Come Niko, anch'io non so cucinare a casa. Perché cucinare è donarsi agli altri

Il dolore e la speranza di Filippo Baroni, chef del Mater a Poppi, Toscana: «È venuto meno il rapporto umano? E allora prepariamo pane e schiacciate per aiutare chi non ha nulla»

28-03-2020
Lo staff del Mater, ristorante gastronomico del Bo

Lo staff del Mater, ristorante gastronomico del Borgo I Tre Baroni, un'antica cascina che dal 1909 è luogo di accoglienza e ristorazioe ed è gestita dalla famiglia Baroni, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. Poiché non è più possibile servire la clientela, lo chef Filippo Baroni prepara pane e schiacciate che dona alla Caritas e alla Misericordia, destinati per chi ha più bisogno. Le foto sono di Anna Macchia

La nostra famiglia si trova nella condizione di tutti. Abbiamo alberghi, ristoranti, bar e campeggio chiusi. Situazione difficile (come per tutti ovviamente). In questi giorni di notizie, aggiornamenti e numeri, due fatti ci hanno colpito: 1) le donazioni da parte di chi ha molto come Berlusconi, Esselunga, Gucci... 2) Niko Romito che in maniera forse ironica pubblica una sua foto con in mano un cartello con scritto sopra: #nonsocucinareacasa. Questi due episodi, apparentemente distanti tra loro, li ho trovati invece molto più vicini di quello che si possa pensare, almeno per la mia esperienza.

Quel donare e quell'io non so cucinare a casa sono strettamente legati. Perché la ristorazione, se ci pensiamo bene, è donare, lo è stato nei secoli scorsi e lo sarà ancora di più nei giorni futuri. Occorre dunque ripartire da questo. Dalla base, dal fatto che ci alziamo presto e lavoriamo tante ore, saltiamo a volte i pasti e andiamo a dormire tardi. Per cosa?

Baroni al lavoro

Baroni al lavoro

Dietro questo “per cosa” ci possono essere infinite risposte, ma una cosa resterà sempre quella. Il fine ultimo, donare agli altri. E il bello è che lo facciamo a persone che, nella maggior parte dei casi, non conosciamo. Esiste un motivo più profondo e vero? La gloria, la fama, i soldi vengono tutti dopo. Guardando dentro la mia cucina ho visto questo e sono più che convinto che lo vedrò anche in futuro. Entrare nel ristorante e vedere Nedo che stira le tovaglie, Elena che pulisce i vetri, Alex che continua a disossare infiniti piccioni, Andrè che si è alzato da poco e inizia lavorare il cioccolato, Marta che aggiorna le prenotazioni... Questo è quello che al momento mi manca. Mi manca dannatamente.

Basta pensare anche al momento delle ferie: finalmente arriva il momento del riposo e dopo una settimana iniziamo a mandarci messaggi e non vediamo l'ora di ripartire. E non è solo una questione di adrenalina, ma di rapporto umano. Il sapere che dieci persone si stanno prendendo cura di una persona sconosciuta. Di te. Per questo, per me, in quel io non so cucinare a casa c'è dietro tutto questo. È molto più profondo, quasi come a dire: senza il rapporto umano, io non so cucinare. Senza il donare il mio lavoro, io non so cucinare. Senza un motivo profondo, io non so cucinare. Chi fa questo lavoro (ma ora più che mai qualsiasi lavoro) lo fa per servire gli altri. Questo è il bello della nostra professione.

L'altro giorno mi è tornato in mente un ricordo di tanti anni fa, protagonista il mio babbo, quando mi raccontava come inviasse camion pieni di pasta durante gli scioperi di Solidarność a Danzica, in Polonia. È come se quell'immagine mi stesse indicando una strada. Di conseguenza abbiamo riaperto il laboratorio della panificazione del ristorante e adesso produciamo pane e schiacciate che doniamo alla Caritas e alla Misericordia, destinati per chi ha più bisogno. Proprio come faceva il mio babbo, donando camion di pasta per gli scioperanti di Solidarność.

Facciamo quello che possiamo, quello che sappiamo fare: doniamo il nostro lavoro. In un momento in cui la solitudine e il vuoto si fa sentire pressante, il sentirsi utili per qualcosa di vero è essenziale... Che poi è il motivo per cui si fa impresa.

Io non so cucinare a casa.


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