Moët & Chandon Grand Vintage Rosé 2012: l’espressione dell’individualità, secondo Benoît Gouez

Lo Chef de Cave della storica casa di Epernay presenta il lavoro fatto su questa bollicina. Oggi i Rosé rappresentano il 20% della produzione

21-06-2020

La casa di champagne Moët & Chandon debuttò nel lontano 1842 con la prima uscita di Vintage, con l’intento di esprimere le caratteristiche della vendemmia in un solo millesimo. Ancora oggi lo Chef de Cave, Benoît Gouez, crea questi grandi champagne con uno stile capace di esaltare il buono e portarlo in un calice.

Un vero gioco di seduzione per catturare l’anima di ogni grappolo, senza perdere di vista un equilibrio che conferisce uno stile universale alle sue creazioni. Durante un webinar lo Chef de Cave ha affermato: «Gli champagne devono essere bevuti e non degustati. Il riscaldamento del Pianeta non ha dimenticato la nostra regione e ha cambiato le campagne. Negli ultimi anni, tendiamo ad avere delle vendemmie anticipate rispetto al passato».

Moët & Chandon è senza dubbio il più importante produttore di Champagne rosé in termini di vendite mondiali. I moderni trendsetter, più modaioli, non potranno perdersi le edizioni limitate di Champagne Rosé Impérial oppure il Moët & Chandon Ice Impérial Rosé servito con il ghiaccio per una maggiore effervescenza, mentre noi ci concentreremo sul Grand Vintage Rosé 2012.  

Uno champagne prodotto quando siamo di fronte ad una raccolta di uva davvero eccezionale.  Un rosé lanciato nel 2018, che rappresenta il 43° champagne rosé millesimato della Maison. Questo millesimo ebbe una primavera dove si manifestarono delle gelate tardive, grandinate e temperature rigide, seguite da un calore massimo e una carenza idrica estiva.

Rese più basse ma le uve sopravvissute hanno espresso un equilibrio di dolcezza e acidità che ritrovi nei calici. La componente di vini rossi, miscelata con l’assemblaggio di vini bianchi per produrre Grand Vintage Rosé, è costituita solo da Pinot Nero. In questo millesimo ha prevalso il Meunier della vendemmia 2012.

Un vero atto di seduzione che ha condotto lo Chef de Cave all’utilizzo preponderante. Le uve di Meunier di solito sono meno tanniche e strutturate del Pinot Nero, tuttavia apportano un tocco stilistico molto significativo. Il blend si compone del 42% da Pinot Nero (di cui il 13% di vino rosso ricavato da questo vitigno), da un 23% di Meunier (qui presente solo nell’uvaggio dei vini bianchi) e da un 35% di Chardonnay.

Affinato per almeno un quinquennio nelle cantine di Epernay. Un grandissimo extra brut con un basso dosaggio di solo 5 grammi/litro. Un sorso che definiremmo “gastronomico”. Esplosione di frutta, in primis more e spezie, sul finale, per poi tornare ai frutti di bosco. Ci spiega Benoît Gouez: «Vent’anni fa gli champagne rosé rappresentavo il 2-3% del nostra produzione. Oggi abbiamo superato il 20%. È importante sottolineare che in Champagne ci sono due modi per produrli. Il metodo più diffuso è l’assemblaggio, ossia è prevista l’aggiunta di una piccola quantità di vino rosso fermo, Pinot Nero o Meunier, ad una miscela di vini bianchi fermi. Noi adottiamo questo metodo. In alternativa esiste il “salasso” che prevede l’estrazione di colore dalle bucce dei grappoli a bacca rossa, in fase di pigiatura».

Un vino che piace, trasversalmente, a tutti, superando barriere generazionali e demolendo, una volta per tutte, il cliché che sia solo la bollicina preferita dalle signore. 


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