La libertà espressiva della Schiava

Tutto sull'uva di montagna dall’anima conviviale e le sue denominazioni: Lago di Caldaro, Santa Maddalena e Colli di Merano

23-04-2021
Calici di Schiava (foto Florian Andergassen)

Calici di Schiava (foto Florian Andergassen)

Continua il viaggio nel patrimonio vitivinicolo dell’Alto Adige, un percorso delineato da una salda coesione sociale, qualità e un'eco di sostenibilità pluriforme: da quella ambientale, a quella generazionale, ma anche produttiva e in simbiosi con la biodiversità indigena. E poi una integrale immedesimazione nel terroir, la cui espressione ideale passa per la sensibilità materica delle persone che lavorano ogni giorno in questo settore, tutelando un prezioso patrimonio.

Sono questi gli stessi presupposti che conducono a una rivalutazione, se non a una vera e propria rinascita di quei vitigni autoctoni spesso adombrati dalle varietà più rinomate. È il caso della Schiava, un vitigno nel quale convergono tre espressioni simili tra di loro, ma anche assai peculiari, un vitigno dalla marcata impronta identitaria, integrato nella storia vitivinicola locale da secoli e bene accolto dai mercati d’oltre confine (in particolare quelli svizzero, austriaco e tedesco).  

Un ulteriore intreccio culturale lo si riscontra anzitutto nella denominazione tedesca attribuita al vitigno, Vernatsch – da verna (lo schiavo nato nella casa del padrone, da cui vernacula – varietà nostrana – e vernaccia), o Trollinger. Ma c’è anche chi non può fare a meno di rilevare una forte assonanza sia fonetica, ma ancor di più organolettica con il Gschlafener, uvaggio che regala un vino molto affine a quelli prodotti con Schiava.

Sembra, allora, che il fil rouge dominante sia proprio il termine schiavo che include, inoltre, un riferimento tecnico. Infatti, contrappone i due tipi di coltivazioni risalenti al XIII secolo: da un lato la vineis sclavis che avviene a basso ceppo ‘vincolata’ (ergo, schiava) a un sostegno vivo (un gelso o un melograno) o morto (un palo, un albero rinsecchito); dall’altra, la vineis majores, che invece si sviluppa in alto, in cima.

Santa Maddalena (foto Tiberio Sorvillo)

Santa Maddalena (foto Tiberio Sorvillo)

Ma puntando ben oltre questi insidiosi labirinti semantici, è preferibile lasciarsi ammaliare, invece, dall’espressività e dalla personalità individuale delle sottozone originarie da uve Schiava, e quindi Lago di Caldaro, Santa Maddalena e Colli di Merano

Tre aree distribuite in un raggio di portata piuttosto ravvicinato (ognuna di esse dista dall’altra meno di 50 km) che traducono in struttura, aromaticità e sfumature la morfologia e il microclima locali. Per esempio, le uve Schiava della denominazione Lago di Caldaro maturano in un bacino ventilato e soleggiato; il bastione alpino protegge le coltivazioni dalle correnti fredde del nord, mitigate ulteriormente dal morbido influsso del Mediterraneo. Ne risultano vini da un gusto fruttato discreto, fiori – la violetta in particolare- e mandorla, concentrati in un rosso rubino chiaro. Al sorso è elegante, armonico, leggero.

Diversamente, il Santa Maddalena si distingue per pienezza già dal colore – un rosso rubino intenso - ha un corpo irrobustito dall’apporto di Lagrein (in percentuale fino al 15%) e quindi, tannini più presenti, mai invasivi, integrati da una piacevole acidità. In evidenza restano i frutti di bosco. È un vino da bere giovane, ma adatto anche all’invecchiamento. Dove siamo? Poco fuori Bolzano, sui pendii a nord-est della città dove, a seconda della pendenza, varia la composizione del suolo ( detriti argillosi, o argilla e sabbia con tracce di sedimenti alluvionali). 

Infine, il Colli di Merano: spezie, una leggera sapidità, ma anche amarena, frutti di bosco. Si presenta con un colore rosso rubino lucente. Le sue uve crescono in una conca protetta, la cui maturazione è agevolata da un clima mite e temperato: ha un gusto amabile e un’acidità sottile che stimola la beva, un vino equilibrato e di compagnia.

Ed è proprio questa parola a suggerire l’interpretazione più esaustiva del vitigno Schiava: un corpo snello, un’acidità contenuta, il tenore alcolico moderato e uno spiccato frutto predispongono spontaneamente a una condivisione spensierata di questi vini che si gustano, a seconda della stagione, più o meno temperati. Perché non è detto che rosso debba necessariamente rimeggiare con ‘grosso’ cioè imponenza, alcolicità accentuata e sontuosità. Tout court, alcuni vini piacciono proprio per la loro immediatezza, e la struttura giocosa della Schiava potrebbe addirittura attirare nuovi pubblici, magari quello dei Millenials, predisponendoli ad aromi comprensibili e piacenti.

Eduard Bernhart, direttore Consorzio Vini Alto Adige (foto Alex Filz)

Eduard Bernhart, direttore Consorzio Vini Alto Adige (foto Alex Filz)

Inoltre, l’estrema piacevolezza di beva lascia pure ampi margini di creatività in cucina: c’è tanta reciprocità d’intesa tra i vini Schiava e la tradizione locale, i piatti di montagna. Questo è certo. Ma perché non provare ad abbinare, per esempio, un Colli di Merano con del pesce? Servito crudo, sovrapporrà due salinità di origine diversa; o ancora, giocare con piatti di altre  cucine regionali, o azzardare con  accostamenti esotici.

Carte blanche, allora, per gli infiniti abbinamenti con un vino gastronomico, che ama la sua terra, la asseconda nei suoi sapori, ma che si muove sicuro anche oltre confine e cavalca l’onda di una versatilità innata e di una leggerezza che instaura nuovi intrecci di gusto.


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