Nino Negri, riassunto di Valtellina

Assaggi da una degustazione in Sicilia della storica cantina lombarda. Che interpreta le qualità di un territorio speciale

16-02-2020

Ci sono diverse accezioni che possono fare capo all’aggettivo eroico: anticamente utilizzato per esprimere, soprattutto attraverso la letteratura, le gesta prodigiose di esseri semidivini – versione traslata nell’epoca contemporanea nei supereroi fantastici e fumettistici – oggi, il suo utilizzo più diffuso è soprattutto in riferimento a episodi in cui qualcuno, di propria iniziativa, decida di compiere un particolare gesto di coraggio, che potrebbe comportare anche il sacrificio di sé stesso, al fine di proteggere il bene comune.

Esiste però anche un’altra accezione, diversa dalle precedenti, che non ci riporta alla mente episodi incresciosi o disastri ambientali, che non ha un risvolto triste, nessun martire, nessuna visione tragica, ma anzi un finale a lieto fine, e riguarda proprio la viticoltura, praticata in zone particolarmente impervie, ma capace di regalare vini di grandissima qualità.

Di viticoltura eroica si parla in riferimento a diverse zone italiane – seguendo un disciplinare stabilito dal CERVIM – Centro di Ricerca per la Viticoltura Montana - e fra queste rientra a pieno titolo la Valtellina, regione alpina in provincia di Sondrio, in Lombardia.

Qui, fra terrazzamenti alti fino a 1000 metri e una miriade di muretti a secco, nel 1897 nacque la cantina Nino Negri, azienda storica del territorio, protagonista di un evento svoltosi presso la delegazione AIS Taormina affidata a Gioiele Micali, che per l’occasione ha invitato l’attuale enologo dell’azienda Nino Negri, Danilo Drocco, e il delegato AIS Palermo, Luigi Salvo.

Sono proprio i terrazzamenti l’elemento caratterizzante del territorio: circa 2.500 chilometri di muri a secco costituiscono l'area terrazzata più vasta d'Italia, recentemente dichiarata anche Patrimonio immateriale dell’Unesco.

Nel corso di più di un secolo di storia vitivinicola, alcune cose sono cambiate all’interno dell’azienda e nell’area a essa circostante, ma una cosa è rimasta uguale: la vendemmia è totalmente manuale, veramente eroica; ancora oggi, infatti, è possibile vedere i collaboratori della cantina con i portini a spalla – così vengono chiamate le gerle piene di grappoli d'uva – che camminano su scalette e sentieri scoscesi per raggiungere i trattori su cui riversare l'uva per il trasporto in cantina, che spesso distano anche 20 minuti di cammino.

Danilo Drocco

Danilo Drocco

In alternativa all’uomo, l’unico mezzo che può essere utilizzato per velocizzare la fase di trasporto è l’elicottero, mezzo di certo non consueto in riferimento ai vigneti, ma che per la buona riuscita di alcuni vini, quando parliamo di viticoltura eroica, risulta fondamentale. "Se in altre zone d’Italia in una vigna moderna occorrono 100 ore di lavoro manuale per ettaro, In Valtellina – racconta l’enologo Danilo Drocco - ne necessitano almeno 1500 per ettaro: la differenza capite che è più che notevole”.

Gli ettari dell’azienda in questo caso sono 35, inseriti nel cuore delle montagne valtellinesi, e proprio le Alpi giocano un ruolo fondamentale, comportandosi da barriera e proteggendo le vigne dai venti freddi, mentre la breva - la brezza che proviene dal lago di Como - porta correnti di aria tiepida benefica; se a tutto questo si aggiungono modeste precipitazioni, distribuite uniformemente nel corso dell'anno, il quadro che ne viene fuori risulta particolarissimo: un microclima al centro delle montagne ma con caratteristiche quasi mediterranee. “Basti pensare – racconta ancora Drocco - che in estate in Valtellina l’irraggiamento che si registra sulle foglie dell’uva è lo stesso che si registra a Pantelleria, c’è la stessa quantità di sole; a conferma di ciò abbiamo fra i nostri vigneti anche i fichi d’india, che non arrivano a maturazione, ma appartengono alla stessa famiglia di quelli siciliani.”

