L’amore per la sala è germogliato negli anni in cui studiavo Economia all’Università dell’Aquila. Per mantenermi, lavoravo come cameriera nei fine settimana. Mi appassionai subito al servizio, al lavoro di squadra, alla relazione con l’ospite; se facevo una fatica enorme a studiare statistica o a ricordare gli articoli del codice civile, ricordavo nitidamente cos’avessero indossato i clienti o cos’avessero mangiato e bevuto nella visita precedente. Per crescere, avrei dovuto conoscere il vino. Un interesse inizialmente accessorio nel tempo si è trasformato nella mia passione principale. È quella cosa per cui cerco ogni giorno di dare il massimo di me stessa.
Ho avuto la fortuna di lavorare con tanti maestri — colleghi, direttori di sala, sommelier. Se ora sono qui a Hong Kong è anche grazie a tutte le persone che mi hanno corretto e spinta a fare sempre meglio. Da ognuna di loro ho cercato di rubare un gesto nel servizio, un modo di gestire una difficoltà, una frase detta all’ospite al momento giusto. Ma il ringraziamento più grande va ai miei genitori: mi hanno insegnato sacrificio, dedizione, rispetto per il lavoro. Valori semplici e profondi che continuano a guidarmi ogni giorno.
L’esperienza più importante che ho fatto è stata a Piazza Duomo, Alba, nel ruolo di head sommelier: curavo, con la mia squadra, una carta dei vini e una cantina di oltre 2.000 etichette, un patrimonio che richiedeva studio, precisione, capacità di racconto. Il fatto che dietro ci fosse la famiglia Ceretto, produttori e importatori di eccellenze, favoriva relazioni e scambi quasi quotidiani con vigneron da tutto il mondo.
Sono entrata al Rosewood Hong Kong a giugno 2025. Mi occupo del vino e dell’intero beverage dell’hotel: è un ecosistema molto più ampio perché deve esprimere l’identità della casa in modo coerente, sorprendente e memorabile, dal calice più raro al semplice gesto d’accoglienza. Una complessità che rende il mio ruolo appassionante. Gestisco le carte dei vini degli 8 ristoranti - due dei quali stellati: il cantonese The Legacy House e l’indiano Chaat - e dei due bar. Seguo gli accordi per banchetti ed eventi e le selezioni delle 2 executive lounge. È un ruolo trasversale: consente di costruire programmi per ospiti e occasioni, di lavorare con fornitori e produttori, di formare le squadre e gestire il rapporto tra esperienza e redditività.

«Le mie grandi passioni? Le Langhe e la Borgogna. Nelle prime ho imparato che il vino è territorio e persone. Della seconda amo l’infinita complessità, mascherata da apparente semplicità. A distanza di pochi metri, pinot nero e chardonnay raccontano storie completamente diverse»
Occorre stare sempre al passo per capire le trasformazioni evidenti del modo in cui le persone scelgono il vino al ristorante. Da quel che vedo, la gente oggi vuole forse meno bottiglie, ma ha un desiderio maggiore di qualità, conoscenza e libertà di scelta. Molti clienti preferiscono spendere quanto una bottiglia di fascia media per concedersi un solo calice di vino premium, servito al Coravin.
Vedo crescere anche la componente health conscious: c’è sempre più interesse per le alternative low alcohol e proposte come lo sparkling tea, soprattutto in abbinamento. Nulla di pregiudiziale contro il vino, penso che chi siede voglia costruire un’esperienza più personale, alternando un calice, una bevanda analcolica e un pairing. Il nostro compito non è giudicare questa scelta, ma renderla interessante e ben raccontata. Il sommelier deve saper ascoltare, non imporre. Deve aiutare l'ospite a orientarsi, a esprimere il valore senza intimidire e far sentire tutti a proprio agio, dal grande appassionato a chi vuole semplicemente bere bene. Se il vino diventa un esame da superare rischia di allontanare proprio le persone che potrebbe conquistare.
Proprio ora ci stiamo preparando ad aprire Bar Camillo, un nuovo concept nato dalla collaborazione tra Rosewood Hong Kong e Bar Leone, due realtà per due anni di fila al numero uno di 50Best Hotels e Bars. È un progetto particolarmente entusiasmante e un nuovo capitolo importante per l’hotel.
Il riconoscimento 50 Best Hotels ha inciso molto su visibilità e livello di attenzione che riceviamo: siamo più indaffarati e le aspettative degli avventori si sono alzate in modo importante. Gli ospiti non perdonano neppure la più piccola disattenzione: la frase «dovreste essere il miglior hotel del mondo» è piuttosto ricorrente. Io non la vivo male; sono fiera e onorata e per me è una responsabilità, uno stimolo a non fermarci, a rimettere in discussione il livello del servizio, l’attenzione ai dettagli, la capacità di anticipare i bisogni.
Hong Kong è una città intensa, capace di offrire praticamente tutto ciò che si possa desiderare. Per chi fa il nostro mestiere è una palestra continua: l’offerta gastronomica è straordinaria, non soltanto per il livello dei ristoranti, ma per la possibilità di incontrare ogni giorno tradizioni e culture diverse, con interpretazioni anche molto contemporanee. Bisogna essere curiosi, veloci nell’apprendere e pronti a confrontarsi con aspettative molto diverse.
Amo Hong Kong anche per le possibilità che ti dà di passare dalla città alla natura: escursioni, gite in barca, teatri e musei offrono molti modi per ritrovare isole di quiete ed energia nella vita frenetica. È una città che può chiedere molto, ma restituisce moltissimo a chi sa viverla con apertura e curiosità. Il lato più difficile per me è sicuramente la distanza dagli affetti: tornare in Italia richiede tempo e rende ancora più preziosi i momenti trascorsi con la famiglia e gli amici.
Ma
fare esperienza lontano ti apre la mente. Ti costringe a metterti in discussione, a comunicare con codici nuovi, a sviluppare autonomia, a diventare una persona più consapevole. Non significa rinnegare ciò da cui si viene, ma imparare a guardarlo con maggiore profondità. E sei al tempo stesso anche ambasciatrice delle tue radici perché l’Italia è seduta su patrimonio immenso: portarlo fuori è un altro aspetto impagabile.
Il mio consiglio alle giovani colleghe è quello di seguire l’istinto e di non lasciare che siano gli altri a definire il limite delle tue ambizioni. Occorre studiare, formarsi e imparare bene le lingue perché la conoscenza è libertà. Direi anche di non avere fretta: partire da ruoli semplici, osservare, fare domande e imparare con umiltà sono ancora le fondamenta più solide per costruire una carriera duratura.
E il lavoro di sala non è certo un ripiego: è una professione che chiama cultura, sensibilità, studio e capacità di relazione. La tecnica è fondamentale, ma non basta: bisogna restare curiosi, saper ascoltare e avere l’umiltà di imparare ogni giorno. Ogni servizio, errore o confronto con l’ospite può diventare una lezione. Se li si affronta con l’atteggiamento giusto.