Cibo è cultura. Parola di Treccani

Intervista a Massimo Bray, direttore generale dell'Istituto enciclopedico, ospite a Identità Expo

12-07-2015
Massimo Bray, direttore generale della Treccani, l

Massimo Bray, direttore generale della Treccani, l'altro giorno sulla terrazza di identità Expo S.Pellegrino

Cucina e cultura: un binomio sempre più valorizzato, com’è giusto in particolare in un Paese quale il nostro. Uno dei templi della cultura italiana, l’Istituto dell'enciclopedia Giovanni Treccani, oltre a inaugurare una sezione sull’enogastronomia sul suo magazine online, ha recentemente pubblicato una ristampa del celebre libro di ricette di Pellegrino Artusi pubblicato a Firenze nel 1891, con titolo Artusi, una cultura per nutrire il pianeta, evidente riferimento al tema che anima Expo 2015, luogo in cui Treccani ha celebrato anche i suoi 90 anni organizzando due eventi: un convegno dedicato proprio all’Artusi e l'inaugurazione di un'opera dell'artista Mimmo Padalino, al Padiglione Zero, denominata "La Conoscenza".

Sul libro dell'Artusi, ripubblicato da Treccani, ha voluto intervenire tra i relatori anche Gualtiero Marchesi: «E' un bellissimo libro, è lì che da giovane ho imparato i primi segreti». La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene viene riproposto in una nuova veste con saggi e percorsi iconografici che raccontano il rapporto tra arte e cibo, fotografia, tradizione, globalizzazione. «L'opera di Artusi ci ha colpiti perché è come un blog», ci ha spiegato il direttore generale della Treccani, Massimo Bray, accomodato a un tavolino della terrazza di Identità Expo S.Pellegrino.

Un ritratto di Pellegrino Artusi

Un ritratto di Pellegrino Artusi

Direttore, anche Expo è una occasione importante per analizzare meglio il rapporto tra cibo, società, cultura.
«Esatto, è una bellissima iniziativa in questo senso. Si coniuga bene con le nostre, quella dedicata all’Artusi appunto, che è uno spaccato di cultura italiana. Treccani lavora da 90 anni per valorizzarla. Indubbio che “cultura” comprenda anche il modo di alimentarsi».

Cosa l’ha colpita dell’opera di Artusi?
«Il fatto che nell’Ottocento guardi alle nostre grandi tradizioni regionali, un’attenzione che oltre un secolo dopo in parte è venuta meno. Oggi si vive più che altro sull’iniziativa dei singoli. Invece, a parere mio, occorrerebbe “mettere a sistema” il tutto, farsi forti delle nostre radici, rispettare la tradizione per guardare avanti».

Insomma, lei dice: innovazione sì, ma sulla scorta del nostro retroterra regionale…
«Le ricette della cucina italiana sono una definizione possibile della nostra identità. Quest’ultima muta col tempo, si evolve. Ma è la base di partenza per il futuro».

Un’ultima cosa: cosa ne pensa della cucina in tv? Spettacolarizzazione becera o comunque può servire a diffondere nel nostro Paese una maggiore attenzione per il cibo, e dunque una maggiore conoscenza?
«Domanda insidiosa… Io sono aperto e ottimista: penso che comunque possa avere effetti positivi. Tutti i luoghi e modi attraverso i quali si diffonde la conoscenza sono benvenuti. A ben pensarci, non è un caso se questa “moda” si sia così diffusa nel nostro Paese. Qui il cibo ha una forte carica identitaria, come dicevamo. Poi, certo: se il telespettatore sfruttasse l’occasione anche per riprendere la lettura di qualche buon libro, sarebbe meglio».


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