Vitigno principe della cantina è il Nebbiolo, anche se da queste parti è meglio conosciuto come Chiavennasca, che in dialetto valtellinese significa proprio “l’uva migliore per fare il vino”. Se generalmente il vitigno in questione è associato alle Langhe piemontesi dove ha la capacità di diventare un grande Barolo o un grande Barbaresco, in Valtellina stupisce come lo stesso vitigno possa regalare qualcosa di altrettanto identitario e al contempo notevole a livello qualitativo, dando vita a vini dalle straordinarie capacità di invecchiamento.

È lo Sfursat 5 stelle il “cavallo di battaglia” dell’azienda, vino passito secco - il primo da uve rosse a fregiarsi della DOCG dal 2003 - ottenuto dai grappoli migliori selezionati, a seconda dall’andamento climatico, dai vigneti dislocati nelle diverse sottozone Sassella, Grumello, Inferno e Valgella; una volta vendemmiati, vengono messi ad appassire per circa tre mesi in locali asciutti e ben ventilati, in maniera del tutto naturale; l'appassimento comporta una concentrazione notevole di zuccheri - l'uva perde infatti circa il 30% del proprio peso – ma, grazie alle basse temperature gli acini mantengono acidità e freschezza, necessaria a bilanciare la componente alcolica. Seguono 20 mesi di affinamento in barrique di rovere francese e 6 mesi successivi di affinamento in bottiglia: il risultato è un vino opulento e possente, ricco e concentrato.

In degustazione l’annata 2015 che, nonostante la giovanissima età, presenta grande leggiadria in totale armonia con una componente alcolica mai invadente e una piacevole morbidezza palatale, il che lascia presagire un bel proseguio di vita. “Per me lo sforzato è il vino del vento – dice l’enologo della cantina – le stanze dove riposano le nostre uve hanno porte e finestre aperte dove arriva al mattino un vento freddo e secco per poi diventare caldo e leggermente umido nel corso della giornata; l’appassimento lento, a bassa temperatura - spesso vicina agli zero gradi - per almeno 100 giorni è ciò che rende speciale il nostro Sfursat.”

Da ognuna delle sottozone invece nascono vini molto identitari, ognuno con una caratteristica particolare, dovuta alle rocce madri differenti, che conferiscono caratteristiche gusto-olfattive diverse: Il Sassorosso 2017, dal vigneto nella sottozona Grumello, è un vino di estrema eleganza visiva dai sentori delicati, quasi cipriati, di grande finezza, che ricorda certi Pinot Noir – non a caso l’enologo Danilo Drocco paragona la Valtellina ad una piccola Borgogna italiana; il La Tense 2016 dal vigneto nella sottozona più storica, la Sassella, si caratterizza per un’intensità maggiore e una bella sapidità, complice anche la breva che in questa zona ha un’influenza maggiore; il Carlo Negri 2016 dal vigneto che insiste nella sottozona Inferno, che già dal nome lascia presagire che si tratta della zona più calda - ma anche più scoscesa della Valtellina – regala un vino di grande calore ma anche di grande freschezza, raggiungendo quindi un bell’equilibrio; e infine Vigneto Fracia 2015 dal vigneto della sottozona Valgella, vigneto più storico che insiste anche nella zona più fredda, che si contraddistingue per un’armonica complessità, una struttura notevole ma non invasiva.

La chicca della serata è un’ultima degustazione alla cieca che mette tutti in difficoltà sulla capacità di individuarne l’annata ma che mette tutti d’accordo sulla estrema finezza e piacevolezza alla beva: non a caso si trattava del Castel Chiuro 2009, una riserva di Valtellina superiore, vino celebrativo realizzato per i 120 anni compiuti dall’azienda; nonostante i suoi 11 anni di vita ha ancora una freschezza gusto olfattiva che lo fa apparire un vino più giovane, praticamente un ragazzino, ed è questo proprio questo elisir di lunga vita a caratterizzarlo: un vino che lascia il segno, senza tempo, icona.


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