Immaginate di aver prenotato un tavolo per due. Una cena attesa da settimane, magari un menu degustazione, qualche ora lontano dalla frenesia quotidiana. Entrate, vi accomodate. Poi, dal tavolo accanto, parte una corsa improvvisata tra le sedie. Un bambino attraversa la sala, torna indietro, piange, ride. I genitori provano a contenerlo. Gli altri commensali guardano l’orologio.
Ora cambiamo scena. Siete voi ad avere un bambino piccolo. Avete trovato un ristorante disposto ad accogliervi, avete prenotato, siete arrivati puntuali e vostro figlio, dopo mezz’ora, comincia a essere irrequieto. Vi basta uno sguardo agli altri tavoli per capire che la vostra cena potrebbe trasformarsi in una prova di resistenza.
È da situazioni apparentemente banali come queste che nasce il dibattito su ristoranti e locali adults only, che vede coinvolti ristoratori, famiglie, clienti e operatori dell’ospitalità. La domanda che occorre porsi è molto precisa: un ristoratore può decidere che nel suo locale i bambini non entrano?
È evidente che ogni locale sceglie di posizionarsi e costruire la propria identità puntando sulla convivialità rumorosa e informale, ovvero sul pranzo familiare della domenica oppure, al contrario, immagina la sala come un luogo quasi sospeso: luci basse, pochi tavoli, servizio misurato, silenzio per cui è comprensibile che il gestore voglia rivolgersi a una clientela interessata a quel tipo di esperienza adottando una politica no kids.

Il problema nasce quando si vuole trasformare l’esperienza in un divieto generalizzato fondato sull’età. E qui bisogna tornare indietro di qualche decennio, fino al Regio decreto 6 maggio 1940, n. 635 con cui è stato introdotto il Regolamento di esecuzione del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, il cui articolo 187 stabilisce che l’esercente non può rifiutare, senza un legittimo motivo, le prestazioni del proprio esercizio a chi le richieda e sia disposto a corrisponderne il prezzo. Ecco, "senza un legittimo motivo", è proprio questo il concetto che rappresenta il punto centrale della questione.
La norma non stabilisce infatti che un ristoratore debba accogliere chiunque, in qualunque circostanza e qualunque sia il suo comportamento; e al contempo nemmeno attribuisce al gestore una libertà illimitata di selezionare la clientela. Ma prevede che l’età, in sé considerata, non possa costituire automaticamente un motivo sufficiente per rifiutare il servizio.
Il tema non è soltanto teorico visto che l’inosservanza di tali disposizioni può comportare conseguenze anche sul piano sanzionatorio: ad esempio, un divieto indiscriminato rivolto ai minori può comportare per il ristorante l’esborso di una somma compresa tra 516 e 3.098 euro. Questo non significa che ogni regola child free sia, in qualsiasi contesto e senza ulteriori valutazioni, automaticamente illecita, ma evidenzia piuttosto che un divieto rivolto indistintamente ai minori deve essere valutato alla luce delle caratteristiche dell’attività e, soprattutto, dell’esistenza di una ragione concreta e legittima che giustifichi il rifiuto.

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Diversa e più semplice è l’ipotesi del minore che corra continuamente tra i tavoli, ostacoli il personale, metta in pericolo sé stesso o altri clienti, oppure generi una situazione di forte disturbo che rende di fatto impossibile proseguire il servizio: qui è pieno diritto del ristoratore chiedere ai genitori di intervenire, richiamando il rispetto delle regole del locale, se adottate. Se poi la situazione non viene risolta, può arrivare a chiedere alla famiglia di lasciare il ristorante.
È evidente che in tali casi il punto decisivo non sia la carta d’identità, ma il comportamento del cliente, che il ristorante può disciplinare a prescindere dall’età, fermo restando, in forza di quanto previsto dal citato Regolamento, il fatto che non si può presumere che un determinato comportamento si verificherà semplicemente perché una persona appartiene a una certa fascia d’età.
Sotto il profilo comunicativo rendere noto alla clientela che un ristorante vuole proporsi come luogo raccolto, romantico, silenzioso, dedicato alla degustazione o a una particolare esperienza gastronomica, non solo è legittimo ma è anche una buona pratica commerciale, proprio per evitare che nascano equivoci o contestazioni. Diverso è utilizzare quella comunicazione (ad esempio: esporre tout court un cartello con scritto adults only), per introdurre una limitazione generalizzata che non trovi una giustificazione adeguata e quindi non risulti conforme alla legge.
Tutto questo forse sottolinea come il dibattito sui ristoranti no kids racconti qualcosa di più del semplice rapporto tra famiglie e ristorazione, nel senso che in un mercato sempre più competitivo e orientato all’esperienza, la questione se ammettere o meno i bambini diventa lo specchio di un cambiamento culturale che coinvolge sia i consumatori sia gli operatori del settore e che riflette una crescente richiesta di esperienze diverse: c’è chi vuole una cena chiassosa con amici e bambini al seguito, chi desidera due ore di silenzio davanti a un menu degustazione, chi cerca un ristorante romantico, chi considera la presenza dei figli parte naturale della convivialità.
La vera sfida, oggi, non sembra essere l’esclusione dei bambini dai ristoranti, ma la capacità di costruire regole chiare e ambienti organizzati per rispondere a esigenze così diversificate.