È un dialogo in equilibrio quello che si è celebrato alla tavola del ristorante, parte dell'hotel Principe di Savoia, e che ha visto protagonisti l'executive chef Matteo Gabrielli con Salvatore Bianco, chef dell'Hotel Eden a Roma con il ristorante La Terrazza. Suo un piatto memorabile di una cena a dir poco perfetta
Dialoghi, incontri, mani che lavorano insieme, brigate che si uniscono, una pianificazione che richiede tempo e riflessione. Spesso si sottovaluta l’impegno che c’è dietro una quattro mani, soprattutto se ragionata nel dettaglio, con un senso di fondo che orienti la scelta dei piatti.

La sala del ristorante Acanto
E in occasione della cena che si è svolta qualche sera fa presso il ristorante
Acanto del
Principe di Savoia, a Milano, questa missione si è rinnovata, guidando alla scoperta delle creazioni dell’executive chef
Matteo Gabrielli, cresciuto al fianco di
Alessandro Buffolino che lo ha preceduto, e prima ancora al
Seta del
Mandarin Oriental Milano e, ancora, nella brigata di
Heston Blumenthal.

Da sinistra i protagonisti della cena a quattro mani presso il ristorante Acanto a Milano: Matteo Gabrielli, chef dell'Acanto, Raffaele Langella, head chef del ristorante La Terrazza presso l'Hotel Eden a Roma e Salvatore Bianco, executive chef dell'Hotel Eden e de La Terrazza
Con lui
Salvatore Bianco, executive chef dell’
Hotel Eden a Roma di cui fa parte il ristorante gastronomico
La Terrazza. Gli hotel, entrambi parte di
Dorchester Collection, interpretano nei loro spazi un’eleganza senza tempo, la stessa che attraverso due visioni molto identitarie si riflette anche nella cucina dei cuochi in questione.

Matteo Gabrielli, chef del ristorante Acanto ed executive chef dell'hotel Principe di Savoia, a Milano
Il primo, varesino, si concentra sull’uso di ingredienti territoriali, quelli delle sue origini, fino a evocare un senso di italianità nei piatti, essenziali, puliti.

Terra, muschio e cosce di rana, un piatto di Matteo Gabrielli

Guancia di manzo, pan brioche allo zafferano, spinacino, foie gras e durelli di pollo, un piatto di Matteo Gabrielli
Protagonisti, quindi, il pesce di lago, rane – che delizia le
Coscette fritte che poggiano su una terra di olive nere e semi tostati con soffice di prezzemolo -, ma all’occorrenza subentra anche robustezza, stratificazione, come accade nella
Guancia di manzo fondente, poggiata su una base di pan brioche aromatizzato allo zafferano, spinacino saltato al burro e scaloppa di foie gras, e a chiudere questa torre carnosa, una salsa a base di durelli di pollo che apporta ulteriore forza e morso al piatto.
Poi c’è un cambio di registro con
Salvatore Bianco, campano, lontano da ogni convenzione, che inaugura il pasto con una primavera leggera, ma incisiva, una narrazione viva della stagionalità e delle sue mille voci che persistono nella memoria e sul palato.

Ostrica, vignarola di mare e maionese di canocchia, un piatto di Salvatore Bianco
La
Vignarola di mare, ode di piselli, asparagi, carciofi, fave, viene servita su una leggera
maionese di canocchie, lenta, dalla dolcezza sapida, la stessa che torna, più netta, nell’ostrica, senza mai sottrarre luce alla potente impronta vegetale. Viene servita con un brodo ottenuto dalla cottura dei piselli, baccelli compresi, limpido, ampio.
Fino all’apice di questo incontro, un piatto che difficilmente vorresti finisse e, anzi, ne vorresti ancora. Profondità, grassezza, intensità: sono sensazioni che contornano l’assaggio dello Spaghetto con caffè tostato, tabacco Kentucky e orzo. Eppure l’olfatto è raggiunto dal tartufo, il grande assente, le cui sensazioni sono evocate da questo brodo complesso, dalle sue note tostate, decise con orzo, caffè, il tabacco e la sua acidità che incontrano tutta la morbidezza di un latte di bufala fermentato con le erbe mediche di cui si nutrono abitualmente le bufale. Essenzialità visiva, ampiezza di sapore e una cottura della pasta che non stanca, centrata, appena indietro rispetto all'al dente, e questo piace.

Parte dello splendido dessert: Carruba, cacao e vaniglia, un piatto di Salvatore Bianco
Il finale è armonico, e conserva la traccia di un’essenzialità appagante, mai banale, merito della carruba che inietta acidità e persistenza al cacao; poi, un cioccolatino fondente farcito agli agrumi e un ultimo sorso fresco, a base di vaniglia e carruba. Ad accompagnare l’intera serata la Franciacorta di cantina
Monte Rossa.