Oggi celebriamo tutti giustamente Moebius, Lorenzo Antinori e Simone Caporale, Salvatore Calabrese, Agostino Perrone e Giorgio Bargiani. Ma se esistesse un premio di icon bartender italiano, la nostra giuria lo consegnerebbe all’istante a Edoardo Nono, il varesino con le t-shirt marinare che traghettò Milano tra le onde della mixology contemporanea.
Se oggi in città c’è un fitto reticolo di posti in cui bere bene, non dobbiamo dimenticare che, nel dicembre del 2002, l’anno in cui Nono aprì con Gianluca Chiaruttini tra le acque placide dei Navigli, le possibilità di bere “nuovo” a Milano erano appena 3: il Nottingham Forest di Dario Comini, il fu Pravda Vodka Bar e Rita Cocktails. «Erano tempi duri, molto duri», spiega Nono, «Rita era nato in versione tram, un corridoio strettissimo con più bottiglie che cristiani». E un menu, ricordiamo, che non metteva in fila una semplice lista di cocktail ma anche un insieme succoso di storie e aneddoti che celebravano la cultura di distillati e miscelati. Uno stratagemma culturale ricorrente oggi, inesistente allora.
Sono ricordi e considerazioni che riafforano dalla lettura di “Drinkology. Guida al mondo dei cocktail”, il primo libro firmato da un artigiano che non è uno scrittore «né ho mai avuto l'ambizione di diventarlo», specifica tra le pagine, «sono solo uno che ha letto e lavorato molto». Quarant’anni dietro al bancone, per l’esattezza, che Nono è riuscito a sintetizzare in 240 pagine, sottotitolate da un intento preciso: ricapitolare “Ricette, curiosità e trucchi del mestiere per bere bene e divertirsi con la mixologia anche a casa”.
Drinkology non è un libro scritto per sette sataniche, dunque, ma un manuale di 87 ricette (più 37 inedite del Rita) e 71 consigli redatti con forma e contenuti democratici, semplici e chiari, per novizi, con tante escursioni interessanti e divertenti sul mondo dei bar. Una classificazione costruita sulle grandi famiglie della miscelazione, dai daisy all’Americano e ai figli suoi, dai gimlet ai sour ai cocktail tropicali, dai wine cocktail tonic agli high ball, dai whisky drink-based ai Martini agli spritz.
Tra ingredienti e procedimenti per miscelare tutto, dall’Americano allo Zublet, passando per il copiatissimo Gin Zen del Rita, ci sono mille consigli raccolti da un eterno ragazzo che già da minorenne si divertiva a preparare grolle alla valdostana e sangrie al bancone del circolo della cooperativa. Una linea temporale che attraversa la fine degli anni Ottanta, «quando la miscelazione in Italia era una noiosa brutta copia di quello che proponevano negli alberghi, al timido risveglio degli anni Novanta» fino al miracolo dei primi anni 2000, il decennio ha riscritto i destini della cucina ma anche di una miscelazione del tutto nuova, «creativa, dinamica, irriverente». È l’epoca che vede nascere e per fortuna dilagare il modello Rita, un luogo cult - raddoppiato nel 2019 con Rita Tiki’s Room, ora con la nuova socia Chiara Buzzi - che in un quarto di secolo ci ha viziato con ingredienti sempre naturali, respingendo la diffusa tentazione di ricorrere a sottomarche e menzogne.
«Non fidarti dei produttori disonesti, che dichiarano lunghi invecchiamenti quando magari sono solo una piccola percentuale del liquido che costituisce il blend finale», ammonisce Nono tra le pagine del libro. Oppure, «Se vuoi mettere in piedi un bar, bada al sodo: non comprare uno sproposito di bottiglie ma scegli con coerenza pochi prodotti e di buona qualità». Lezioni apprese per 40 anni sudando sul campo, il vero patrimonio di Drinkology.