Hotpot che ingrigiscono all’istante rossissime fette d’agnelli che pascolavano nella regione del Ninxia. Noodles piccantissimi del Chongqing eclissati nelle bowl da fette di manzo e maiale stese sopra. Anatra infornate a fuoco vivo, laccate e poi intagliate al tavolo per stupire un numero crescente di appassionati da ogni luogo.
Non è facile trovare ristoranti vegetariani o vegani nell’onnivorissima Pechino, centro di una dieta fondata storicamente su allevamenti e consumi di quadrupedi, pennuti e pinnati. Ma nel quartiere centrale di Chaoyan, nascosto tra le ambasciate del mondo e i palazzoni sfarzosi dei mega-brand di alta moda, c’è una piccola oasi plant-based che sta conquistando i favori del pubblico e delle guide che muovono la clientela globale (2 stelle Michelin e anticamera sui 50 della 50Best).
Si chiama Lamdre, precetto con cui il Buddismo tibetano indica il sentiero verso l’illuminazione. Lo sta conducendo con pudore e pazienza una signora sulla quarantina di nome Zhao Jia, un passato nell’industria dell’educazione e un presente compreso nel desiderio di riflettere nei piatti lo sterminato patrimonio di «arte, natura e bellezza» di un paese enorme, esteso quanto gli Stati Uniti. Una Repubblica che vanta un insieme di usanze mai tradotte veramente dall’Occidente, un po’ per l’incomunicabilità linguistica tra i due estremi del mondo, un po’ per la proverbiale ritrosia di Pechino a sedere allo stesso banchetto del mondo: instagram, whatsapp e google continuano a essere censurati da un firewall grande come la Muraglia - aggirabile però acquistando una e-sim.
Il fatto che non occorra più il visto per i turisti di tante nazioni è forse un segnale di apertura, di certo ci ha concesso di atterrare senza burocrazie nella megalopoli per ascoltare le parole misurate della signora Jia, seduta a gambe incrociate tra luci naturali, architettura minimale e silenzi irreali, interrotti appena da note di musica da camera. «La cucina plant-based», ci spiega, «non esprime solo un tributo alla purezza ecologica e al retaggio culturale del nostro Paese ma è una risorsa per il benessere fisico e mentale di tutti. È tempo di aprire la mente». Un proclama forte, sussurrato appena.
Condivide il messaggio di Zhao Dai Jun, cuoco sulla cinquantina se possibile ancora più riservato della sua patronne. Specializzato in cucina cantonese, 10 anni fa è rimasto folgorato sulla via del tofu e dei fiori di loto. In Cina non esiste il profilo vetero-francese dello chef; non ci sono capi che strillano ordini ai sottoposti o annunci ai media in cima ad alcuna piramide: nessuno a Chaoyan ha detto beh quando, nel 2025, quattro anni dopo l’apertura, l’insegna è passata da una linea vegetariana a una vegana. Per quelli che amano le facili scorciatoie dei ranking non è notizia da poco: Lamdre è tra i ristoranti vegani più stellati al mondo - sopra ci sarebbero solo le 3 stelle L’Arpége di Parigi ma l’impiego del miele delle arnie di Passard squalifica la definizione di vegano. Quisquilie, a ben vedere.
Le due costruzioni di Lamdre, circondate dal verde e dalla quiete, contengono 3 locali diversi: il ristorante omonimo, il Fermentation Pantry e la Sala da Tè. Abbastanza per tenere in attività 65 ragazzi, molti giovanissimi, praticamente in servizio a ogni ora del giorno. Vediamoli da vicino.
1) RISTORANTE LAMDRE
A pranzo e cena fa servizio il ristorante Lamdre, un menu unico che cambia 3 volte all’anno: primavera, estate ed autunno/inverno accorpati. Sono 13 preparazioni deliziose (vedi sotto la sequenza) che possono dettare idee rilevanti agli omologhi occidentali. L’impiego di verdure, frutta e cereali sottoutilizzati come le castagne degli hutong, i vicoli stretti di Pechino, le melanzane lunghe un pollice, biancospini, mini-datteri, spini di Giuda... L’impiego del tè come ingrediente, le cotture e zuppe di fiori. E le numerose possibilità di trasformazione del tofu, che non è l’ingrediente monocorde che scrutiamo col nostro miope eurocentrismo. Per esempio Dai Jun avvolge il caglio dei fagioli di soia del nord-est del paese nelle alghe della contea di Xiapu e poi lo cuoce al vapore di un brodo di funghi di diverse varietà. Come il pregiato Ganba dello Yunnan, la regione al confine con Vietnam e Birmania, un po’ le Langhe del cibo cinese, da cui provengono anche Chardonnay d’altura, erbe medicinali e rare radici toniche.
Il servizio del ristorante osserva qualche rito occidentale come il display un poco forzato degli ingredienti al tavolo, sifonate di funghi tecno-emozionali, i calici Zalto. E i piatti producono viscosità, dolcezze che a noi appaiono eccessive, glutinosità e stickiness che possono spiazzare i nostri palati, che faticano sulle prime a debordare dal perimetro di comfort. Ma, insomma, se siamo qui è perché vogliamo esplorare mondi nuovi. I 13 piatti del menu.

