Timeo, guai fermarsi al tramonto

Oltre alla bellezza del panorama, la bontà di una cucina brillante. E sulla spiaggia di Mazzarò...

18-08-2015

Segue dalla prima puntata

In Italia i ristoranti d’albergo non godono di buona fama. Per quanto impegno possa esser profuso da proprietà, cucina e sala per uscire dall’anonimato, la stragrande maggioranza ricorda quegli acrobati che compiono volteggi incredibili ma con la rete. A parte gli equivoci che possono sorgere se inviti una signora a cena in un hotel, superabili con un minimo di intelligenza, il peccato, il limite sta tutto nella natura del locale, quasi sempre strutturato per soddisfare la clientela dell’albergo, difficilmente alla ricerca di proposte speciali. Nutrimento più che divertimento, a meno che la struttura non sia così possente da potersi permettere due spazi, uno quotidiano, prime colazioni comprese, e un secondo gourmet. All’estero è diverso, ma noi siamo in Italia e i conti li facciamo con noi stessi e con i turisti stranieri che chiedono più facilmente tradizione a scapito dell’innovazione.

Scritto tutto questo, Taormina ha tantissimi lustrini inutili e alcune perle. In questa seconda puntata mi preme rimarcare il piacere del soggiorno nelle due insegne del gruppo Belmond, complementari tra loro, Villa Sant’Andrea sulla spiaggia di Mazzarò e il Timeo in alto, accanto al Teatro Greco. Chi vuole fare il bagno scende ed è il benvenuto, chi al tramonto vuole cenare con un panorama che ispira dolci pensieri sale e si accomoda su una terrazza unica.

Prima mia cena in riva al mare, Oliviero il nome del ristorante di Villa Sant’Andrea dove Salvatore Gambuzza è l’executive chef e Alessandro Pugliese l'appassionato sommelier, restaurant manager Daniele Gulizia. Carta di tradizione, pensata per il presente, questo sì, e con un servizio che ti fa capire subito che basta chiedere per ottenere questa o quella variazione, a patto vi sia rispetto per il lavoro della sala e della brigata in cucina e non si chieda l’assurdo. Impressiona positivamente il garbo di chi serve e di un sommelier che va oltre i vini che a certi livelli ci devono essere per forza. Fossi stasera lì a cena, ordinerei l’immancabile caponata perché non sarò originale ma quando le cose sono buone bisogna insistere, Agnolotto farcito con burrata, pesto di pistacchi e ricci di mare, rombo in salsa di capperi.

In alto, al Grand Hotel Timeo, l’executive chef è Roberto Toro, ai vini Marco Torrisi, restaurant manager Giuseppe Privitera. Lì tutto porta a sentirsi bene, a iniziare dal fatto che il turismo più rozzo e caciarone rimane fuori. Ho avuto la sensazione che i soldi non siano tutto, nel senso che gli arricchiti trovano stanza altrove. Belle persone sulla terrazza, di stile, cosa rara. E così a tavola. Quella del Timeo è una cucina meno strettamente legata alla Sicilia, all’ovvio che l’ospite, io compreso, cerca. In particolare la prima sera. E’ un clic automatico: Sicilia? Caponata. Liguria? Pesto. Roma? Carbonara. Milano? Sushi…

Ma il mio interruttore era già scattato a Villa Sant’Andrea e così avevo la mente più curiosa: Gnocchi di melanzana al pomodoro e origano fresco, Risotto Carnaroli Riserva Ecorì con alici, olive e crema di peperoni grigliati (davvero buono), Zuppa di lenticchie delle Colline Ennesi con verdure croccanti, aglio dolce e rafano, Filetto di morro in salsa agrodolce zucchine, mela verde e peperoncino, una carne, agnello, due dessert, l’Etna, un tramonto dolce e da sogni…

2. Continua


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