Tre nuovi e sorprendenti vini altoatesini

Tramin, Kaltern e Colterenzio: abbiamo assaggiato le novità che propongono queste storiche cantine dell'Alto Adige

20-05-2019
Un'immagine della cantina Tramin, a Termeno (B

Un'immagine della cantina Tramin, a Termeno (Bolzano)

Rigore, precisione e metodo. Sono i tratti inconfondibili, e un po’ teutonici, della viticoltura dell'Alto Adige che hanno contribuito alla costruzione dell’immagine e della sostanza di un territorio oggi fra le stelle dell’enologia italiana di qualità. Ai grandi classici, apprezzati sulle tavole e nelle degustazioni, si affiancano oggi anche novità, esperimenti e tentativi evolutivi.

Perché dalle parti di Bolzano si può anche sperimentare, si ricerca e si innova per star dietro ai mutati gusti dei clienti, per trovarne di nuovi, per domare i cambiamenti climatici che da queste parti si rivelano, a seconda delle situazioni, nemici o addirittura alleati. 

Succede anche questo nelle belle e ordinate file di vitigni che crescono e prosperano su pendii scoscesi, terreni calcerei e ghiaiosi, curate e coccolate da produttori che le conoscono ad una ad una. 

Come accade a Termeno, toponimo evocativo di grandi bianchi, a cui, nella bella e avveniristica cantina affacciata sulla piana puntellata dai meli, si affiancano anche rossi di grande robustezza e personalità. «Rispetto ai miei inizi – racconta Willi Stürz, direttore tecnico di Tramin – abbiamo spostato verso l’alto diverse vigne, soprattutto di Pinot nero. Oggi il clima è diverso e le vigne necessitano di altezze maggiori per dare resa e qualità migliori. E al loro posto, più in basso, possiamo far crescere Merlot e Lagrein. Cerchiamo anche di intervenire sulla partenza della fioritura con innesti sperimentali, perché oggi possiamo permetterci quelle vendemmie più tardive, a settembre inoltrato, fino a 25 anni fa impensabili. Cosi lavoriamo in primavera per poter avere in autunno uva più ricca. Come per lo Chardonnay da cui nasce Troy».

E’ l’ultimo nato fra i grandi bianchi di casa Tramin. Chardonnay in purezza, frutto di vigne di 25/30 anni, cresciute su terreni calcarei con un substrato misto di argilla e ghiaia. Un percorso, un lungo sentiero - “Troy” appunto – che porta a un grande vino: «Siamo a 500 metri di altezza, esposizione a sud-est e grandi escursioni termiche come piace allo Chardonnay – spiega Stürz – che qui si adatta a condizioni difficili per esprimere potenzialità uniche. Lo coltiviamo a pergola aperta e a guyot e raccogliamo, a mano, a fine settembre. Pressiamo con i raspi e fermentiamo in barrique sui lieviti per 11 mesi prima di passarlo in acciaio dove fermenta ancora 22 mesi, sempre sui lieviti. Un percorso lungo che termina con 4 mesi in bottiglia».

Il 2015, ora in commercio, è davvero l’apoteosi di una ricerca lunga e attenta. Frutta secca e fiori si aprono al naso mentre in bocca le note minerali e sapide, tipiche dell’altezza, si fondono con frutta tropicale e melone. Un grande bianco, eredità ed evoluzione di quello Stoan a lungo faro di Tramin

Si scende un po’ più a sud per incontrare, ad Appiano, la cantina Kaltern. Qui la sperimentazione è estrema grazie al Progetto XXX che sta per Exclusive, Experiment ed Explore. «Abbiamo avviato un percorso di certificazione di qualità bio con la tedesca Fair’n Green  - racconta Tobias Zingerle, direttore generale di Kaltern - che diventerà un nuovo standard a livello europeo tracciando non solo il lavoro in vigna ma anche i processi e le metodologie aziendali. Da qui partiamo con il progetto di ricerca XXX voluto dal nostro enologo Andrea Moser per capire i limiti di alcune tecniche da testare come la macerazione sulle bucce, l’eliminazione della solforosa o l’utilizzo del legno per vitigni come la Schiava. Si tratta di metodi sperimentali che, in futuro, potranno eventualmente essere utilizzati nelle nostre produzioni».

Nascono così esemplari unici come il Metamorphosis, Sauvignon del 2016 passato prima in ceramica sulle bucce, da cui esce quasi imbevibile, per poi trasformarsi dopo un anno in tonneau per diventare completamente diverso, piacevolmente fresco e complesso. 

Si sale verso nord di soli 6 km per arrivare a Colterenzio dove quest’anno si presenta il neonato Berg 2017: «Lo abbiamo imbottigliato a dicembre e lo commercializziamo ora – racconta Alex Ferrigato, direttore vendite di Colterenzio – le vigne sono quelle del cru Eppan Berg, a 450 metri di altezza, una zona particolarmente vocata per il Pinot Bianco con un terreno morenico e calcareo e vigne vecchie di media di 25 anni e punta di 40 anni di età. Dopo la fermentazione in legno a 18 gradi si avvia un affinamento sulle fecce di 10 mesi in tonneau. L’obiettivo è dare salinità, freschezza ma mantenere struttura e personalità. Siamo sotto il Mendola e con questo vino abbiamo voluto celebrare questa zona che riteniamo sia una delle migliori di tutto l’Alto Adige per questo vitigno».

Già oggi il risultato è sorprendente per struttura persistenza e personalità. Da rivedere fra 10 anni quando la cantina lo avrà reso certamente ancora più intrigante. 


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