Il complesso di Lamdre è in un angolo tranquillo del vivace quartiere di Chaoyang, Pechino, celebre per le ambasciate e le maison dei grandi marchi

La sala del ristorante by night, un bancone di cucina al centro e 4 tavoli da due per lato. A pranzo filtra una luce importante dai lucernari. Il menu degustazione costa 1.299 rmb (circa 170 euro) senza vini

Appetizer in apertura, micronizzati alla maniera occidentale. Oliva verde del Guangdong con amla (uvaspina) e balsamo di limone. Semicoperta alle spalle, una tartelletta di zha guang jiao dal Wuhan (peperoncino fermentato con farina di riso) e una foglia di huo xiang (menta coreana) e noce macadamia

Un pomodoro in 3 consistenze con basilico thai e oliva. Al tavolo è aggiunto del xue ya, tè pregiato d’altura dei monti Mengding, profumato all’orchidea

Brodo di funghi matsusake con semi di gleditsia sinensis (spini di Giuda) e funghi stropharia rugosoannulata (giganti del giardino). Profumato, complesso, eccezionale

A sinistra, “spaghetti” di zucca, a destra una foglia vegetale che racchiude frammenti di zucca jiangbing dello Yunnan, leggermente grigliati al carbone. Piacevolissime note di fumo ma anche freschezza

Millefoglie di sedano rapa coltivato in una local farm alle porte di Pechino, con tartufo nero dello Yunnan e una salsa di tofu fermentato super-umamica. Troppo stratifcata la millefoglie, forse, per i nostri palati

Dumpling di melanzana con peperoncini fermentati, patate e shiso. A destra una spuma sifonata di funghi con polvere di peperoncini fermentati

Bulbo di fiore di loto con una salsa di riso fermentato al lievito rosso e un infuso al tè jasmine

Biscotto croccante di castagna con semi di chia, funghi shiitake sopra a una salsa al crescione

Fuzzy gourd (zucca pelosa) e zucchine con funghi shimej marroni e bianchi. Un piatto à la Noma menu vegetale

Una presentazione al tavolo di risi di varie provenienze e altitudini del paese precede un delizioso assaggio di Riso glutinoso dei Kam (varietà rara della provincia di Guizhou, nel sud-ovest della Cina). È cotto nella soia e nello zenzero e accompagnato da piccoli pickle di verdure a lato. Appagante, saporito, dolce e pungente

Una preparazione morbida di patata dolce e accanto un brodo di zenzero maturo e pudding di tofu. Un dessert che in Occidente sarebbe un pre-dessert

Dolcetti finali a base di alchechengi, tè Jasmine, rosa roxburghii...

