Un menu degustazione, quello ideato per questa stagione dallo chef Michele De Blasio, che narra la verticalità della Divina Costiera, la cui espressione più sincera è uno spaghetto al nero, intenso, essenziale e, a modo suo, indimenticabile
Siamo abituati a percepire la Costa d’Amalfi come un’ampia cornice di verde e pietra, che accoglie tra le pennellate di colore dei suoi borghi, il mare, quel blu intenso iniettato qua e là di smeraldo.
Ma la bellezza di questo luogo unico al mondo, con la sua vegetazione che straborda lungo le coste dolci, in realtà, è da cogliere soprattutto nella sua verticalità. Si parte dal fondale, per emergere in superficie, e poi ci si inerpica fino alle vette, attraversando terrazzamenti, coltivazioni eroiche, e trame che da marittime e salmastre si fanno pastorali e bucoliche.
La vera magia, poi, sta nell’incontro tra questi due universi: l’uno respira e influenza la sostanza dell’altro, in un moto circolare, costante. Non esistono limiti, ma un intreccio vibrante, che si fa ispirazione per chi vive questa terra e, ancora di più, per chi la traduce in gusto.

Uno scatto dall'alto de I Giardini del Fuenti, il piccolo paradiso in terra che accoglie il ristorante Volta del Fuenti
Come
Michele De Blasio, chef del ristorante
Volta del Fuenti, presso i
Giardini del Fuenti a Vietri sul mare (Salerno) che, per questa stagione, ha deciso di dedicare il terzo tra i menu degustazione in carta (
Memorie è una collezione di classici, mentre
Origini, va dritto all’essenza del territorio),
Riflessioni - il più esplorativo tra tutti - alle altitudini della Costiera, attraversata da cima a fondo: alghe, fauna marina, agrumi, latticini, il pascolo, coesistono in un percorso che non si lascia tentare da contaminazioni esterne. Perché dopotutto, se nulla manca, ha senso volgere lo sguardo altrove?

Il tramonto entra maestoso nella sala del Volta del Fuenti
Il menu diviene così l’espressione più sincera del luogo, la fotografia da offrire all’ospite che sceglie di viverlo in pieno, a tavola.

Lo chef Michele De Blasio
Complice una cucina tecnica, precisa che racchiude il più delle volte, l’impronta dell’intero ecosistema o, in alcuni casi, una tensione che verte soprattutto sull’integrità dell’ingrediente, liberato da sovrastrutture.
Di quest’ultimo caso, ne è un esempio
Fondali costieri, un
filetto di spigola, che parla al commensale attraverso una dolcezza insolita, spiazzante, generata da una cottura docile, che esalta la qualità della carne, nappata dalla una riduzione ottenuta da tutti gli avanzi del pesce, di cui ne trattiene quell’anima morbida, variegando il morso attraverso la polvere di lapsang souchong col suo fumo e limone ossidato, senza introdurre punti di sapidità.

Monti Lattari: siamo 1400 metri d'altezza, nel cuore dei Monti Lattari, noti per la loro produzione casearia. Tra questi lo chef pesca la provola affumicata proposta nella ricetta contadina della pizzaiola. La interpreta con una farcia di spuma di provola e melassa di pomodoro, iper-concentrata nei sapori, a tratti dolce, racchiusa in una meringa alla francese, realizzata con olivello spinoso e acqua di pomodoro
O
Monti Lattari, una
provola “alla pizzaiola”, con tutta la densità olfattiva dell’affumicatura, concentrata in una meringa all’acqua di pomodoro, un
divertissement che veicola la tradizione, nella sua essenza, in formato pasticceria.
Eppure la proiezione più diretta e sincera della sensibilità creativa di De Blasio la si ritrova in un piatto che, a differenza degli altri, non ha timore di spingere di intensità, affidandosi a una maggiore spontaneità di gusto, lasciando che venga fuori quella “cazzimma” tutta campana, che scalfisce una memoria sensoriale più duratura, accesa dall’inizio alla fine dell’assaggio, fino a dominare sull’intero percorso.
Siamo a pelo d’acqua, a 5 metri sotto il livello del mare. Fuori è già buio nella Notte delle Lampare – un’occasione per condividere per qualche ora la vita dei pescatori al chiaro di luna-, che a tavola si traduce in uno Spaghetto al nero, colatura di alici e limone, dove la pece non è seppia, ma un carbone vegetale, espressione neutra dell’abisso notturno, animato dal vigore persistente della colatura, a riprendere il carattere di una pasta alla cetarese. Il tutto viene sospinto dalla forza citrica del limone, che inizia a spezzare l’impenetrabilità di quel mare e lo unisce alla terra. Poi il tocco benefico del peperoncino che si schiude soprattutto sul finale, accende e poi ripulisce, lasciando dietro questo mare nero.
Magnetico visivamente e nel gusto: è in questa portata che troviamo si concentri tutta la qualità di un cuoco che, a nostro avviso, se scegliesse di abbandonarsi completamente agli stimoli suggeriti dal territorio, ne offrirebbe una narrazione ancora più vivida, libera da qualsiasi stereotipo, incantando.