Alice Paillard, molto più che "figlia di..."

Il rapporto col padre Bruno, il Millésime 2012, la gestione nella pandemia. A ruota libera con l'erede della Maison

09-10-2020
Alice Paillard, titolare della maison di champagne

Alice Paillard, titolare della maison di champagne Bruno Paillard a Reims. Foto Studio Cabrelli

Rivedere Alice Paillard a Milano è stato un grande piacere, innanzitutto per il suo valore ma anche perché ha evocato un certo ritorno alla normalità, nella degustazione e nel dialogo. La giovane vigneron di Reims ha preso totalmente le redini dell’azienda fondata dal padre Bruno, agli inizi degli anni ’90.

Una donna che arriva al vino dopo aver studiato Economia a Parigi e poi ancora all’Università Cà Foscari di Venezia, per un Erasmus. Una tappa italiana che le consente di apprendere la nostra lingua e apprezzare le bellezze artistiche dello Stivale. Ancora, studia Enologia in Borgogna e continua a viaggiare, prima a Londra per un lavoro alla Rémy Martin , poi New York City per affinare le sue conoscenze di marketing. Un giorno papà Bruno le chiede se vuole affiancarlo e Alice rientra a Reims.

La famiglia Paillard ha un legame molto particolare con il vino. Le sorelle di Alice, Virginie e Marie Caroline, non sono digiune di formazione enoica ma preferirono prestare il talento per l’insegnamento in scuole con metodi Steineriani e Montessoriani. Il fratello Aymeric, esperto di viticoltura, ha fondato la sua azienda nel Rodano, pochi ettari e grande passione per le viti. La stessa che Alice ha trasferito nella sua maison di champagne.

Fu un inizio difficile perché il suo ruolo non era affatto quello di “figlia di”: lei desiderava apprendere tutto della sua regione e capire cosa servisse per continuare a fare quella grande bollicina pensata dal padre e prodotta nel massimo rispetto della natura. Aveva 25 anni e quel 2007 segnò un anno di lavoro per metà in vigna - a potare le viti e completare i normali lavori di campagna – e 6 mesi in cantina. Zero privilegi e assoluta necessità di immergersi nel pianeta Paillard.

Ci racconta: «Dovevo riflettere e rassicurare mio padre che quello sarebbe stato effettivamente il mio futuro. Oggi abbiamo una trentina di ettari vitati e la produzione varia a seconda dell’annata. La media si aggira sulle 300/350 mila bottiglie. In tutti questi anni ho imparato a conoscere a menadito le nostre 116 parcelle. Decido gli assemblaggi, la data di inizio vendemmia e l’utilizzo dei vini di riserva. Dal 2018 mio padre mi ha dato carta bianca sulla gestione dell’azienda, seppur rimanga per me un grande punto di riferimento. Non sempre abbiamo le stesse posizioni su alcuni assemblaggi ma il mio cosiddetto “tirocinio” mi fa agire con grande riflessione e mai d’ impulso. Tutti i miei collaboratori, in verità, mi hanno visto crescere e penso sia un privilegio avere persone accanto che stimi e ritieni essenziali per fare grandi Champagne».

Come avete vissuto la pandemia?
Abbiamo dovuto velocizzare alcuni passaggi che la natura e l’evoluzione climatica ci trasmette, ma poco è cambiato. Noi siamo una grande famiglia. Da sempre la nostra è una casa dove tutti devono lavorare bene e in sicurezza. La natura non si è arrestata, anzi il millesimo 2020 sarà una bella scoperta. La visione di mio padre di fare vini con una marcata personalità mi appartiene e sarà un dovere portare avanti questo progetto, con grandi Champagne da bere nel tempo. Sono una donna fortunata.

Cosa pensa del suo Millésime Blanc de Blancs 2012?
È stata un’annata molto concentrata e l’intensità degli aromi è complessa ma allo stesso tempo interessante perché ha davanti una grande evoluzione. Lo abbiamo sboccato ad aprile 2019. Un naso dove le note di brioche e nocciola si distinguono per poi evolversi in frutta gialla mentre all’assaggio si evince una spiccata acidità presagio di longevità. L’equilibrio di questo vino ci colpisce per note di nespola e albicocca al naso mentre il sorso è fresco con note, sul finale lievemente pepate. Il dosaggio è di 3 g/litro, extra brut.

Ci colpisce l’etichetta.
È meravigliosa. L’ha realizzata l’artista giapponese Takehiko Sugawara. Reca un titolo perfetto per il vino che rappresenta: “Dove la forza sposa la grazia”. M’interessa la singolarità dei miei vini e credo, a distanza di tempo, che lo champagne abbia cambiato il mio carattere. La complessità deriva da studi, stile, sperimentazione. Non sono elementi che si materializzano per caso. Io ho dovuto applicare i miei studi alla realtà. Questo mi fa sentire realizzata e, allo stesso tempo, desiderosa di non fermarmi mai, continuare a studiare e perfezionare sempre più il nostro stile.  I nostri Champagne sono caratterizzati da mille sfumature e il mio concetto di assemblaggio significa prendere una direzione. Degusto sempre alla cieca e spesso mi faccio sorprendere. Questo mi arricchisce e fa stare bene con me stessa. La vigna è una vera scuola. Il mio obiettivo è di produrre vini vibranti.

Il Covid 19 ha cambiato le strategie di vendita e marketing?
Non proprio. I nostri vini sono sempre stati venduti più all’estero che in Francia perché la visione di mio padre, negli anni Novanta, doveva seguire una direzione di qualità e riconoscibilità. Noi siamo vicino a maison storiche. Qualche anno fa ho iniziato un progetto di ampliamento in Francia anche se l’Italia resta uno dei nostri mercati di punta insieme all’Inghilterra e al Giappone. Oggi dobbiamo riprendere a dialogare con le enoteche e i ristoranti, cercando di stare al loro fianco. Certo il vero cambiamento è avvenuto con il calo delle vendite nei duty free o nei locali notturni. E l’e-commerce funziona ma io preferisco sempre presentare i vini con quel senso di convivialità che ci distingue da sempre.


Rubriche

In cantina

Storie di uomini, donne e bottiglie che fanno grande la galassia del vino, in Italia e nel mondo