Ernesto Abbona: 'La natura non si ferma, è ora di fare sistema'

Il presidente dell’Unione Italiana Vini, titolare di Marchesi di Barolo, racconta le sue idee sulla difficile situazione attuale

14-04-2020

L’Unione Italiana Vini nasce nel 1895 e oggi racchiude 500 aziende associate, oltre 150 mila viticoltori che rappresentano più del 50% del fatturato italiano del vino e l’80% del fatturato export. Ernesto Abbona, il presidente dell'Unione e proprietario della storica azienda piemontese Marchesi di Barolo, ci ha espresso un suo pensiero sull’attualità, soprattutto illustrandoci come l’associazione stia evolvendo con progetti emergenziali.

Cosa ha fatto la vostra associazione in questa emergenza Covid-19?
Premetto che la situazione italiana è risultata fin dall’inizio molto difficile e differenziata. Tra i nostri associati ci sono aziende che lavorano con la grande distribuzione e il canale Ho.Re.Ca., mentre altri non approcciano la GDO. Per loro, da oltre un mese, il mercato si è completamente fermato, perché tutti i loro clienti sono chiusi. Come filiera del vino ci siamo mossi con Federdoc, Confagricoltura, Federvini, Assoenologi, Cia, Alleanza Cooperative e Copagri per presentare al Ministero una serie di proposte che possano favorire le aziende nell’intento di proseguire le proprie attività. Un lavoro incredibile di revisione sui codici Ateco (codici di classificazione delle attività economiche) per consentire un quadro che non avesse necessità di deroghe, quotidiane, e consentisse al vino di essere imbottigliato. All'inizio non era previsto che le aziende produttrici di tappi potessero lavorare, un codice negato. Allora ci siamo battuti per il loro inserimento: altrimenti come potevamo portare a termine gli imbottigliamenti senza tappi? Certo, le cantine stanno lavorando con le nuove norme di sicurezza facendo, ove possibile, travasi, assemblaggi e imbottigliamento. Ogni associato desidera ripartire e, ci auguriamo, il rilancio per la seconda parte dell’anno. Occorre segnalare che molti associati, da un lungo periodo pre-Covid-19, possono godere di aiuti europei attraverso bandi OCM vino che l’Unione Europea concede a fondo perduto. Dei contributi importanti, a seconda della regione di appartenenza, sostenendo i costi atti alla promozione dei prodotti fuori dall’UE. Questi supporti hanno delle scadenze precise e non sono rinnovabili, quindi se programmati in questo periodo di quarantena creano ulteriore disagio.

Come avete gestito gli OCM in atto per tutti gli associati?
Chiedendo una flessibilità di tutte le misure europee di sostegno. I benefit OCM prevedono dei tempi, per esempio, di attuazione e rimborso nell’anno. Con questo stop delle frontiere, dobbiamo chiedere, con l’augurio di una risposta rapida e affermativa, proroghe evidenti al quadro normativo.

Quali sono state le priorità tra i vari problemi che avete dovuto affrontare nell’emergenza in corso?
Io sono presidente UIV, ma anche a capo delle mia azienda, quindi l’ho vissuta in duplice veste. Una realtà immediatamente condivisa con tutti i miei colleghi produttori italiani. Sicuramente l’aspetto sanitario è stata la priorità assoluta. Avevamo il dovere di far lavorare tutto il personale operativo, nelle nostre cantine, rimodulando gli spazi. Nelle micro-aziende si è studiato un piano di lavoro a piccoli gruppi, per evitare assembramenti rispettando le norme. Subito dopo abbiamo pensato all’aspetto liquidità aziendale, fondamentale per la sopravvivenza di ogni azienda. I costi non variano per il virus, anzi, in alcuni casi, aumentano. I ricavi sono completamente rimodulati. I clienti come bar, ristoranti o locali simili non pagano le fatture perché fermi, zero incassi. L’approccio istituzionale è stato deludente e speriamo di verificare che le nuove disposizioni siano risolutive, ma in tempi brevi. È evidente che l’intempestività è nemica di questo sistema. Non ultimo abbiamo pensato alla campagna, ai vigneti e alla vegetazione, temi che non si arrestano per il Covid-19. Le operazioni in vigna vanno assecondate per lo sviluppo vegetativo. La conduzione agronomica, negli ultimi decenni, è stata affidata a molti aiuti extracomunitari, molti non residenti in Italia, che si spostano stagionalmente per i lavori in vigna e in vendemmia. Oggi con la chiusura delle frontiere c’è un problema enorme di manodopera specializzata, ferma nei paesi d’origine.