Il pairing ha due possibilità: il percorso dei tè, oppure, come nel nostro caso, abbinamenti di soli vini cinesi. Abbiamo provato un Brut Nature 2015 di struttura fragile, chardonnay d’altura dello Yunnan (2.700 metri) piacevoli e ruffiani, sake junmai daiginjo prodotti nella regione di Shanghai, barbera piantati da italiani sui Monti Helan a nord, vini dolci di Yantai (foto)… In Cina i vini internazionali hanno un carico fiscale complessivo molto alto: 43% (mentre a Hong Kong zero per cento)
2) LANXU - FERMENTATION PANTRY
Pochi giorni fa, Lamdre ha inaugurato all’interno dei suoi spazi un secondo ristorante. Più piccolo e più sperimentale, il laboratorio del
Fermentation Pantry, “dispensa delle fermentazioni”, è potenzialmente molto interessante. Fa servizio due volte al giorno, alle 13.30 alle 16, quando Lamdre tira il fiato, ed è curato dalla giovane e già esperta
Anne Xu. Su un bancone da 6 clienti è servito frontalmente un omakase unico di 6 assaggi e 6 drink pairing con una cura che investe ogni dettaglio, commestibile e non, con una modalità di servizio che chiama all’azione ogni volta un ragazzo diverso.
Se noi abbiamo già familiarità con
koji e
aspergillus orizae dei giapponesi e
doenjang o
gochuchang coreani, poco o nulla sappiamo (chi scrive, almeno) delle pratiche delle fermentazioni cinesi, un patrimonio plurimillenario di starter e paste ottenute da una biodiversità anche microbiologica sterminata.
Qu e
jiuqu, paste
doubanjiang o verdure
pao cai di Sichuan,
málà dello Yunnan,
suan cai dello Shanxi… Un armamentario antichissimo e nuovo, che potrebbe arricchire di possibilità ulteriori le nostre tavole, plant-based e non solo. Nota finale: ogni volta che proviamo ristoranti rilevanti in Asia, scopriamo quanto sia forte l'eredità di usanze e tecniche sulla cucina europea più influente degli ultimi 3 decenni, da
Ferran Adrià a
Rene Redzepi. Un debito mai sufficientemente riconosciuto. I 6 assaggi.

Anne Xu, regista di cucina del Fermentation Pantry, tornata a Pechino dopo esperienze da Frantzén a Stoccolma e Geranium a Copenhagen. Il menu del ristorante/laboratorio costa 690 rmb (circa 90 euro)

Nella lunga flûte, accanto al tè di benvenuto, c'è una soda realizzata con 3 tipi di shiso selvatico. L’assaggio è un bastoncino che contiene un micro-assaggio di alghe, ravanello disidratato e vaniglia

La coppa contiene un mocktail di alchechengi fermentato, in pairing con mezzo fico su una salsa di erba pechinese, salsa di fagioli e aceto d’uva

Grande l’attenzione del Fermentation Pantry a ogni singolo dettaglio, dai bicchieri alla musica astratta, alle posate sempre diverse

Kombucha di pandan in abbinamento a una riduzione di barbabietola con chiodo di garofano e fiori di magnolia grandiflore

Il main course del percorso: un caldissimo consommé di 4 funghi diversi nel calicino, accompagna un tofu estratto al tavolo da un panno caldo, servito con una salsa di tofu, salsa di senape pickled e mais

Un drink di prugna sour e un lavoro attorno al biancospino in più consistenze, con salsa al tè jasmine

Chiusura con un soffice Taitiao, snack cinese realizzato con farina di frumento, che qui contiene anacardi. Curiosità: è la prima volta che troviamo in un assaggio del sale marino aggiunto. Nel bicchierino, c'è del tè oolong Matouyan Rougui 2025
3) JIAXU - SALA DA TE'
Non penso occorra aggiungere nulla sul ruolo sacro che il tè gioca nella cultura cinese da oltre 4mila anni. Per celebrare tè verdi, bianchi e gialli,
oolong,
honcha e
pu’er,
Zhao Jia ha creato al primo piano di Lamdre una Sala da tè con una carta da 20 specialità. Divertenti i dolcetti in accompagnamento, micro-assaggi tradizionali da strada: rotolini di fagioli rossi,
wandou hang (torta di piselli gialli),
ludagun (letteralmente “asino rotolante”, fatto con riso glutinoso e pasta di fagioli rossi tipico della Manciuria),
aiwowo (tortini di riso con noci e prugne verdi) e tortini di biancospino.

La Sala da te, aperta tutto il pomeriggio

I dolcini tradizionali servità nella Sala da tè

ìI ragazzi del Fermentation Pantry