Il suolo, ciò che non si vede se non superficialmente ma non nella sua interezza, nella storia profonda, nella capacità di imprimere identità. Quella sua oscurità buona, che sa rigenerare, riecheggia nella degustazione che il Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg ha scelto di organizzare in un contesto sorprendente: l’Istituto dei Ciechi di Milano. Qui la mostra Dialogo nel Buio ammonisce: non occorre guardare per vedere lontano. Così è stato anche con il vino, cogliendone sfumature e luoghi di origine attraverso i sensi occultati dalla vista nella nostra quotidianità. Un’esperienza di cui siamo grati, così palpabile e reale: abbiamo attraversato boschi, solcato il mare e siamo giunti a un tavolo dove si entrava in contatto con quattro tipi di suoli assieme al direttore del Consorzio stesso, Diego Tomasi.
Prima, però, di arrivare a questo contatto con la terra, grazie a magnifiche guide abbiamo gustato le tappe precedenti e un buio buono, che induce a fidarsi e affidarsi, a conoscersi in altri modi, a fare squadra, a non giudicare e a non giudicarsi. A lasciarsi andare, semplicemente, senza alcuna distrazione (bandito ogni effetto personale che potesse insinuare una luce o andare smarrito), ad ascoltare davvero, banalmente a non farsi travolgere dalla frenesia degli appunti bensì a memorizzare nella mente e nel cuore. Quasi immedesimandosi poi in quelle radici - «la parte intelligente della pianta», ricorda Tomasi – che rintracciano la loro via e la loro vita attraverso la terra.
La domanda era proprio questa: la terra può parlare attraverso un calice di vino? La risposta è dolcemente perentoria: certo che lo fa, basta volerle prestare attenzione. Lo affermano la scienza e le corde dell’anima che questo cammino riesce a muovere, in armonia. Dunque, prima è avvenuto il contatto diretto con quattro diversi suoli dei pendii, successivamente l'assaggio dei vini che da qui derivano.
Diego Tomasi ha chiesto ai partecipanti di toccare quella terra e spiegare cosa vedessero con le mani e l’olfatto. Fiero di raccontare la diversità di un territorio: dai suoli di venti milioni di anni a quelli giovanissimi, almeno a livello geologico, perché noi non siamo nemmeno bambini a confronto. Cogliere l'impronta della terra nel calice è parso un viaggio emozionante e sincero. Si pensa più spesso all’influenza climatica, ma ciò che accade in quell’oscurità è cruciale, talvolta persino di più.
«La terra non è un supporto inerte, ma il vero motore biologico della vite - osserva Tomasi - Con questa esperienza al buio abbiamo voluto dimostrarlo in modo tangibile, quasi come in un esperimento: togliendo la vista, abbiamo lasciato che a parlare fosse solo il suolo attraverso il tatto, immaginando le radici che lo esplorano». Non chiamatele suggestioni: «È la biologia di un suolo che la vite, saggiamente, si è scelta da sola… Si è capito così che ogni suolo, con la sua tessitura e i suoi componenti, induce una risposta precisa nella pianta, che si traduce in un profilo unico nel calice».

Diego Tomasi, presidente del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg
Ecco allora il percorso che si fa sempre più tangibile e sussurri quanto la Glera
l’abbia tracciato con determinazione, se lo sia praticamente andata a cercare. Nata storicamente su suoli calcarei e secchi vicino a Trieste, nei secoli è passata per i Colli Berici, quindi quelli Euganei, infine si è trovata qui, sulle colline di Conegliano Valdobbiadene. Un mondo, tanti volti ricchi di differenze e autenticità su ogni Rive.
Così facciamo conoscenza con il primo suolo, l’argilla rossa antica. Fra le dita appare morbida, con una sua setosità, e la finezza parla di come trattenga l’acqua, alimentando con continuità la pianta. È rossastra, lo “sentiamo”. Ci porgerà un Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Brut 2024 – Rive di San Pietro di Feletto dell’azienda San Feletto, che conquista con la sua ricchezza di note agrumate e floreali, ma anche per l’acidità nel segno di quel dialogo incessante con l’acqua.
Un’incursione rapidissima in avanti con la morena che troviamo sul Rive Carpesica. È un terreno che si forma una volta conclusa l’ultima glaciazione, vale a dire10mila anni fa: così povero e ciottoloso, l’acqua si fa desiderare. La povertà diventa ricerca e la finezza si accentua nel Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Brut 2024 - Rive di Carpesica di Toni Doro, con sensazioni di frutta fresca e spezie delicate.

Le colline del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg
Le mani si posano quindi sulla marna del Rive di Guia, argilla mista a limo e con maggiore proporzione di calcare. Un suolo che se diventa simile al pongo al contatto con l’acqua, nel caso opposto contrasta il movimento delle radici. Conseguenza importante: stimola la sintesi aromatica. Ne risulta un
Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Brut "Bortolin Angelo" 2024 – Rive di Guia di
Angelo Bortolin, che sa offrire profondità e profumo di fiori bianchi in particolare, anche se tornano le note di agrumi. La persistenza e la sapidità sussurrano di quel lavoro costante sotto terra.
Infine, l’arenaria calcarea per il Rive di San Pietro di Barbozza. Gli agenti atmosferici penetrano e sbriciolano questo suolo, così le radici trovano la loro strada tra le rocce a caccia di umidità e freschezza. Terreno povero, pienezza aromatica che trasporta persino profumi esotici, ma soprattutto esprime raffinatezza, come si può sentire nel Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Brut 2024 – Rive di San Pietro di Barbozza di Rivaluce.
Quando si esce e si accendono le luci, quelle sensazioni restano posate fedelmente, con la sensazione di aver potuto abbracciare più vigorosamente un territorio.