Credo di aver cominciato a sviluppare la passione per l’ospitalità, nascendo e crescendo a Sorrento e a Mombasa, luoghi molto turistici: sono sempre stata circondata da alberghi che hanno esercitato grande fascino su di me. Dopo una laurea triennale alla Iulm di Milano in Turismo, eventi e territorio, ho continuato gli studi in Svizzera, alla Swiss Hotel Management School, dove mi sono specializzata in gestione alberghiera ed eventi. È qui che ho iniziato a innamorarmi davvero dell’universo del food & beverage: diventare f&b manager e gestire qualcosa di mio erano obiettivi che diventavano sempre più chiari.
La passione per la sommellerie nasce a Pully, dove vivevo, vicino a Losanna. È una zona circondata da colline vitate. Nei fine settimana facevo jogging e assaggiavo l’uva aspra e astringente dei primi caldi, e quella dolce di fine estate. Così è nata la curiosità di imparare. Non ho seguito corsi professionali da subito, preferivo fare domande a sommelier e produttori, per capire cosa ci fosse dietro a certi vini e perché alcuni prodotti avessero prezzi così elevati in carta. Durante il Covid ho frequentato il primo corso online: la mia famiglia non ne poteva più di sentirmi parlare di aromi, barrique e terroir.
Se la Svizzera mi ha dato le basi del mestiere ed educato alla puntualità, il senso dell’ospitalità e il carattere sono doti che non avrei potuto che imparare in Italia, affinate nel periodo trascorso al Mandarin Oriental di Milano. A Londra ho appreso invece la disciplina, tra il Four Seasons e il Savoy Grill di Gordon Ramsay.
Sembra scontato dirlo ora, ma i miei veri maestri sono Rasmus Munk e Lykke Metzger. Sono entrata da Alchemist nel gennaio 2022 ed è la relazione lavorativa più lunga che abbia mai avuto. Se in Inghilterra sembrava necessario dover scegliere tra sommelier o maître, qui a Copenhagen sono riuscita a fare entrambe le cose: oggi ho la fortuna di assaggiare vini unici, dal nuovo e vecchio mondo, e mi hanno dato presto fiducia anche sul fronte della gestione della sala.
In questi 4 anni e mezzo ho imparato a gestire una squadra di 27 persone, a organizzare la mise-en-place quotidiana ma anche a creare piani di servizio per ogni sera. Soprattutto, ho imparato a gestire le persone con compassione e umiltà: capire chi ho di fronte, conoscere me stessa, riconoscere le diverse personalità e capacità di ognuno sono i miei compiti quotidiani. Divido il ruolo di restaurant manager con Paolo Mirai, un collega bravissimo: abbiamo mansioni simili e diverse al tempo stesso.
Nel servizio cerchiamo sempre, in qualche modo, di fare un po’ gli psicologi: è importante capire la provenienza e la cultura degli ospiti, per capire quale collega di sala potrà avvicinarsi a loro per affinità di umorismo, energia o anche seriosità. Credo che questa sia una parte fondamentale del nostro lavoro: non esiste un solo modo di fare ospitalità. Ogni ospite è diverso e il nostro compito è riuscire a leggere quella persona e trovare il modo migliore per creare una connessione.

La squadra di sala di Alchemist
Vivere a Copenhagen mi piace molto. È una cittadina composta, pulita, funzionante e ha un’atmosfera vibrante: c’è sempre qualcosa da fare e si è sempre tutelati, sotto ogni punto di vista. Nella ristorazione c’è molta attenzione alle ore lavorate: sono molto iper-focalizzati sulla salute mentale e sul
work-life balance. Così posso sopportare anche i lunghi inverni, spesso bui, ventosi e piovosi, caratteristiche che agli inizi impattano sull’umore. La cosa positiva è che, nonostante il clima, c’è sempre un luogo interno
hygge, popolare vocabolo danese che esprime il senso di accoglienza.
In generale, fare esperienze all’estero è fondamentale per l’apertura mentale, la crescita personale e professionale. È bellissimo conoscere culture diverse, stili di vita a cui non siamo abituati, persone che pensano in modo diverso. Si impara tanto anche su noi stessi e si torna a casa con un bagaglio di esperienze meraviglioso e un network di persone conosciute magnifico e ampio. La mancanza della famiglia a casa, nella mia esperienza, rafforza molto i rapporti, facendo capire, alla fine dei conti, quali sono le cose importanti della vita.
Essere ambiziosi e seguire i propri sogni ha lati scomodi: l’industria della ristorazione è tosta, gli orari sono lunghi e spesso devi cambiare versione di te stesso pur di rendere la strada di qualcun altro fantastica. Ma la passione ci dovrebbe guidare in questo percorso: se Alchemist mi ha insegnato qualcosa, è proprio che nulla può fermare la creatività e l'entusiasmo: basta volerlo.
È notizia recente che il ristorante chiuderà per 5 mesi da dicembre, per sviluppare idee e dedicarsi interamente all'innovazione e alla formazione. Sarà una palestra creativa per tutti, non solo per i cuochi: noi di sala potremmo ridefinire il nostro ruolo di 'camerieri' e la prospettiva ci rende entusiasti. Sono certa che il periodo passerà molto in fretta, senza rendercene conto. Ma è solo un esempio che dimostra che, da Alchemist, in tema di ambizioni, solo il cielo è il limite. E che, se lo si vuole davvero, si può arrivare a rivoluzionare il concetto stesso di ristorazione.