Io conoscevo bene Luigi Veronelli. Ci davamo del tu.
No, non è affatto vero: credo di averlo giusto incontrato di sfuggita tanto tempo fa, chi sa dove, io alle primissime prove come giornalista gastronomico – il mio mestiere era e sarebbe rimasto ancora per anni quello di giornalista politico. Tuttora non scrivo quasi mai di vino -, lui già tra i padri della critica enologica italiana. Eppure ho sempre avvertito la sua presenza nel settore - che oggi si direbbe f&b - un po’ come un punto di riferimento inarrivabile ma persino quasi come un amico, quello visionario ed empatico che aiuta tanti (tutti?) a schiarirsi le idee, a individuare il giusto percorso. Poi perlopiù smarrito, ma Gigi non c’era già più ed è comunque tutto un altro discorso.
Come punto di riferimento e in fondo come amico, Rocco Catalano individua proprio in Veronelli la stella polare attorno alla quale ha intrapreso questo suo “viaggio nella critica enogastronomica tra passato, presente e visioni future”, intitolato appunto Sulle orme di Veronelli (Edizioni Ampelos, 248 pagine, 30 euro, clicca qui per acquistarlo). Compulsando il testo con la consueta, dannata fretta, una cosa mi è venuta subito all’occhio: è un lavoro serio. È denso di ricerca e di concetti, di domande e di possibili risposte, di interventi autorevoli e di testimonianze persino struggenti. Racconta, Rocco, cos’è stata la critica enogastronomica, cos’è oggi, perché sia così malandata o perlomeno irriconoscibile, poi cosa aspettarsi possa diventare. E fa tutto questo tenendo Veronelli come pietra miliare, parametro intoccabile e intonso per provare a rispondere agli interrogativi, a interrogarsi sulle cose, in modo partecipe anzi quasi militante.
È un libro da leggere davvero, Sulle orme di Veronelli. Quindi è un bel libro.
C.P.
Sulle orme di Veronelli di Rocco Catalano è un viaggio narrativo nell’Italia del vino, della critica gastronomica e dei territori, sulle tracce di Luigi Veronelli. Partendo da una figura chiave del racconto del gusto italiano, il libro attraversa luoghi, voci e generazioni per interrogare come sia cambiato il linguaggio dell’enogastronomia fino a oggi. Tra vignaioli, giovani produttori, firme storiche e critici emergenti, Catalano costruisce un racconto corale che unisce memoria, cultura e osservazione del presente. Non un manuale né una biografia, ma un saggio narrativo accessibile, capace di parlare sia agli appassionati di vino sia ai lettori di reportage e saggistica culturale. Un libro per chi cerca nel vino non solo un prodotto, ma una chiave per leggere identità, territori e trasformazioni italiane.
Di seguito un passo delle prime pagine, scritto dallo stesso Rocco Catalano.

Luigi Veronelli in una foto del 2003, un anno prima della morte, insieme a sommelier della Fisar
Luigi Veronelli non è un semplice intellettuale del gusto, non solo un giornalista, ma un vero e proprio agitatore di coscienze, un pensatore visionario che ha anticipato decenni di dibattiti. La sua figura, complessa e sfaccettata, si è imposta come un faro in un'epoca in cui il gusto era spesso relegato a un mero piacere effimero, privo di etica o di profondità culturale. Lui, invece, l'ha intriso di storia, di politica, di dignità umana, di bellezza. Ha insegnato che un vino, un formaggio, un piatto, non sono solo il risultato di un processo, ma il racconto di una terra, di mani che lavorano, di tradizioni che resistono.
Questo viaggio mi ha condotto attraverso incontri inaspettati, conversazioni intime con le figure che oggi plasmano il dibattito sul gusto in Italia. Dagli eredi diretti del suo pensiero a chi ha saputo reinventare il racconto nell'era digitale, dalle voci autorevoli della carta stampata ai narratori che hanno portato l'enogastronomia nelle case attraverso nuovi canali. Ogni parola ascoltata, ogni ricordo condiviso, ogni prospettiva offerta, ha contribuito a tessere una tela complessa e affascinante, rivelando come il seme piantato da Veronelli continui a germogliare
Questo libro e la cronaca di quel viaggio e al contempo una piccola rubrica che vuole attraversare la storia recente tra comunicazione e sociologia delle relazioni attraverso il cibo. Non una biografia esaustiva, né un trattato accademico, ma una tessitura di storie, di pensieri, di emozioni. E un invito a riscoprire, o a scoprire la profondità di un universo che va ben oltre la semplice degustazione. È un atto d'amore verso la terra e verso gli uomini che la coltivano, verso il cibo che ci nutre e verso il vino che ci inebria. Verso colui che è per me un faro in questo mondo, ma è anche un piccolo percorso attraverso tutto ciò che il cibo come linguaggio ha formato e trasformato culturalmente, sociologicamente, e nelle relazioni. È, infine, una celebrazione del «canto della terra verso il cielo», quella melodia eterna che ci ricorda che il gusto autentico è sempre un atto di libertà, di consapevolezza, e di profonda, autentica bellezza.

E così, in un pomeriggio grigio di decisioni non più procrastinabili, mentre la pioggia tamburellava sui vetri come un monito insistente, sentii la necessità impellente di intraprendere questo viaggio. Non era un semplice spostamento fisico attraverso le regioni d'Italia, ma un'esplorazione, una ricerca di ciò che resta di quel pensiero e forse il mio bisogno di ritrovarmi in maniera quasi catartica.
Un'indagine non solo di come la critica enogastronomica abbia mutato pelle dagli anni Settanta a oggi, come si diceva sulle derive del gusto e sulle evoluzioni delle mode, ma sulle trasformazioni profonde del linguaggio, sulle parole che si sono perse nel frastuono del nuovo e su quelle che, forse, non sono ancora state trovate, o rischiano di essere soffocate. Il mio zaino era leggero, un bagaglio essenziale per un'anima pellegrina, ma il mio animo carico di domande, di una curiosità che bruciava come fuoco sacro, alimentata dal desiderio di comprendere e restituire.
In tasca avevo poche domande e molta curiosità affinché le cose accadessero col loro destino. Dove si nascondeva oggi la voce del maestro? In quali luoghi, tra quali uomini e donne, risuonava ancora il suo imperativo? Il primo approdo concettuale, o forse il punto di partenza ideale di quest'odissea intellettuale, era un luogo più mentale che fisico, un crocevia di memorie e di pensieri, un archivio immateriale, uno spazio etereo, dove la sua eredità è custodita con cura, dove le sue parole sono ancora vive e pulsanti, pronte a svelarsi a chi sa ascoltare.
Lì, tra le pareti di questa memoria collettiva, avrei cercato le prime risposte, i primi indizi per il mio cammino, le chiavi per decifrare il presente attraverso il filtro del passato. Che il viaggio abbia inizio.
Prosit e serenità.