«Caffè Italia non è una rivista; è un libro. O almeno, nei miei desideri vorrei diventasse una collana, una collezione di storie belle. Un’abitudine che va perdendosi perché il nostro mestiere di reporter, di immagini o parole, non è più considerato. Dalle redazioni si sono estinti i caporedattori colti e intelligenti. Copiare da internet è inaccettabile per chi fa il nostro lavoro. I nostri figli sono circondati da publiredazionali che impoveriscono il mondo. Abbiamo un dovere morale nei loro confronti». La visione illuminata non difetta alla svedese Johanna Ekmark, responsabile di uno dei progetti più intensi e di qualità che ci siano capitati tra le mani negli ultimi tempi.
Caffè Italia, sottotitolo the soul, flavour and backbone of Italy ("l’anima, i sapori e la spina dorsale"), nasce idealmente negli anni Settanta, quando la sua famiglia si trasferisce per le vacanze in Maremma. La ragazza è così ammaliata dal nostro paese che a 17 anni decide di completare il liceo a Colle Val D’Elsa.
Dal 1984 lavora come contadina sulle colline di Parma, e nel 1996 cambia mestiere in fotografa. Va a Milano e ci rimane fino al 2010, l’anno in cui trasloca per la prima volta dai confini del suo paese d’adozione: «Mi trasferii a Marsiglia, pensando che vivere nel paese accanto sarebbe stato uguale. Ma non c’era un idraulico o un elettricista che sapesse fare bene il suo mestiere. Ho capito allora quanto fosse importante raccontare la grande craftsmanship italiana».

Straordinaria la carta stampata e la resa del progetto. "Dal numero due vorremmo includere un pamphlet anche coi testi in italiano"
Il
Numero Uno è aperto dal racconto di un artigiano del gusto,
Corrado Assenza. Svolge la trama di “The Caper – Life and resurrection”, vita e resurrezione del cappero, la pianta più umile che ascende al paradiso spinta da mani che sanno cosa occorre fare. «
Caffè Italia in realtà è nato al
Caffè Sicilia di Noto», rivela
Johanna, «Conosco
Corrado da pochi anni ma è una persona che sento di conoscere da sempre. Per questo reportage mi sono messa al suo totale servizio».
Sollevando le pagine ci colpisce la luce abbagliante delle foto, impreziosita da una carta
uncoated, porosa e profumata: «Volevo qualità in ogni aspetto. Mi hanno aiutato i tipografi italiani di
Trifolio, l’eccellenza dell’eccellenza, e
Arctic Papers, cartiera svedese. Mi sono venuti incontro perché hanno capito lo spirito del progetto». Perché
Caffè Italia è un progetto di economia reale: «Costa quanto è costato produrlo e metterlo sul mercato». E la distribuzione è condotta via web o attraverso pochissimi negozi selezionati, «Perché più della metà del prezzo di copertina andrebbe al distributore, un costo che non riusciremmo a sostenere».

FOTOCONTADINA. Johanna Ekmark, svedese, fotoreporter per 20 anni e contadina per 12, curatrice e ideatrice di Caffè Italia
Siamo solo a pagina 30 e appena dopo ci colpisce un reportage sulle bande cittadine in Puglia: «Conosco tanti italiani che fanno grandi opere senza pretendere soldi. A Ceglie Messapica danno un milione di euro ai cantanti neomelodici, senza magari riconoscere nulla ai direttori di banda, che svolgono funzioni sociali enormi». E poi c’è la magia delle
chiavarine, le sedie fatte a mano dai
Fratelli Levaggi in Liguria, «che se le facessero a Shoreditch a Londra sarebbero
very cool». La magia del pomodoro, una Stromboli mai vista, il Cristo Velato della cappella San Severo di Napoli che sembra rivivere dietro agli scatti di
Johanna, i coloratissimi ciclisti dell’
Eroica di Gaiole in Chianti, «che gareggiano su bici costruite prima del 1987».
Un ritratto magnifico del Belpaese, fuori da ogni stereotipo di design, fashion e macchine veloci. Una preziosa epica di bellezza, contenuto e capitale umano. Un focus profondo sulla nostra grandezza artigianale «Quando artigiana può essere anche una massaia. Individui artigiani della propria vita. Qualcosa che distingue indelebilmente il vostro paese da tutti quelli che io ho mai visitato».