radici, che fortunatamente sono ancora vive».
Ripartire dalle radici significa anzitutto formare chi porterà avanti quei mestieri. Negli ultimi due anni Slow Food ha avviato una scuola di pastorizia nel cuore dell'Appennino e una di castanicoltura nell'Appennino pistoiese, che hanno accolto decine di ragazzi da tutta Italia. Il metodo parte dalle aziende che ancora resistono sul territorio: «Se non si trova il modo di mettere in contatto le generazioni, il saper fare non può essere trasferito. Non c'è libro che tenga, non c'è internet che tenga». Con lo stesso approccio nasce ora la Scuola di Terre Alte, realizzata con il Fondo Carta Etica di UniCredit, che farà delle aziende agricole tra Alpi e Appennini luoghi di apprendimento e coinvolgerà anche studenti tra i 13 e i 19 anni in Lombardia e Basilicata.
Il castagno riassume bene il ragionamento: una pianta che per secoli ha nutrito le comunità di montagna, lasciata al bosco quando quelle comunità sono scese a valle. A Terra Madre è stato presentato il nuovo Presidio Slow Food della castanicoltura tradizionale, che non tutela una singola varietà ma un intero sistema di saperi, paesaggi e lavorazioni. Per Varazi occorre comunicare correttamente il valore del bosco, cercando «un giusto equilibrio tra una conservazione attiva e un utilizzo positivo», e il discorso non riguarda soltanto chi vive in quota: «Parlo di un sistema montuoso, orografico ma soprattutto ecosistemico, in cui anche le città hanno un ruolo determinante. Non stiamo parlando di identità diverse, ma dello stesso ecosistema».
Niccolò Vecchia