«Un raviolo duecentocinquanta euro!». Oppure: «E per mangiare, ci sta un locale nelle vicinanze?». O ancora: «Della serie: è cotta, puoi buttarla». Lo scorrere dei commenti sotto reel e foto di ristoranti d’eccezione, spesso, riproduce questi toni. Andiamo oltre l’ironia, siamo allo scherno. Praticamente pubblicare un piatto è mettersi alla gogna. A chi, ma soprattutto a cosa giova?
Siamo al punto d’arrivo costretti a pensare a un punto di ripartenza. La cosiddetta crisi del fine dining non è solo una questione di conti che non tornano, di brigate esauste o di chef in crisi. È, prima di tutto, una crisi d'identità nata da un peccato che pensavamo veniale ma è diventato mortale: l'illusione che l'alta cucina potesse e dovesse diventare per tutti. Abbiamo commesso l'errore di portare i linguaggi del tempio nelle piazze di paese. Ed eravamo pure contenti: l’alta cucina scende tra le strade! Ricordate? Tra salsicce, focacce e hot-dog mescolammo spume, riduzioni, calibrazioni, piatti di stile confezionati in supporti biodegradabili mignon.
Il fine era nobile, l’ingenuità anche.
Il fine dining, per sua natura, non è mai stato una semplice cena, "esperienza" si diceva; è una forma d'arte complessa, una partitura che richiede un orecchio allenato per essere decifrata, sennò è come andare alla Scala e pretendere che suonino gli Iron Maiden. Pretendere che un menu degustazione da decine di passaggi, concettuale e complesso, funzioni al di fuori del suo contesto d'élite culturale, ha significato commettere un errore, quantomeno di grammatica espressiva. È stato - per ritornare alla metafora musicale - come portare uno spartito di Stravinskij in un piano bar, aspettandosi che la gente smetta di chiacchierare. Invece di proteggere il valore intellettuale di questa cucina, si è preferito sdoganarla. Il risultato è stato una platea impreparata che oggi giudica un'estrazione a freddo con i parametri della quantità o della tradizione della nonna, finendo per decretare il fallimento di un'esperienza che semplicemente non possiede i codici per capire.
"Non si tratta di snobismo, ma di rispetto per i linguaggi: se togli il contesto sacrale e il pubblico selezionato, l'alta cucina diventa solo una porzione ridotta a un prezzo apparentemente ingiustificato"
Non si tratta di snobismo, ma di rispetto per i linguaggi: se togli il contesto sacrale e il pubblico selezionato, l'alta cucina diventa solo una porzione ridotta a un prezzo apparentemente ingiustificato. A questo cortocircuito hanno dato la spinta definitiva i social network.
Instagram e TikTok hanno decontestualizzato la complessità, riducendo piatti che richiedono giorni di preparazione a meri contenuti da consumare in tre secondi. Hanno sparato all'esterno immagini prive di pensiero, illudendo il grande pubblico che il fine dining fosse solo estetica ed ego dello chef. Il cibo è diventato uno show da scorrere sullo schermo, e quando l'utente medio è passato dallo smartphone al tavolo, ha preteso di trovare la stessa immediatezza superficiale, rimanendo deluso dalla complessità reale.
Democratizzare il fine dining ha finito per impoverirlo. Non tutte le perle sono fatte per essere distribuite indistintamente: alcune richiedono il coraggio di mantenere un perimetro di sacralità. Se l'alta cucina vuole salvarsi dalla sua stessa crisi, deve smettere di rincorrere il consenso delle masse e tornare a parlare a chi ha gli strumenti, il tempo e il desiderio profondo di ascoltarla. Sennò, per parafrasare Nanni Moretti, continueremo così e ci faremo del male.