Cosa pensate di fare nell’immediato?
L’appello che si può fare fonde un aspetto etico e di programmazione. Laddove è possibile, chiederemo al Governo una deroga per facilitare il trasferimento di questa manodopera straniera ma, a mio avviso, si dovrebbero creare, rapidamente, le condizione economiche e normative per incrementare un lavoro nei campi per tutti i disoccupati (si spera temporanei), al fine di poter integrare il loro lavoro nell’occupazione agricola. Vista l’eccezionalità del momento, occorre attuare delle misure estreme, con un occhio imprenditoriale rivolto a un'attenzione etica e meno orientata al mero conto economico. Sono convinto che molti miei colleghi sarebbero d’accordo a creare delle reali sinergie per un rilancio del comparto agricolo. La natura non si ferma e questo permetterebbe di fare davvero sistema. Coinvolgere anche gli studenti, visto il momentaneo stop delle scuole e degli atenei. Ipotizzando delle forme di collaborazione, temporanea, in sicurezza, per evitare di stare chiusi in casa, percependo un reddito, e, magari evadere dalla monotonia. Questa situazione ci fa capire come tutti siamo interconnessi e indispensabili, purtroppo la situazione d’emergenza deve creare comunità.

Qual è la situazione oggi dell’esportazione del vino?
All’inizio il quadro non era molto chiaro, quindi l’estero era in attività. Senza il mercato estero non avremmo superato, qualche settimana fa, lo stop italiano. In seguito la pandemia è dilagata toccando tutto il resto del mondo, generando un vero stop. Bloccando le frontiere non possiamo far viaggiare la merce. Nel 2019 le cantine italiane hanno venduto oltre 6 miliardi di euro, non possiamo pensare di fermare le attività (vedi la campagna, la vendemmia e la trasformazione in vino) in attesa di poter vendere nuove produzioni. Oggi il Nord Europa sta ancora lavorando, poi c’è una ripresa dell’Oriente, ma alcuni mercati sono completamente fermi.

E-commerce, conference call, fiere annullate, come vive tutto questo?
Mi auguro che questa situazione finisca quanto prima, è vero che ci sono queste nuove modalità di comunicazione e acquisto di vini che, per fortuna, stanno crescendo, però per me i rapporti umani per lo scambio nel mondo agroalimentare e l’enoturismo sono un’esigenza insostituibile. Gli incontri, gli assaggi, le critiche, gli scambi culturali sono essenziali per far crescere le aziende e poterle trasformare con una reale visione e condivisione, in Italia e all’ estero.

L’emergenza di questa epidemia lascerà degli strascichi, tuttavia potrebbe essere un vero insegnamento per il futuro: qual è il suo pensiero a proposito?
Con il Testo Unico abbiamo attuato in Parlamento un passaggio fondamentale: il vino è stato inserito come elemento culturale. Non è solo una questione economica, bensì è parte integrante della dieta mediterranea proclamata dall’Unesco. Il vino deve essere condiviso a tavola. Sicuramente bere una bottiglia tra le mura domestiche è un bel ritorno alle origini. Mantenere un valore alimentare perché il vino è un oggetto di conversazione, di approfondimento per conoscere luoghi, attraverso i calici, e far parlare la gente. Crea convivio. Un aspetto che dovremmo riscoprire con la nostra famiglia. Se pretendiamo che alcune realtà siano ultra certificate, non possiamo poi pensare a macchie di leopardo oppure avere situazioni emergenziali. Occorre portare a norme di sicurezza alimentare tutto il mondo. Richiedere che gli Stati investano molto di più sulla sicurezza alimentare. Creare delle norme igienico sanitarie che diano garanzie a tutta la catena alimentare. Noi con le Docg abbiamo bandito, con successo, le frodi. Oggi in Italia c’è un controllo unico al mondo sul vino. Si tutela un prodotto, sano, che ha tutti requisiti di sicurezza.


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